Proposta di analisi e riqualificazione dell'area Mar.Di.Chi (Magazzino artiglieria e difesa chimica), ex stabilimento fratelli Piacenza, di Torino
Raffaele Falabella
Proposta di analisi e riqualificazione dell'area Mar.Di.Chi (Magazzino artiglieria e difesa chimica), ex stabilimento fratelli Piacenza, di Torino.
Rel. Rossella Maspoli, Cesare Tocci. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Restauro E Valorizzazione Del Patrimonio, 2017
Abstract
INTRODUZIONE
La società contemporanea è caratterizzata da profonde trasformazioni come conseguenza diretta dei processi di globalizzazione e di delocalizzazione della produzione, combinati con la crescente rilevanza strategica delle attività legate al terziario avanzato. In quest'ottica le potenzialità legate al riuso di aree e di edifici industriali dimessi sono estremamente significative.
Questi contenitori, queste aree, con i loro aspetti economici e sociali rappresentano la memoria di attività che sono state il motore dell'evoluzione dell'ultimo secolo della nostra storia economica, sociale e territoriale. Questi luoghi si identificano come il risultato materiale di un lungo processo che ha contribuito a disegnare la città e che oggi configurano nuove possibilità di intervento in parti delle città già fortemente strutturate.
L'aspetto più stimolante di questo fenomeno, per gli architetti e la pubblica amministrazione, è dato dalla possibilità di "riparare agli errori" commessi in passato, e dare il via a un processo che assicuri nuovi assetti in parti di città strutturate e molto spesso prive di margini di flessibilità, in cui diventa possibile superare quella monofunzionalità che ne ha caratterizzato la storia, dando così la possibilità di creare quel mix funzionale di cui ogni area urbana necessita al fine di poter essere fruita quotidianamente e a tutte le ore del giorno, permettendo così di porre rimedio a quegli effetti degradanti e di settorializzazione dello spazio, che si sono venuti a creare e a consolidare nel corso degli anni.
Va sottolineato come il fenomeno delle aree dismesse e il loro successivo riuso è un tema che possiede numerosi precedenti nell'evoluzione storica della città. Il fenomeno a cui dagli anni '90 assistiamo legato alle fabbriche, può essere paragonato al processo che nei secoli scorsi ha portato all'abbattimento delle mura e al riuso degli spazi così ottenuti al fine di creare parchi oppure boulevard1 o alla sostituzione di infrastrutture e interi complessi specializzati in qualche funzione particolare, i quali, nel momento in cui la loro localizzazione non è risultata più compatibile con le loro caratteristiche si sono rilocalizzati, dismettendo e quindi liberando aree strategiche per dimensione e localizzazione.
Il processo che porta alla dismissione di una industria può essere ricondotto al rapporto area-funzione. Inizialmente l'area è stata progettata per rispondere ad una specifica funzione che è poi venuta meno e ha portato all'abbandono del sito. Esistono quindi delle motivazioni per cui questo binomio, che si fonda su un'adeguata compatibilità tra attività e ambiente urbano, ad un certo punto perde la sua ragione di esistere. Quante e quali sono quindi le motivazioni che portano alla dismissione?
Tali motivazioni sono principalmente due e strettamente legate alla sua funzione originale e al binomio fabbrica- area. Nello specifico, il fenomeno si verifica quando l'attività produttiva non è più consona a quel determinato contesto socio-economico, oppure nel momento in cui l'area su cui sorge la fabbrica non risulta più adatta a ricoprire il ruolo per cui era stata progettata e ad ospitare la specifica funzione produttiva insediata.
Gli architetti e gli amministratori pubblici sono tenuti a dare risposta a tre principali domande al fine di prefigurare la migliore tipologia di intervento:
-L'area si può ancora prestare a contenere una funzione produttiva simile alla precedente? (Riqualificazione)
-L'area si può prestare a contenere una funzione alternativa? (Riconversione, Rigenerazione)
-Non si immaginano destini futuri? (Abbandono, Demolizione, Sostituzione)
Questa distinzione è utile per arrivare a definire quelli che possono essere gli strumenti e le conoscenze più consone per il successo dell'operazione.
La storia del riuso delle aree dismesse è ancora una storia breve, e soprattutto non destinata a concludersi, per essere analizzata e definita in modo approfondito con un'adeguata base di dati, confrontabile territorialmente, malgrado la significativa letteratura sviluppata nell'ultimo ventennio. Infatti molte di tali aree continuano a essere abbandonate e, quelle che invece sono state riutilizzare, lo sono da così poco tempo da non poterne sancire definitivamente il successo o il fallimento. Inoltre, in questi anni non sono cambiate solo le aree dismesse, non è molto chiaro quale sia il rapporto di causa ed effetto tra la dismissione e la riqualificazione delle aree e le trasformazioni urbane in generale. Questo perchè le dinamiche delle aree dismesse si inseriscono in un flusso continuo, incessante, di modificazioni sociali ed economiche, che trasformano le città, ed è piuttosto complicato distinguere quanto questi territori sono cambiati per effetto della riqualificazione delle aree dismesse e quanto sarebbero cambiati comunque.
