Roma sventrata, demolita, bombardata : segni, tracce, questioni irrisolte di un passato recente : le ferite mai rimarginate di via dei Cimatori e piazzetta dell'Oro
Alberto Gnavi
Roma sventrata, demolita, bombardata : segni, tracce, questioni irrisolte di un passato recente : le ferite mai rimarginate di via dei Cimatori e piazzetta dell'Oro.
Rel. Cristina Cuneo, Monica Naretto. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Restauro E Valorizzazione Del Patrimonio, 2016
Abstract
PREMESSA
Ricordo come se non fosse passato nemmeno un giorno, l'emozione, la curiosità e la volontà di cercare di comprendere la realtà complessa di Roma, nata in me anni or sono e sempre alimentata dal mito che la circonda. La fama di un luogo, quello ove, come scrisse Goethe, "ovunque vado, scopro un mondo nuovo cose che mi son note: tutto è come me l'ero figurato, e al tempo stesso tutto nuovo"1 mi ha da sempre incuriosito profondamente. Come facilmente ci si può aspettare la prima Impressione che ebbi, ammirando la città eterna, fu di inevitabile sgomento, stupore e meraviglia per quelle grandezze di Roma che I turisti, viaggiatori e pellegrini di tutte le epoche hanno tanto celebrato. Ogni singolo monumento antico di Roma fu In passato glorificato, tessendovi attorno un insieme di aspettative e un'aura mistica, grondante ricordi ed immagini prodotte da chi venne a chinare il capo di fronte ai segni indelebili del passaggio di grandi civiltà e culture di cui siamo figli.
Visitai Roma per la prima volta relativamente tardi, solo due anni fa circa, dopo aver viaggiato in lungo ed in largo per il Nord Europa e aver vissuto sei mesi all'estero. Rientrato in Italia, decisi che era giunto II momento di vedere con i miei occhi quel mitico luogo noto come caput mundi. Oggi, voltandomi indietro, mi pare che a livello Inconscio, abbia volutamente rimandato un viaggio simile, poiché "inconsapevolmente" consapevole di dover giungere a una maturità ed una sensibilità che solo un bagaglio consolidato di esperienze può portare, prima di poter veramente "vedere" Roma. E in un uggioso mattino di marzo, sopraffatto da un'emozione che mi serrava lo stomaco e la gola, penso di esser riuscito a capire. Perso tra le migliaia di persone in visita ai Musei Vaticani, vagavo senza meta per le terrazze e i cortili che si susseguono all'interno del vastissimo complesso espositivo. Ancora ricordo la strana sensazione che provai là in mezzo alla moltitudine di persone, lingue, colori che mi attorniavano nei lunghissimi corridoi dei musei. Una sorta di stordimento mi colpì dopo aver finito il percorso di visita e aver posato lo sguardo sulle volte della Cappella Sistina. Vedevo la gente attorno a me, ma in realtà non la vedevo, sentivo i rumori e il vocio costante, ma non mi era dato di sentire. Muto e cieco, triste e felice, attonito e attento, conscio ed inconscio, sordo e recettivo, essere immobile e mutevole all'interno di coordinate spazio temporali che non riuscivo più a distinguere; camminavo senza rendermene conto, preso soltanto dalla confusione e dal mare di sentimenti, passioni e sensazioni che mi nasceva dentro e sommergeva pian, piano tutto. Brandelli e relitti di razionalità si perdevano tra i flutti, andavano alla deriva e annegavano in una tempesta dove lampeggiava una coscienza, la mia, che lentamente cercava di riprendere possesso del controllo. Più volte mi sono chiesto in seguito se quello stato d'animo fosse ciò che i Romantici definirono come il concetto di contatto con il sublime o se fosse Invece un momento di "rivelazione" e di esperienza dell'arte . Una strana sensazione mi accompagnò fino a tarda sera quel giorno, figlia di uno stato d'animo inquieto, che mi fece chiudere in un forzato mutismo gravido di riflessioni. Solo ora, a quasi d riesco finalmente ad analizzare quell'istanempo indefinito, durante il quale compresi di essere parte integrante dell'anima di "Roma", in un gioco di sovrapposizione di epoche, storie,figure, opere.
Oggi riesco a capire come questa città funzioni e vive. Essa è popolata da um mare immobile di sculture, mura sbrecciate, santi, quali riesce ad esprimere la sua vera essenza. Qua e pezcompone ne è parte integrante e insostituio sulle silenti figure che la abitano si scorge un che di sopiti volti, scolpiti secondtichi, non tradiscano mai la propria condizielle difficoltà del passato, della drammaticità detà di un futuro incerto. Esse sono parti Integranti della grande e posata anima che ovunque impera, regina incontrastata delle notti romane, spettatrice della difficile quotidianità della metropoli, mai pronta e mai preparaa e mai in atto. Le espressioni delle figure che occhieggiano dalle facciate dei palazzi, dai marmorei colonnati, dai tetti in cotto e dai rivestimenti in travertino, mostrano, in mezzo a tutte le passioni e al tumultuoso avvicendarsi della vita, una compostezza e un serafico distacco, "così come la profondità del mare rimane sempre tranquilla per quanto infuri la superficie". Ed ecco che subito alla mente mille immagini si condensano in una matassa, ora facilmente dipanabile. L'anima si scorge allora sul volto del Laooconte, il quale non tradisce il dolore che lacera invece il suo fisico, piega e contrae il suo ventre e imprigiona in una morsa ogni suo tendine. E tale è Roma, la cui indescrivibile bellezza e indicibile grandezza, vive in uno stato di equilibrio a volte precario, a volte più consolidato, tra le morse di una onnipresente, soffocante e decadente attualità; ove degrado e incuria aumentano, mediocrità e regressione tentano di avvinghiarla. Come i serpenti tengono avvinto il padre e i suoi due figli, immersi in un sonno profondo, così l'Urbe, ancora leva il capo fiero e sonnolento ai margini dell'Occidente, magnifico rudere di se stessa, in un'Italia metà discarica e metà giardino. Ogni giorno, violata, stuprata e colpita nell'intimo, viene esibita al mondo, che nelle sue carni profondamente e voluttuosamente affonda le dita, moderna Proserpina, tenuta in scacco dalla sua stessa fama. Risorta dalle proprie ceneri mille e mille volte, sfugge alla rovina trasformandosi costantemente, portando con se i segni delle volontà che la governano dall'alto, come Dafne, che venne tramutata da Penéo in uno splendido albero di alloro, nel tentativo di allontanarsi dall'irrefrenabile amore di Apollo. La domanda allora sorge spontanea, per quanto tempo ancora Roma riuscirà a sfuggire al suo Apollo, mutando se stessa in un sacro simulacro, sintesi di tempi remoti e di una realtà sempre più pressante?
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