Dismissioni delle aree industriali e rifunzionalizzazione urbana: la spina 1 in Torino
Andrea Becchio, Antonio Stelitano
Dismissioni delle aree industriali e rifunzionalizzazione urbana: la spina 1 in Torino.
Rel. Fabio Minucci. Politecnico di Torino, Corso di laurea in Architettura, 2006
Abstract
INTRODUZIONE
Durante gli anni ’70 del secolo scorso il modello di sviluppo industriale, che aveva per secoli segnato la crescita dei paesi occidentali, entra in crisi e prende avvio un complesso mutamento verso una società post-industriale. Questo processo, non ancora del tutto terminato, non sarà affatto indolore e segnerà profondamente le società e le città del mondo industrializzato. Si registrano ovunque pesanti cali dei livelli occupazionali soprattutto nella grande industria manifatturiera.
La produzione industriale continua a crescere, ma cambiano radicalmente i modi e i luoghi della produzione. La ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica consentono di produrre in modo diverso, con minore ricorso alla manodopera e in spazi notevolmente ridotti. Il gigantismo delle imprese di stampo fordista diventa ovunque antieconomico. Le nuove reti di comunicazione rendono superflua e costosa la localizzazione degli impianti all’interno dei centri urbani sempre più congestionati, spingendo le imprese a posizionare i propri stabilimenti in zone periferiche, utilizzando siti accessibili e poco costosi o addirittura in Paesi con costi della manodopera più bassi.
Il segno fisico più evidente di questa ristrutturazione è costituito da una moltitudine di siti industriali sottoutilizzati o abbandonati; spazi che fino a quel momento avevano determinato e caratterizzato lo sviluppo delle principali città industriali europee e statunitensi, vengono svuotati delle loro funzioni e abbandonati al degrado.
Si comincia quindi a parlare di vuoti a cui, nella maggior parte dei casi, si accompagna l’aggettivo “urbani” per la loro collocazione all’interno delle città, spesso in zone centrali.
Le cause dell’abbandono, seppure tutte riconducibili alla crisi del modello industriale di tipo fordista, sono tra loro assai diverse così come diverse sono le implicazioni sul territorio interessato dalle dismissioni.
L’effetto è devastante per intere comunità cresciute e consolidatesi all’ombra dei grandi impianti industriali. Ai cali dell’occupazione si accompagna un degrado dell’area occupata dagli impianti che presto si allarga a macchia d’olio verso le zone adiacenti.
Tuttavia, dopo una prima fase, vissuta dalle comunità interessate con molta preoccupazione, appare quasi subito con evidenza il possibile rovescio positivo della medaglia: le aree dismesse, soprattutto quelle situate nelle zone più centrali della città, possono trasformarsi in una preziosa risorsa.
I proprietari dei siti vedono, attraverso la loro rifunzionalizzazione, la possibilità di capitalizzare una significativa rendita di posizione. L’ampliamento delle città, avvenuto a ritmi vertiginosi nei decenni precedenti ha reso centrale e strategica la localizzazione delle vecchie aree industriali.
Gli amministratori pubblici vedono in questi enormi spazi la possibilità tanto ghiotta quanto inaspettata di rimodellare città sempre più congestionate e largamente deficitarie di aree da destinare ai servizi per la collettività.
Tuttavia dopo oltre due decenni dalla comparsa del fenomeno o meglio dal momento in cui si è cominciato a prenderne pienamente coscienza, le operazioni di trasformazione appaiono difficoltose , avvengono al di fuori di un quadro organico e in molti casi rimangono sulla carta.
L’interesse verso questo fenomeno nasce dalla constatazione che perlomeno nelle grandi città industriali, la pratica urbanistica degli ultimi anni sempre più spesso si è confrontata con il fenomeno della rifunzionalizzazione urbana partendo proprio dalle aree dimesse dalla produzione industriale.
Si è cercato di capire, attraverso testi , ricerche, tesi universitarie e articoli apparsi sulla stampa specialistica e non, quale sia stato l’impatto del fenomeno sulla società occidentale in generale e nel nostro Paese in particolare. Abbiamo riportato schematicamente gli approcci con cui gli studiosi hanno affrontato il fenomeno e i tentativi di classificazione di situazioni complesse e disomogenee seppure legate dal minimo comune denominatore della cessata attività industriale. Si è tentato di sintetizzare un dibattito che ha tenuto banco, seppure con fasi alterne di interesse, per oltre due decenni. Due decenni che hanno segnato profondamente la pratica urbanistica mettendo al centro dell’attenzione la riorganizzazione di intere città colpite dalla crisi e dal declino industriale.
Attraverso la descrizione dei programmi complessi si è cercato di classificare gli strumenti che lo Stato e le pubbliche amministrazioni hanno messo a punto per stimolare e favorire gli interventi sulle aree più degradate e non in grado di produrre quella quantità di rendita necessaria a stimolare l’interesse degli operatori privati.
Si è poi passati all’analisi del fenomeno dismissione nel torinese, ripercorrendo la storia del nostro territorio dalla prima industrializzazione fino al declino che ha caratterizzato gli ultimi anni. L’interesse per Torino, oltre che da motivi “pratici” nasce dal fatto che il suo percorso industriale ne ha segnato profondamente (più che in qualunque altra città metropolitana italiana) il carattere socio-economico e la morfologia. Inoltre il PRGC attualmente in vigore è stato approvato immediatamente dopo il quinquennio (1985-90) in cui l’attenzione al problema costituito dai vuoti ha raggiunto il picco più alto tanto che l’intervento caratterizzante, la Spina Centrale, è realizzato per intero su aree dimesse.
Infine abbiamo preso in considerazione una parte di città circoscritta, l’ambito 1 della Spina Centrale per valutare quale sia stato il percorso che ha portato alle trasformazioni in corso e le implicazioni che queste trasformazioni hanno ed avranno sul territorio interessato. In particolare, abbiamo raccolto, attraverso incontri-interviste con abitanti e rappresentanti dei quartieri interessati , opinioni utili a capire come gli interventi di trasformazione vengano percepiti dalla cittadinanza.
Relatori
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