La montagna che non si arrende : tecnologie e strumenti per la rinascita delle borgate
Lorenzo Maffiodo
La montagna che non si arrende : tecnologie e strumenti per la rinascita delle borgate.
Rel. Rossella Maspoli. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Costruzione Città, 2017
Abstract
INTRODUZIONE
SPOSTARE LO SGUARDO VERSO LA MONTAGNA
La montagna ha molte facce, ciascuna delle quali riflette l'essenza di chi vi poggia lo sguardo. Ci sono persone che si approcciano alla montagna con l'animo del viaggiatore, che assaporano la bellezza della natura e colgono il fascino dei percorsi. Altri ancora vi si accostano per turismo, per ricerca o per lavoro, sono svariati i motivi per i quali si può avere a che fare con la montagna ma con questo approccio ci si trova sempre ad avere una visione esterna, un punto di vista distaccato. Solo chi abita la montagna la rende realmente viva, solo chi si immerge totalmente in questo ambiente è in grado di percepirne i ritmi, i mutamenti, le potenzialità ed i limiti. La montagna è un luogo difficile, sono terre del compromesso per le quali l'uomo ha dovuto lottare, la conquista di spazi per vivere è frutto di sacrifici e di adattamento, capacità di comprendere il territorio per riuscire a costruire case e ritagliare sentieri in simbiosi con esso. Oggi si è in parte persa questa dimensione, l'urbanizzazione moderna spesso si fa strada senza bisogno di instaurare un rapporto profondo con l'ambiente in cui si inserisce e gli abitanti non hanno più la natura come elemento chiave del proprio vivere, capace di influenzare i tempi e le relazioni. Questa tesi vuole porre l’attenzione su quali siano le attuali politiche rivolte alla montagna come luogo vivo, capace di intrecciare la dimensione ambientale a quella sociale ed economica. L'attenzione viene posta al versante occidentale delle Alpi ed al patrimonio in esso contenuto in termini di architettura vernacolare. Verranno indagate le criticità del vivere un ambiente difficile, avaro, ma anche gli aspetti positivi e la ricchezza che queste terre conservano ed offrono a chi ha la forza di mettersi in gioco. L'analisi si sposterà sulle attenzioni che oggi vengono rivolte a questi territori, anche dal punto di vista istituzionale, ed alle opportunità che è possibile cogliere per intraprendere una strada che conduca alla rinascita delle borgate. Con l'aiuto delle tecnologie oggi a disposizione si può pensare alle terre alte non più relegate ai margini ma capaci di vivere e di connettersi con le realtà che le circondano. La montagna è sicuramente un ambiente difficile ma come tale deve essere attentamente indagato per poterne cogliere le sfumature, per poter individuare dove è possibile inserirsi per ritagliarsi uno spazio di vita e di sviluppo. Come avviene spesso per i traguardi raggiunti con sacrificio anche riappropriarsi della montagna può essere un percorso intenso ed appagante in quanto è possibile costruire luoghi carichi di valore, in cui si intrecciano componenti naturali ed artificiali, in cui il segno lasciato dall'uomo è consapevole dell'ambiente che lo circonda ed è in relazione con esso, in un continuo dialogo. Progettare per una montagna viva vuol dire non solo adoperarsi per cercare di recuperare il patrimonio lasciato dall'uomo in questi ambienti ma anche capire come riallacciare questi luoghi alla società intesa come ambito esteso oltre i confini delle borgate, come restituire a questi spazi un ruolo di primo piano sul territorio. Gli edifici di molte borgate sono in una condizione di abbandono e la montagna spesso si ritrova confinata in una posizione di marginalità se rapportata alle aree che producono maggior reddito o garantiscono un più agevole sviluppo dal punto di vista urbano o dei servizi. Per poter fare delle valutazioni che non vedano la montagna relegata in secondo piano occorre inserire la componente ambientale nella scala di valutazione e diventa necessario uno sguardo capace di cogliere le potenzialità di questi luoghi per poterli valorizzare. La montagna per poter tornare a svilupparsi non deve chiudersi in se stessa e non deve cercare di ricostruire un passato del quale non esistono più le basi ma deve aprirsi al presente con l'ambizione di proporre spazi capaci di far vivere esperienze, luoghi ospitali in cui è possibile uscire da un contesto urbano pur rimanendo all’interno della società. Una riflessione che coinvolga questi territori alla ricerca di una ricucitura con le zone urbanizzate non può prescindere dall'analisi delle esigenze di chi vi si rapporterebbe e da una attenta disamina del punti di forza, elementi chiave su cui concentrare gli sforzi.
Progettare per la montagna vuole dire confrontarsi con numerosi fattori spesso non adeguatamente considerati come le condizioni al contorno, al fine di trovare la corretta sintesi di clima, forma e materiali.
Uno sguardo aperto e rispettoso del contesto, tradotto nel 1913 in elenco di regole per chi costruisce in montagna dall'architetto viennese Adolf Loos:
Non costruire in modo pittoresco. Lascia questo effetto ai muri, alle montagne e al sole.
Costruisci meglio che puoi. Ma non oltre le tue possibilità. Non darti arie. Ma non denigrarti neanche.
Fa' attenzione alle forme con cui costruisce il contadino, perché sono patrimonio tramandato dalla saggezza dei padri.
La pianura richiede un orientamento verticale dell'edificio; la montagna richiede un orientamento orizzontale.
Non pensare al tetto, pensa alla pioggia e alla neve.
Sei vero! La natura va d'accordo solo con la verità.
