Nuovi attori nelle politiche di trasformazione urbana: il caso del Comitato Parco Dora spina 3
Anna Lorenza Todros
Nuovi attori nelle politiche di trasformazione urbana: il caso del Comitato Parco Dora spina 3.
Rel. Anna Maria Cristina Bianchetti. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Progettazione Urbana E Territoriale), 2006
Abstract
1. L'immagine della città-fabbrica che a lungo ha accompagnato Torino ha lasciato rapidamente spazio a nuove visioni, che riflettono le sfaccettature di una progressiva transizione verso un rinnovamento post-industriale dalle molte vocazioni e ancora pervaso di incertezze. La crisi del modello socio-economico dominante ed - in parallelo - i cantieri che invadono la città nel tentativo di colmare di strutture e funzioni inedite le decine di milioni di mq che si stanno liberando, fa sì che questo momento proponga un punto di osservazione privilegiato da cui muovere un'indagine della trasformazione che Torino sta vivendo e delle dinamiche che la alimentano. La rapidità con cui la nuova città prende forma rende poi questi meccanismi ancora più espliciti.
L'intenzione di questa ricerca è analizzare e portare alla luce alcuni elementi di questa metamorfosi, attraverso cui è possibile individuare alcuni dei meccanismi che sottendono la trasformazione e degli strumenti attraverso cui questa viene gestita
2. Individuare uno spazio di tempo preciso in cui collocare il principio della trasformazione di Torino è un'operazione difficile, neppure del tutto convincente soprattutto se si considera che segnali dei successivi mutamenti si possono riscontrare già a partire dalla fine degli anni '60, momento in cui si manifesta una congiuntura che porterà al cambiamento del tipo di organizzazione sociale su cui la città si era riconosciuta sino ad allora. Il processo di deindustrializzazione richiederà circa 20 anni per affermarsi in tutta la sua ampiezza, liberando oltre 3.000.000 di mq di aree industriali e circa 4.000.000 di mq di aree in via di smantellamento e provocando una trasformazione della struttura sociale della città, a partire dalla perdita, nel corso degli anni, di circa 150.000 posti di lavoro di tipo industriale. E' però a partire dagli anni '90 che questa trasformazione è diventata evidente, non solo agli addetti ai lavori o agli studiosi del fenomeno, ma là dove ha prodotto effetti tangibili e si è resa palese agli occhi dei più. Se fino a qualche anno fa gli stabilimenti industriali, per quanto vuoti e dismessi, ancora presidiavano l'immagine della vecchia Torino, oggi degli antichi contenitori non rimane quasi più traccia e i più di mille cantieri in cui si lavora contemporaneamente e da cui sorgono forme e percorsi nuovi contribuiscono a modificare ritmi e abitudini dell'intera città. Possiamo parlare di questa trasformazione in termini fisici descrivendo come, sulla base di un Piano Regolatore che prevede un destino diverso da quello di città industriale e un numero elevatissimo di aree di edificazione, abbia modificato il sistema delle infrastrutture e investito le aree ex industriali. Il Passante ferroviario, il viale della Spina Centrale, la metropolitana mirano a modificare profondamente la rete dei trasporti, mentre interventi come il raddoppio del Politecnico, l'eventuale palazzo della Regione, la nuova Porta Susa, i centri direzionali di Spina 3 si costituiscono come nuovi poli attorno a cui ricostruire intere parti di città. Possiamo poi sondare un livello più sottile, rappresentato dall'esigenza di rinnovare il sistema dei poteri della città, nel tentativo di sostituire l'egemonia della Fiat e della famiglia Agnelli. Esigenza che si scontra con la fatica di ricambiare poteri locali fortemente radicati, in una città dove le imprese dei cantieri sono in buona parte ancora quelle legate alle vecchie culture del fordismo e i poteri finanziari continuano ad essere governati dal gruppo che ha costruito la città di ieri4. O ancora possiamo riconoscere i segnali del mutamento a partire dalla frenetica esigenza di riconoscere e costruire opportunità nuove - una sequenza di eventi straordinari: dalle Olimpiadi, all'Anniversario dell'Unità d'Italia, passando per il Congresso mondiale degli Architetti - sospesa in un continuo limbo tra la volontà di ritrovare una vocazione dominante, senza averla però definita in modo univoco, e la voglia di lasciarsi alla spalle il pesante passato industriale segnato dall'etica del lavoro, per investire in tutto ciò che è "leggero" e fa del gioco e del divertimento le proprie argomentazioni e della provvisorietà la propria ragion d'essere. E allora Torino assume sembianze poliedriche e diventa, nel susseguirsi dei mesi, città della conoscenza, del gusto, della salute, capitale del cioccolato, del cinema, della tecnologia.
3. L'area entro cui si colloca la mia ricerca è un'area complessa. Lo è per le sue dimensioni, per la posizione che occupa all'interno della città, per i tempi entro cui avviene la trasformazione, per gli attori che coinvolge, per l'uso degli strumenti di cui si avvale.
