Chieri nell'Ottocento : studio delle trasformazioni della città tra piani e regolamenti
Ilaria Riva
Chieri nell'Ottocento : studio delle trasformazioni della città tra piani e regolamenti.
Rel. Laura Antonietta Guardamagna, Michela Benente. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Restauro E Valorizzazione Del Patrimonio, 2014
Abstract
INTRODUZIONE
Perché occuparsi della città dell’Ottocento?
Una risposta è illustrata nell’omonimo testo di Guido Zucconi1:
Sono tante le espressioni con cui può definirsi la città dell’Ottocento: da «città della rivoluzione industriale» a «città nell’epoca della crescita», da «città del progresso tecnico» a «città del ciclo haussmaniano» [...]. «Città di ieri» ci sembra però l’espressione più convincente, perché ci riporta ad un tempo non remoto e a una serie di immagini ancora percepibili.
Molti modelli assimilati nella città attuale sono infatti stati plasmati o perfezionati nel XIX secolo e fanno parte del paesaggio in cui oggi viviamo (tra questi, gli stabilimenti industriali, le stazioni ferroviarie, i caffè, gli impianti a rete, i quartieri di edilizia popolare, etc.
La città ottocentesca è caratterizzata da impulsi dinamici superiori rispetto al secolo precedente nel quale la città di antico regime poteva essere definita statica anche nei periodi di maggior vitalità economica e demografica. Questo dinamismo derivò in primis dall’aumento demografico che interessò tutta l’Europa, provocando l’afflusso verso i centri urbani di risorse e popolazione. Ciò avvenne in periodi e con intensità differenti a seconda del luogo di riferimento, ma decretò in ogni caso la predominanza della città rispetto alle campagne.
Anche in un centro relativamente piccolo come Chieri si possono notare i “segni” lasciati sulla città dal lungo Ottocento che modificò una condizione immobile da secoli.
Si legge su di un testo del Casalis: In questi ultimi tempi si compierono varie opere di pubblica utilità, fra cui sono a notarsi il coprimento del rivo Tepice che attraversa l’abitato in tutta la sua lunghezza e vi manda fetide esalazioni, e l’esterno abbellimento di molte case. Furono inoltre atterrate le antiche porte della città che le davano un aspetto triste e vi impedivano la circolazione dell’aria. Di modo che si rese assai delizioso l’ingresso dell’abitato, e si liberarono i passeggeri dal dazio che dovevano pagare per avere l’accesso o l’uscita dalla medesima nelle ore notturne. L’abitato di questa città è cionondimeno ancor suscettivo di molte migliorie sia dal lato di abbellimenti che da quello di pubblica igiene, ma il compimento delle opere necessarie ad ottenere questo scopo si effettuerà senza fallo della commissione d’ornato, la quale si nominò appositamente, e venne approvata con Regie Patenti del 27 marzo 1838 e confermata con R. Decreto del 5 ottobre 1855, i cui membri sono tutti animati da vivissimo zelo per far si che la città di Chieri acquisti quel lustro che ben le si addice. Perché gli abitanti di questa città potessero avere una più celere comunicazione con Torino e con Genova si restaurarono due strade, quelle cioè che tendono alle due stazioni della strada ferrata di Cambiano e del Pessione.
[...] Gli abitanti che nel 1774 sommavano soltanto a 10.574, salgono ora al numero di 13.430, le case sono 2.327 e le famiglie 2948. Questo breve passaggio offre molteplici spunti di approfondimento ed aiuta a comprendere come nel XIX secolo nuove tematiche diventino estremamente rilevanti.
A partire dalla fine del Settecento e per tutto l’Ottocento prendono piede progetti su larga scala quali:
- la definizione di nuove arterie stradali di collegamento col territorio circostante e con la ferrovia
- l’allargamento ed il rettilineo dei principali assi viari cittadini
- gli interventi sui corsi d’acqua che attraversano la città e sono spesso causa di esondazioni
- la demolizione ed il riuso dei beni confiscati agli ordini religiosi ad inizio Ottocento, a seguito dell’editto napoleonico, ed in seguito delle leggi Siccardi, a metà secolo
- la demolizione delle porte e delle antiche mura, ormai obsolete
- la costituzione di una commissione e di un regolamento completo ed organico per il decoro cittadino ( Commissione e Regolamento d’Ornato)
- la costruzione di servizi a rete per l’igiene e la sicurezza della città ( fognature ed illuminazione pubblica),
- l’allontanamento dal centro abitato di tutte le attività causa di malattie e contagi o minaccia per la sicurezza pubblica ( cimiteri, mattatoi, ospedali per malattie infettive, etc.). In questo periodo vengono progettate nuove strutture idonee ad ospitare tali funzioni.
La scelta dell’arco cronologico da indagare è dettata dal fatto che sono numerosi gli studi sulla Chieri medioevale, ma decisamente meno quelli sulle vicende più vicine a noi che, ad un’analisi più attenta, risultano non meno interessanti delle precedenti.
Con queste parole Guido Vanetti, autore di molte pubblicazioni relative alla città di Chieri, indica per quali ragioni si è poco indagato sulle vicende di età moderna: La storiografia locale, così attenta alle vicende dei liberi comuni medioevali e alla prestigiosa fioritura cinquecentesca dell’Università del fustagno, ha sempre trascurato, invece, gli eventi moderni, successivi, cioè, alla completa sottomissione del territorio allo Stato Sabaudo avvenuta a metà del XVI secolo. Questo orientamento, del quale pare responsabile la storiografia tardo ottocentesca, è dovuto ad una non obiettiva valutazione degli avvenimenti, in particolare di quelli relativi agli anni della rivoluzione francese e alla conseguente età napoleonica.
