La dismissione industriale dal 1980 ad oggi : una rassegna della letteratura
Giorgio Colombo
La dismissione industriale dal 1980 ad oggi : una rassegna della letteratura.
Rel. Agata Spaziante. Politecnico di Torino, Corso di laurea in Architettura, 2010
Abstract
Il fenomeno delle aree industriali dismesse è emerso, negli anni Settanta, con chiara evidenza dapprima nei paesi maggiormente industrializzati, per tradizione come l'Inghilterra, la Francia, la Germania, gli Stati Uniti, venendo a significare un momento di grande transizione della società a partire dai suoi aspetti produttivi: si è passati dalla società industriale a quella post-industriale con una marcata accentuazione del settore terziario, creando i prodromi del processo detto appunto di terziarizzazione.
Le aree industriali dismesse testimoniano con la loro presenza/assenza la predominanza, a volte arrogante, dell'industria che, specialmente in città sviluppate sul modello fordista come Torino, aveva impostato, in base alle proprie esigenze, lo sviluppo urbano e l'immagine conseguente.
Tali aree al loro "apparire" si sono manifestate dapprima nei loro aspetti maggiormente problematici, salvo che per le aspettative di rendita fondiaria connesse alla loro posizione divenuta, causa l'espansione urbana, centrale o semicentrale in molte situazioni.
Si è quindi tentato di vedere le aree industriali dismesse esclusivamente come aree libere o facilmente liberabili in spazi territoriali ambiti dal mercato, forzando il mercato stesso quando tale visione non corrispondeva a realtà.
Quando tali operazioni non sono riuscite in tempi accettabili o quando si sono create situazione intricate a livello societario (proprietari falliti, eredi in lotta tra loro) i tempi di riconversione lunghissimi delle aree dismesse hanno dichiaratamente fatto emergere la loro situazione di abbandonate a se stesse e alla pubblica amministrazione che ha dovuto prenderle in carico, sia pure talvolta solo a livello d'intenzione, a causa del riverbero negativo generato dal loro degrado su un intorno più o meno vasto.
Mentre il processo di formazione di grandi e piccoli vuoti urbani aumentava sempre più la sua consistenza è "improvvisamente emersa nella coscienza collettiva la dimensione del fenomeno, il suo ritmo di crescita e la carenza di strumenti per affrontarlo, anche per effetto di alcuni casi emblematici divenuti argomento di discussione estesa ad un pubblico vasto e non specializzato (Lingotto, Pirelli Bicocca, ecc.)". (Spaziante 1996)
L'attenzione esercitata anche sui non addetti ai lavori ha avuto un feed-back di interesse da parte di ricercatori ed operatori che ha prodotto fino alla fine degli anni Novanta molti studi, sia pure con il limite di una scarsa sistematizzazione.
La tendenza più esplicita da parte dell'operatore pubblico, convergente con la linea d'azione dei privati è stata quella di affrontare il riutilizzo delle aree dismesse legandolo al caso singolo e quindi in modo occasionale e casuale non sovrastato da una visione più ampia e preoccupata del fenomeno in via più generale.
Nel frattempo la situazione economica generale era divenuta molto avversa agli investimenti che negli anni Ottanta erano parsi il più naturale sbocco della trasformazione di aree urbane dismesse: gli investimenti nel settore edilizio, in particolare nel terziario.
"Sono state così frenate le operazioni di riuso in precedenza fortemente sostenute da proprietari di aree ed operatori immobiliari e ciò ha contribuito a spegnere il dibattito che era stato molto vivacizzato anche dalla pressione esercitata da questi interessi: molte ricerche infatti erano state commissionate, non a caso, da istituzioni che li rappresentavano." (Spaziante 1996)
La parabola compiuta dagli studi in tale settore ha portato quindi a cercare di capire sempre meglio i diversi aspetti del fenomeno in questione partendo dallo studio di casi particolari e di grande evidenza o attraverso raccolte censuarie di dati poco omogenee tra loro perché di volta in volta svolte con obiettivi diversi da attori diversi.
Tale approccio, dalla metà degli anni Novanta, quando il dibattito ha ripreso vigore, non è più parso sufficiente perché i dati hanno necessità di essere confrontabili e spesso nonostante la loro marcata contestualizzazione non sono sufficientemente in grado di descrivere e di "spiegare" le potenzialità di un'area.
Se ne derivava l'utilità, ma anche la necessità di un censimento aggiornato e aggiornabile, che permettesse di integrare le ricerche già effettuate, che rendesse sempre più possibile, fattivo e non troppo complicato un confronto fra situazioni e momenti diversi, per creare un percorso di riflessioni, verifiche e proposte da adeguare costantemente all'evolversi dei processi di dismissione.[...]
II tema delle aree dismesse per le sue molteplici valenze ha intersecato le altre problematiche sulle quali si è appuntata l'attenzione degli urbanisti ma anche di sociologi, geografi, giuristi, ecc.
Il particolare valore di testimonianza di storiche modalità produttive e di condizioni di vita ad esse legate ha portato a considerarle un patrimonio industriale inteso nel senso archeologico-storico, quindi degne di una salvaguardia da ottenere attraverso il riuso, il recupero, il restauro precedentemente connessi ai centri storici collegandosi alla tematica della città esistente.
Inoltre, il problema del degrado nel quale versavano questi territori li ha resi protagonisti del tema della "riqualificazione urbana" anche se "è stato il cambiamento della società, il tipo di domanda che ha espresso e, soprattutto le condizioni oggettive del cambiamento socio-economico e demografico avvenuto che hanno di fatto portato alla scelta prioritaria della riqualificazione urbana in ogni paese d'Europa."(Gabrielli 1993)
La riqualificazione urbana è stata vista come l'occasione per ridisegnare e ridefinire parti rilevanti della città per riprogettarla insieme all'intera area metropolitana.
Ciò ha portato a dare attenzione alla possibilità di coordinare e superare la tradizionale scala comunale del piano regolatore con una serie di nuovi strumenti urbanistici perché la necessità pianificatoria in un'epoca avviata alla globalizzazione, della quale l'abbandono e la rilocalizzazione di attività produttive è effetto e testimonianza, non poteva che porsi in termini territoriali più ampi.
È però importante comprendere da un punto di vista storico e geografico le aree industriali dismesse; per il primo punto si tratta di capire le cause di tali dismissioni, per il secondo i diversi contesti nei quali si generano.[...]
La presente tesi vuole quindi ripercorrere in breve tali studi con occhio attento a Torino e a tutto ciò che ha saputo esprimere nell'ambito della governance e delle politiche territoriali proprio partendo dal problema principe che ha scardinato le previsioni e la filosofia sottesa all'idea di città dei Piani Regolatori precedenti: le aree industriali dismesse, infatti per poter giudicare i risultati conseguiti dagli interventi che hanno affollato il percorso italiano alla riqualificazione delle aree industriali dismesse, "è importante la chiara individuazione delle finalità che ogni operazione si è posta: è in rapporto agli obiettivi che si può comprendere e valutare l'efficacia delle scelte operate." (Spaziante 2006)
Relatori
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