Non temere di essere considerato poco moderno. I cambiamenti delle tecniche costruttive tradizionali sono ammissibili solo quando comportano dei miglioramenti; in caso contrario, mantieniti ancorato alla tradizione.
COSA CUSTODISCONO LE NOSTRE MONTAGNE
In montagna il costruito è parte di un sistema che coinvolge numerosi aspetti, la storia degli edifici è strettamente intrecciata ai modi di vita degli abitanti delle borgate, ai mestieri svolti sul territorio e più in generale alla dimensione ambientale. Il territorio antropizzato che abbiamo ereditato della civiltà contadina ci racconta storie di lavoro e fatiche per conquistarsi uno spazio, un confronto che talvolta sfocia in un corpo a corpo con una natura che per concedere chiede in pegno grandi sforzi e sacrifici. La cultura materiale che ha generato questi luoghi è rapidamente scomparsa, incalzata dal fenomeno dell'industrializzazione che tutto ha travolto. I segni di questo rapido cambiamento sono evidenti sul territorio, come ferite in luoghi abituati a processi di trasformazione lenti, frutto di mediazioni e di attente riflessioni. Conoscere l'ambiente è la chiave per poter mettere in atto dei comportamenti responsabili, per poter costruire un dialogo profondo con ¡1 paesaggio. Quello che ha costruito con fatica la civiltà contadina è stato spesso dimenticato dalle generazioni attuali, figlie di una cultura differente ed ormai distanti da quello che Nuto Revelli ha definito il "mondo dei vinti"
Una definizione nostalgica ed al tempo stesso un po rassegnata di un mondo contadino che si riteneva dovesse scomparire per sempre, data negli anni in cui si assisteva allo spopolamento delle montagne. Per fortuna oggi si assiste ad un crescente interesse nei confronti della montagna, delle tracce e dei saperi di quel mondo ormai lontano ma non ancora del tutto perduto. Le terre alte conservano quei valori per i quali vale la pena lottare, custodiscono i ricordi di una civiltà con la quale è ancora possibile creare un legame, una continuità. Si assiste oggi ad un lento ritorno alla montagna, una riappropriazione di ambienti di vita non facili ma capaci di dare tanto a chi li sa capire, a chi ha la volontà di cambiare le cose ed al tempo stesso accetta di farsi cambiare. Si tratta di combattere una guerra contro lo sradicamento territoriale, contro una modernizzazione che non deve per forza coincidere con la perdita di identità, di diversità. Alcune recenti ricerche hanno lavorato sull'indagine delle motivazioni che hanno spinto i nuovi montanari ad intraprendere questo loro cammino fatto di lavoro duro, quasi da pionieri, ed in molti casi si è riscontrato un legame affettivo a quella cultura contadina che ha saputo creare questi ambienti, una sorta di orgoglio. Riuscire a cogliere l'eredità della cultura contadina non deve per forza coincidere con l'esatta riproposizione di quella società, occorre ripensare a quei valori per trasporli nella vita moderna coniugando i saperi della tradizione con gli attuali risultati ottenuti dalle tecnologie e dall'informazione. Si tratta quindi di ripartire dai margini per studiare nuove forme dell'abitare, mettendo in atto dei processi che mettano in discussione lo sviluppo come lo si è inteso fino ad oggi. La lezione che la montagna può insegnarci è quella di non limitarci ad inseguire il progresso ad ogni costo perché il rispetto per la terra passa per un percorso compiuto con lentezza e profondità, diffidando dalle facili scorciatoie o dalle semplificazioni superficiali. Ci si trova in una fase di cambiamento in cui ai ruderi della secolare civiltà contadina si sommano i più recenti ruderi industriali, seguiti da ancora più fugaci ruderi post-industriali fatti da costruzioni incompiute, opere mai finite nè utilizzate. I tempi di durata di queste opere dell'uomo si sono accorciati ed il consumo delle risorse naturali è stato sempre più rapido, in una iperbole che ci deve portare a riscoprire un rapporto sostenibile con il territorio. Di qui la sostanziale differenza tra rovine e macerie: secondo Georg Simmel la rovina conserva un fascino in quanto, pur essendo opera dell'uomo, viene percepita come prodotto della natura e questo fa si che non perda significato al venir meno della presenza umana. La maceria, per contro, è una traccia scomoda del passato in quanto segno immobile di un modello di progresso che oggi è in crisi, pur essendo ancora usato nei paesi più ricchi ed inseguito da quelli in via di sviluppo t3). In Italia il risultato di tale processo sono capannoni ed impianti industriali dismessi, edifici e periferie mai portati a termine. Le rovine sono invece luoghi dimenticati ed abbandonati, nuclei un tempo abitati che hanno visto venir meno la loro funzionalità ma che oggi possono essere il vettore per la ricucitura tra l'uomo e le sue montagne. All'epoca dei Grand Tour la rovina era segno materiale della presenza umana ed in quanto dimora del genius loci era meritevole di contemplazione. Lo scopo di questa tesi non è la trattazione di rovine da contemplare, bensì di luoghi dell'abbandono che in virtù del loro passato possano essere protagonisti anche del presente. Lo scenario in cui ci troviamo ci vede sempre più vicini ai limiti consentiti in quanto ad uso di risorse del pianeta, oltre al livello di sostenibilità sociale ed ambientale. Le Alpi occidentali in questo contesto devono lanciare un segnale di recupero della piccola scala, di filiere corte, di turismo sostenibile, di visione sistemica nei processi, in modo da spingere ad un ripensamento del modello dominante ed all'assunzione di una maggiore responsabilità nei confronti delle nostre azioni.
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