Un ulteriore fattore di difficoltà è costituito dal fatto che tra dismissione e riqualificazione delle aree ci sono tempi lunghi: in media in Italia si impiegano dai 5 ai 10 anni nei casi di estremo successo, si arriva fino a 20, se non di più, nei casi controversi, in particolare di grandi comparti. Nell'arco di questo iter l'effetto del recupero di un'area può cambiare in modo notevole, per il sopraggiungere di mutazioni a livello urbano.
Un'ultima difficoltà scaturisce dal passaggio tra un impianto industriale attivo e uno stabilimento completamente abbandonato, infatti esiste una varietà di situazioni intermedie che vanno dal sottoutilizzo dell'insediamento, alla dismissione di parti di esso, fino al degrado parziale e poi totale del sito.
Le aree industriali dismesse vengono spesso considerate come dei "vuoti urbani" nella misura in cui sono prive di funzioni, ma in effetti questi stessi siti, di solito molto estesi, possono essere rivalutati come "pieni" di manufatti, spesso di notevole interesse storico architettonico, fabbriche che hanno contribuito alla storia dell'industria e della tecnologia italiana; luoghi di memorie individuali e collettive, di cultura del lavoro e di valori simbolici. Questi sono tutti aspetti da dover considerare quando la loro dismissione consente di proporre nuove configurazioni proprio in parti della città non facilmente trasformabili, in cui la conformazione urbana è già strutturata.
In Inghilterra dove sono state gettate le basi della rivoluzione industriale, si è anche sviluppato un acceso dibattito sul tema della dismissione; vari fattori hanno inciso sulla nascita di questa coscienza comune, in primis l'abbondanza di siti industriale che hanno contribuito allo sviluppo della
nazione. A tal proposito, Kenneth Hudson negli anni '50 del'900 afferma: "La Gran Bretagna, in quanto luogo di nascita della rivoluzione industriale, è piena di monumenti lasciati da una serie ragguardevole di avvenimenti. Un qualunque altro paese avrebbe messo in moto un meccanismo per la registrazione e la conservazione di queste memorie che simbolizzano il movimento che ha cambiato volto al pianeta, ma noi siamo talmente dimentichi della nostra eredità nazionale che, a parte alcuni pezzi da museo, la maggioranza di questi luoghi sono negletti o dissennatamente distrutti. " A queste affermazioni hanno fatto seguito una serie di dibattiti nel modo culturale e scientifico che hanno sancito la nascita del termine "Archeologia industriale" e la sua progressiva affermazione negli anni '60 e '70.
Da qui nasce l'impegno di valutare correttamente e preservare quegli edifici che hanno valore di testimonianza storica, artistica e che, per questo, risultino rappresentativi del territorio analizzando sia le testimonianze materiali che quelle immateriali. Ogni monumento o sito industriale è strettamente legato al contesto, sociale, morfologico, politico ed economico in cui è collocato, dunque ogni nazione e territorio ha una propria realtà industriale. Al fine di tutelare, conservare e valorizzare le testimonianze dell'archeologia industriale bisogna riconoscerli come beni culturali.
In Italia, dove lo sviluppo industriale del paese è avvenuto circa un secolo dopo rispetto all'Inghilterra, il dibattito sull'archeologia industriale vede nascere i primi studi e i primi censimenti negli anni '70. L'affermazione del tema a livello nazionale si ha con la convocazione del Convegno Internazionale di Archeologia Industriale di Milano nel 1977 e con il dibattito che nasce a seguito della chiusura dello stabilimento FIAT del Lingotto a Torino.
Come detto prima queste aree dismesse rappresentano un'opportunità per poter caratterizzare aree strutturate della città inserendo nuove funzione in grado di far fronte alle esigenze emerse, attuando così un vero e proprio processo di rigenerazione urbana. E' emerso come il riuso dei vuoti richieda nuovi strumenti, dal piano al progetto, per definire le opportunità di intervento.
Lo Studio di Fattibilità è lo strumento, indicato dalla legislazione attuale, che, attraverso l'analisi della domanda, l'analisi del modello gestionale e le analisi di fattibilità finanziaria ed economica, possa permettere di porre in luce le eventuali criticità, anche di medio-lungo termine, di un progetto, consentendo di scremare le diverse ipotesi di intervento e di orientare i successivi approfondimenti e la fase di progettazione.4
L'obiettivo di questa tesi è quello di fornire un modus operandi in grado di implementare gli attuali studi di fattibilità, analizzando il complesso denominato Mar.Di.Chi., approfondendo l'aspetto dello stato di fatto strutturale dell'edificio che spesso non viene sufficientemente indagato nel processo di dismissione dei beni demaniali, in funzione di un riuso adottivo e sostenibile. Questo, molto spesso, porta a una sottovalutazione del costo degli interventi da eseguire di cui ci si accorge solamente una volta iniziati i lavori, l'inesattezza delle stime dei costi porta non di rado all'abbandono del progetto di restauro.
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