Architetture senza volto : progetto di recupero di un centro storico in Sardegna
Fabrizio Felici
Architetture senza volto : progetto di recupero di un centro storico in Sardegna.
Rel. Anna Marotta, Tatiana Kirilova Kirova. Politecnico di Torino, Corso di laurea in Architettura, 2014
Abstract
INTRODUZIONE
Navigare lungo le coste del mare del sapere appare agli occhi del più inesperto viaggiatore come rotta di sicurezza. Evitare di allontanarsi dalle coste familiari, riconoscerne l’andamento, luci e parole in lontananza di cui ascoltare la ferma presenza garantisce un senso di apparente certezza, di velata consapevolezza. Vedo la fine di questo percorso nella facoltà di architettura come un mare a lungo esplorato, attraverso un'alternarsi di calme e tempeste, piccoli e chiari approdi teorici alternati a idee tanto complesse da costringere a continue variazioni della propria rotta. Come ogni lungo viaggio, anche questo ha richiesto un senso di smarrimento necessario alla comprensione della realtà in cui viviamo. Spesso serve lasciare le coste e spingersi oltre, fino a smarrirsi là dove ogni riferimento scompare e dove solo il piacere della fatica permette di scorgere nuove coste, nuovi punti di vista, nuovi orizzonti.
Non sempre questo risulta semplice o confortante, non sempre appare scontato e soprattutto non sempre porta i risultati attesi ma come ogni esperienza può essere di grande aiuto per comprendere meglio noi stessi e ciò che ci circonda. Affrontare il tema dello studio di un luogo è un viaggio importante e richiede un profondo lavoro scientifico e personale che si intensifica all’aumentare delle proprie relazioni con il luogo stesso. Baudelaire chiamava queste connessioni correspondances, frammenti del proprio modo di essere. È importante quindi, in questo caos, trovare degli strumenti capaci di una vera e propria spoliazione. Dimenticare progressivamente l'architettura e tutte le sue regole, allontanare ogni ideologia e lasciarsi guidare dalla propria memoria, da ciò che ha assorbito in questi anni, da ciò che ha ascoltato In giro per il mondo, da ciò che affiora magicamente commuovendoci ogni volta che riscopriamo quell’amore per il frammento, per il ricordo. Intendo iniziare questo viaggio senza nessuna destinazione, nessuna pretesa di dare risposte ad antiche domande ma con la sola speranza di tornare con un’idea più chiara del mondo e del mio modo di attraversarlo. Lascio quindi alla casualità ed all’imprevedibilità della realtà II senso finale di questo percorso. Lo guarderò da lontano. Quale porto scegliere da cui partire quindi? Quale mappa? Quali strumenti? Nella vastità di questo mare, l’avvicinarmi all’opera di Aldo Rossi è stato forse il modo più intimo e intenso per comprendere una realtà così fortemente legata al mio passato, le radici hanno un'incredibile capacità di saldarsi alla propria memoria e il riaffiorare di ricordi, pianti, risate, avventure di piccoli grandi esploratori sono strumenti preziosissimi che aiutano a delineare perfettamente ogni più pallida visione.
l tema del recupero di un luogo riguarda molti aspetti ma il primo di tutti è la precisa conoscenza del contesto di riferimento, una conoscenza costruita su scientifiche basi teoriche ma arricchita dalla percezione personale di quelle sfumature garantite dalla vita al proprio interno, dai trascorsi, le relazioni, i profumi, i colori. Questo piccolo paese barbaricino, pur mantenendo propri caratteri identitari, risente comunque di problemi trasversali e comuni a tutta la crisi architettonica contemporanea. Affronterò più avanti lo smarrimento di quel collante tra la memoria e lo sviluppo di forme proprie e rappresentative di essa. Questo caos concettuale, presente non solo nello sviluppo dell'architettura, riguarda un momento di smarrimento generale dell’uomo, proprio per questo ho deciso di partire da un piccolo contesto per cercare risposte a quesiti di carattere universale. La possibilità di estendere i risultati di una ricerca locale ad una scala globale sarà il criterio per valutare quanto le problematiche legate all’uomo siano comuni in tutto il mondo.