Più che di una non obiettiva valutazione degli avvenimenti credo però che si tratti di una questione di priorità sulle materie di studio che interessarono la storiografia ottocentesca italiana, fortemente influenzata dalla cesura dell'Unità d’Italia, che divise quasi esattamente in due il secolo.
Con l’unificazione iniziò quella che si può definire una nuova fase della storiografia italiana: si era concluso uno stadio importante del lavoro storico, funzionale alle istanze di guida del processo risorgimentale e ne iniziava uno nuovo che richiedeva rinnovamento metodologico e professionalizzazione. La conclusione fu che la storia del Regno d’Italia dovesse ora occuparsi anche della storia delle sue città, portatrici di ricchezza inesplorata che meritava di essere messa in luce. Dopo secoli di frammentazione politica della penisola, sotto il dominio straniero, solo un passato più remoto poteva a quell’epoca trovare l’essenza della tradizione italiana.
Per quanto riguarda la storiografia a proposito della città di Chieri, Renato Bordone ci illustra nel suo saggio, dal titolo eloquente, Mitologia dell’età comunale e ipoteca sabauda nella storiografia piemontese dell’Ottocento6, quali siano state le linee guida seguite.
Proprio la figura di Luigi Cibrario assunse in quegli anni un ruolo di primaria importanza anche per quanto riguarda la storia municipale, perchè nel 1827 lo studioso di origine chierese - ma di competenze non solo locali, in quanto autore nel 1846 dell’unica Storia di Torino ottocentesca - dedicò due volumi alle Storie di Chieri con documenti edite presso il libraio della R. Accademia delle Scienze di Torino. Chieri era stata nel medioevo un tipico esempio di ‘quasi-città’, in quanto aveva costituito un comune di non secondaria importanza in Piemonte, benché non fosse mai stata sedevescovile. Fin dalla prefazione appare tuttavia chiara l’impostazione municipale e a un tempo monarchica che caratterizza la sua opera e che ritroveremo anche in quelle dedicati agli altri centri; scrive infatti il Cibrario che «la città di Chieri... divise con gli Astigiani la gloria di aver disteso appresso i lontani popoli il proprio commercio e forse inventato l’arte del cambio, ... cinse il regai seggio de’ gloriosi principi di Savoia del più bel serto d’un’antica e generosa nobiltà, ... mostra nella magnificenza de’ monumenti sopravvanzati alle ingiurie del tempo quale fosse l’antica grandezza».
Tre elementi dunque giustificano l’interesse (e l’esaltazione) delle vicende di Chieri: quello comunale-commerciale (il Cibrario aveva spiccati interessi per la storia economica medievale, su cui scrisse nel 1839 un’importante opera), quello della nobiltà municipale, «serto» della monarchia (già il della Chiesa nel Seicento aveva parlato della «corona reale» formata dalle nobiltà provinciali piemontesi), quello dell’antica grandezza, attestata dalla magnificenza dei monumenti superstiti. Era un giudizio che senza dubbio nascondeva una forma di ‘complesso di inferiorità’ nei confronti dei grandi comuni regionali (...Chieri infatti «divise con gli Astigiani la gloria»), lamentando il silenzio degli storici: nonostante le sue importanti caratteristiche - prosegue infatti il Cibrario-, Chieri «non avea finor avuto la fortuna ... di veder tramandata alla memoria de’ posteri la noti- zia dei successi più memorabili dei secoli in cui si governò a comune». Il medioevo comunale della località appare dunque il fulcro dell’interesse a tesserne finalmente la storia, perché questa assenza
di studi è stata di recente la causa del fatto che «il celebre signor Sismondi ha ...tralasciato di farne parola nella sua storia delle repubbliche italiane». Il riferimento diretto all’Histoire des Républiques Italiennes du Moyen Âge di Si monde de Sismondi, pubblicata dal 1807 al 1817 e non ancora tra- dotta in italiano - lo sarà soltanto nel 1833 con il titolo significativo Storia del Risorgimento, de’ progressi, del decadimento e della rovina della libertà in Italia -, appare illuminante sulla cultura e sulle aspettative degli intellettuali di provincia piemontesi. [...]
La netta scelta del medioevo comunale come età per così dire mitica delle storie di quei liberi comuni che l’avvento dei Savoia aveva inglobato nel principato segna con chiarezza la differenza rispetto a quella storiografia ‘delle province’ che aveva caratterizzato il tardo Settecento e rispetto a quegli storiografi dagli intenti riformisti che l’avevano concepita come strumento di conoscenza per il buon governo. Ora è la ricerca dell’iden- tità locale a indirizzare gli studi, tanto più per le località minori che ne individuavano senza possibilità di dubbio l’origine nell’età comunale di cui ciascuna era stata protagonista, distinguendosi inconfondibilmente dalle altre, perché, osservava ancora Cibrario in chiusura del volume, la storia di Chieri dopo Carlo Emanuele I «non ha nulla che la distingua dalla comune patria». La distinzione comunale dunque diventava elemento caratterizzante del luogo, superando al tempo stesso la gerarchia dei comuni cittadini col presentarsi nella medesima condizione di quelli.
Comprese le motivazione della lacuna negli studi su Chieri per quanto riguarda il periodo preso in esame, ho dunque deciso di dedicarmi alla raccolta ed analisi dei documenti ottocenteschi custoditi nell’Archivio Storico della città. È così cominciato un viaggio nel lungo ottocento chierese, il cui fine ambisce ad essere non solo uno studio storico, ma anche uno strumento per conoscere le dinamiche che caratterizzarono la città e le sue architetture all’epoca. Ciò mi sembra ancora più importante al fine della conservazione e valorizzazione di tale patrimonio, che spesso giace abbandonato o viene cancellato dai “restauri” contemporanei.
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