Religion is back to the city
Elena Romanazzi
Religion is back to the city.
Rel. Anna Maria Cristina Bianchetti, Enver Kercuku. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Costruzione), 2015
Abstract
“Nel nostro palazzo si occupavano [di Allah] solo le domestiche e i cuochi. Certo iniziavo a capire che Allah riguardava non solo i poveri [...] tuttavia noi eravamo così fortunati da non sentirne la necessità” (Pamuk, 2006). Così Orhan Pamuk racconta il rapporto dei ceti medi agiati con la religione negli anni Sessanta: una faccenda per domestiche e cuochi. L’occidentalismo e la modernizzazione significavano un distacco dall’aspetto sacro e spirituale per rivolgersi ad una società disincantata e padrona del proprio destino, non più legato ad imposizioni di esseri superiori, sovrannaturali. I panorami disegnati mezzo secolo prima da Le Corbusier, che mescolano moschee, palazzi, cipressi e mare, sembrano definitivamente relegati in una dimensione conservativa e monumentale. La città guardava altrove.
Dopo cinquant’anni le cose sono molto diverse. Ad Istanbul e in Occidente la religione torna con forza riscrivendo la città e i suoi spazi, irrompe nuovamente nella sfera pubblica portando con se’ antichi modelli ed innovazioni creative, tanto è vero che “non sembra esserci un limite naturale alle possibilità creative religiose nel mondo urbano.” (Orsi, 1999, cit. in Cassani, 2013)
Una sfida contemporanea che devono affrontare le metropoli è la gestione della diversità culturale e religiosa all'interno degli spazi pubblici, che risultano oggi articolati secondo una pluralità di esigenze e che necessitano di essere organizzati e regolati in modo da affrontare efficacemente i cambiamenti sociali in atto.
Gli spazi dedicati alle pratiche religiose informano lo spazio pubblico, modellandolo, dandogli nuovi significati ed una nuova forza. Si tratta di spazi complessi, garanti del valore della libertà di coscienza e della diversità, che sono articolati per tempi, modi e pratiche differenti, e che hanno assunto il ruolo di catalizzatori, andando a tracciare alcuni siti di interesse e di densità urbana.
I luoghi di culto offrono, a chi si occupa di città, numerosi spunti sui quali riflettere: si presentano come spazi di prossimità, in grado di stabilire e creare legami tra persone; spazi plurali, utili al confronto con il prossimo. Si nota, infatti, in certe circostanze, come lo stesso luogo di culto sia fruito da persone di diversa cultura, dando vita a spazi permeabili di condivisione; spazi caratterizzati da un aspetto multifunzionale in grado di proporre servizi; poli magnetici che attirano a sé altri luoghi, dove, ad esempio, poter mangiare insieme un particolare cibo, secondo i dettami religiosi, oppure dove acquistare gli ingredienti per realizzarlo, dove passare il proprio tempo condividendo problematiche comuni, dove poter portare i propri figli in modo che ricevano un’istruzione religiosa oppure semplicemente dove possano passare il pomeriggio con i propri coetanei.
Sono luoghi talvolta visibili: chiese sontuose, luoghi sacri definiti secondo caratteristiche specifiche, caratterizzati da spazi fruibili anche all’esterno, talvolta celati, posti in strutture comuni e poco riconoscibili, come ad esempio appartamenti, ex aree commerciali o industriali o locali interrati. Oppure possono configurarsi come siti dichiaratamente legati ad un culto, fastosi e visibili, ma esternamente apparire immobili, quasi congelati, inutilizzati.
L’indagine di tali spazi, alla luce della mutata concezione dì spazio pubblico ed in considerazione dell’insediamento e della continua fioritura di nuovi poli religiosi, legati ai principali culti e non, può svilupparsi come argomento di particolare interesse.
I discorsi religiosi, le pratiche e le comunità, come i luoghi sacri, sono parte dell’esperienza urbana e contribuiscono a modificare il paesaggio. Antichi e nuovi “fuochi” che mutano lo spazio circostante, in modo eclatante oppure nascosto, ma mai indifferente agli occhi degli abitanti di quella fetta di territorio e soprattutto dei fedeli, che contribuiscono con le proprie azioni a dare un senso a località che apparentemente possono sembrare ordinarie.