Spina 3 si estende su una superficie di 1.002.956 mq (ossia circa un terzo di quella occupata dall'intera Mirafiori) e si colloca in una posizione centrale rispetto all'estendersi della Città (sono solo 600 i metri che separano il confine Sud dell'area da Piazza Statuto). La trasformazione implica la costruzione di un vero e proprio pezzo di città, dotato di strade, incroci, alberi, spazi pubblici, negozi, uffici, abitazioni, servizi; insomma tutti quegli elementi che siamo soliti riconoscere come caratterizzanti di un ambiente urbano. Senza poi tralasciare la necessità di dare un'identità al nuovo quartiere, che non si è formato per lenta sovrapposizione di azioni nel corso del tempo, e le cui memorie, tradizioni e abitudini rimandano ad un passato industriale che ora deve essere sostituito. Al contempo l'operazione di trasformazione si inserisce all'interno di una struttura già consolidata e deve dunque trovare modo di instaurare con questa una qualche forma di dialogo. San Donato e Madonna di Campagna sono due quartieri che hanno a loro volta una storia ricca e complessa: sono le borgate operaie cresciute durante il decollo industriale di fine Ottocento, dove il tessuto delle abitazioni appare compatto e la pavimentazione ad acciottolato è a tratti visibile, dove ancora permane la presenza di piccole attività e orti al piano terreno e l'influenza del tracciato dei canali è ancora riconoscibile, dove gli abitanti originari legati da un passato di lavoro e di lotte in comune vengono pian piano sostituiti da comunità di immigrati che cercano un posto nella nostra società. La collocazione dell'area in trasformazione in una posizione centrale la rende poi particolarmente appetibile da un punto di vista finanziario, incrementando la sommatoria degli interessi in gioco e rendendo possibile lo sfruttamento di rendite posizionali precedentemente congelate e la ricentralizzazione di attività e funzioni più remunerative di quelle esistenti. Un ulteriore fattore di complessità è determinato in termini di funzioni insediate: è prevista la compresenza di destinazioni pubbliche e private (che ormai caratterizza la quasi totalità degli interventi nella città contemporanea), oltre alla realizzazione di tipologie costruttive differenti. Il nuovo intervento vede infatti sorgere abitazioni, spazi commerciali, uffici, laboratori, centri di ricerca e produzione, spazi per attività ricreative, e un parco di 450.000 mq, oltre che il recupero e la riconversione di alcuni edifici un tempo occupati dalle Officine Savigliano e dalla Società Paracchi.
Il progetto di Spina 3 si estende lungo un arco temporale che per certi versi appare di breve durata e rigidamente determinato: l'adesione ad un Programma di Riqualificazione Urbana, fondamentale per disporre dei mezzi economici necessari, ha imposto scadenze severe e la collocazione all'interno dell'area di due dei Villaggi Media in occasione del Olimpiadi ha dettato ritmi concitati. Inoltre le modalità di coinvolgimento degli operatori privati hanno determinato una contrazione dei tempi per quello che riguarda alcune fasi della trasformazione (alcuni edifici sono sorti nel giro di pochi mesi), che deve però fare i conti con una durata complessiva dell'intervento che si protrarrà per un periodo superiore ai quindici anni. L'uso degli strumenti urbanistici attraverso cui la nuova parte di città prende forma è solo apparentemente tradizionale: a fianco di un Piano Regolatore che mira alla definizione di un disegno unitario dell'area, assistiamo presto alla comparsa di strumenti straordinari (in particolare il PRiU e le convenzioni speciali per i lotti olimpici) e ad una realtà delle pratiche che sembra agire per oggetti e per interventi, ciascuno veicolato da logiche proprie. Questa sovrapposizione un po' scomposta di elementi mi ha indotto a proporne una lettura parziale, che privilegia alcuni dei temi di cui la vicenda si compone. Quelli ai quali attribuisco maggiore rilievo ai fini della possibilità di far fronte alla mia domanda di ricerca. L'intento non è dunque quello di proporre un'analisi esaustiva, bensì di attraversare in modo orientato e selettivo alcuni aspetti e proporre una serie di questioni.
4. La ricostruzione del caso è stata condotta attraverso una strategia di esplorazione delle fonti che ha privilegiato quelle dirette scritte e orali. Di esse si da conto nella bibliografia. I metodi sono quelli solitamente utilizzati nell'analisi di politiche urbane, focalizzati su risorse, attori e costruzione del problema per ciascuno di essi. Si è cercato di ridisegnare la composizione delle arene decisionali e il loro mutare nel tempo. I profili logistici e finanziari dell'operazione. Infine, di delineare nel modo più preciso possibile, strutture, missione e forme d'azione dei due comitati. La tesi è composta principalmente da due parti. La prima tenta una ricostruzione di alcuni degli aspetti che caratterizzano
Spina 3, attraverso una più tradizionale descrizione dei luoghi, una narrazione cronologica degli eventi principali che l'hanno contraddistinta e la proposta di alcune sezioni interpretative che raccolgono alcuni dati significativi. La seconda opera un'analisi del Comitato istituzionale Parco Dora e del Comitato spontaneo Borgo Dora/SpinaTre, attraverso lo studio della loro fondazione, della struttura di cui si sono muniti, delle finalità che perseguono e delle modalità con cui operano.
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