Questo ragionamento si basa sullo smarrimento nell’architettura e nell’arte di un punto di vista unitario e di una coscienza civile alla base del costruire. Prima di iniziare il mio percorso di analisi è necessario partire da alcune considerazioni fondamentali. In tutta la storia dell’architettura non è stata mai definita una vera e propria teoria al di fuori dell’esperienza classica. Si è cercato spesso di contestarla andando alla ricerca di nuovi sistemi teorici ma nessuno dei risultati ha saputo realmente rinnovarne gli assunti. Questo dimostra come la teoria classica si basi su due principali punti fermi. Il primo è il rapporto tra architettura e realtà, identificato da Hegel in modo definitivo: esso lega architettura e conoscenza e permette di identificare l’architettura come conoscenza e rappresentazione del reale. Il secondo invece riguarda l’intelligibilità delle forme, come obiettivo proprio ed insostituibile. Il fine ultimo dell’architettura è quindi la bellezza ed il bello è ciò che si
accorda con realtà e ragione. Da qui il problema della ricerca della forma capace di sintetizzare questo universo di significati.
La ricerca e l’aspirazione al tipo si basa sulla riconoscibilità di ogni carattere distintivo del contesto e delle sue basi teoriche. Una vera e propria tipizzazione, che permette di studiare tutti gli elementi fissi e ripetuti. Questo è il primo passo verso il raggiungimento di un ordine razionale che permetta di riconoscere ogni aspetto del reale. Ad esempio la casa e la sua tipizzazione nel corso della storia, la sua corrispondenza tra forma e cultura dell’abitare, una giustifica l’altra, una palesa l’altra. La cultura dell’abitare è un aspetto della nostra vita civile e la forma della casa, il tipo in cui questa si fissa la rende concreta ed evidente. L'esplorazione del tipo emerge trasversalmente fin dall’antichità: da Leon Battista Alberti al Filarete, da Francesco di Giorgio Martini al Palladio, sino all’era moderna con gli esempi di Loos, Le Corbusier, Mies van der Rohe. Il viaggio attraverso la forma si svolge con l’obiettivo di definire forme appropriate a ciò che si costruisce, nozione che deriva direttamente dalla mimesi con la natura. Il passaggio successivo è legato alla convenzione che viene stabilita sulle forme. Tutta la versione antropomorfica dell’architettura rinascimentale si basa sul concetto di individualità urbana, degli edifici e degli elementi architettonici. Essa consente agli architetti di superare l’analogia tra forme naturali e forme architettoniche. Attraverso questa nozione si trova una seconda natura, dotata di regole simili ma con forme proprie. Si spiega in questo modo l’orgoglio di Raffaello nel considerare ingenue le forme gotiche troppo simili a quelle naturali. Le forme architettoniche devono contenere i caratteri delle forme naturali, i rapporti tra le parti e la propria disposizione definiscono e rappresentano un’individualità. La ricerca di forme capaci di questa rappresentazione, senza che si possa aggiungere o togliere nulla.
Una delle considerazioni attorno alla quale ha ruotato questo studio è stata appunto il rapporto con le forme storiche e la contraddizione tutt’ora aperta tra chi le assume acriticamente quali modelli, davanti alla supremazia del momento storico a cui si riferiscono e chi, con maggiore coraggio riconosce in esse contenuti che si modificano nel tempo modellandosi in forme più appropriate alla loro rappresentazione. Il contatto costante con la storia mette a disposizione un sistema di forme riconoscibili dalla collettività e questo garantisce la sicurezza che la semplice analogia con la storia non consente alcun avanzamento.
- Abstract in italiano (PDF, 148kB - Creative Commons Attribution)
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Relatori
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