Questa tesi indaga i luoghi di culto a Torino ed il modo in cui essi ridisegnano gli spazi pubblici della città. Torino è caratterizzata da un profilo di composizione della popolazione specifico, maggiormente variegato se paragonato a quello di altre città italiane.
I dati di cui possiamo disporre, ricavati dal sito dell’lstat, mettono in luce una situazione di lento e non costante aumento della popolazione residente in Città: nel 2011 le statistiche riferiscono di 872.367 residenti, per passare successivamente, nel novembre 2014 (ultimo riferimento disponibile sul sito, nella sezione popolazione residente - bilancio), al numero di 897.613, intercalando periodi di cali e di aumento, infatti nel mese di gennaio 2014 il numero di abitanti era superiore al dato di novembre dello stesso anno, pari a 902.137.
Tali dati si accompagnano alle statistiche riferite alla popolazione straniera residente a Torino. Si riportano i dati disponibili sul sito Istat (riferiti al 1° gennaio): per l’anno 2011 si contano 110.814 stranieri residenti, nel 2012 il numero cala lievemente, si calcolano 110.076 individui, nell’anno 2013 si rileva un nuovo aumento raggiungendo il numero di 117.533.
II Comune di Torino indica sul proprio sito internet il numero di stranieri presenti al 31.12.2014, pari a 138.076, un dato quindi in aumento. Si tratta, sia per i dati riferiti dal Comune che per i dati dell’lstat, di numeri ufficiali, che non prendono in considerazione la totalità di stranieri presenti sul territorio, ma solo coloro che vi risiedono in modo regolare, la fonte è infatti l’Archivio Anagrafico della Città.
Il Comune specifica inoltre il Paese di origine dei nuovi abitanti della Città: la comunità più numerosa risulta di origine romena (54.775), seguono la popolazione di origine marocchina (19.193), peruviana (8.858) cinese (7.137), albanese (5.986), egiziana (4.744), moldava (4.680), nigeriana (4487) filippina (3.762), bengalese (1339). Queste sono solo alcune delle comunità che si sono stanziate In Torino, quelle numericamente più forti. L’elenco presenta in realtà moltissime località di provenienza, che prendono in considerazione differenti siti legati a ciascuno dei cinque Continenti.
Ognuna di queste comunità è portatrice di una serie di valori e di una cultura propria che tende a rappresentare anche nella città di destinazione. Ed è così che queste popolazioni portano con sé anche la propria religione, cercando di integrarla nel contesto ospitante. Ovviamente la presenza di religioni estranee a quella cattolica, di preponderanza nel nostro Paese, non sono solo dovute ai flussi migratori, ma anche a conversioni ed a confessioni differenti professate dalla popolazione autoctona.
La ricerca ha innanzitutto costruito delle mappe dei luoghi religiosi a Torino. Un’indagine paziente, svolta nei mesi compresi tra settembre 2014 e gennaio 2015, che ha prodotto la prima parte del lavoro intitolata GEOGRAFIE. Le mappe hanno portato a costituire un atlante dei luoghi di culto a Torino raccogliendo dati sulla presenza nel territorio cittadino di otto confessioni. Si sono individuate le chiese cattoliche (e quelle cattoliche per stranieri); le chiese evangeliche; quelle ortodosse e orientali; le sale del regno dei testimoni di Geova; la sinagoga; i centri islamici e le sale di preghiera; i centri di culto buddisti; la chiesa di Scientotogy. Il posizionamento di tali luoghi all’interno della mappa della Città, ha consentito di sviluppare alcune riflessioni in merito alla scelta dell’ubicazione ed in merito alla rete di attività che si creano intorno al centro di culto.
Nella seconda parte si sono approfondite alcune QUESTIONI attraverso l’esplorazione di casi. Sono state esplorate in particolare le questioni relative alla visibilità, alla prossimità e alla protezione dei luoghi di culto. Nel dettaglio si sono identificati alcuni “casi studio” che hanno contribuito alla riflessione: si tratta di casi di opposizione che mettono in mostra come tali questioni non caratterizzino una condizione univoca di culto.
L’intento che ha mosso la ricerca è stato quello di affrontare le complesse situazioni generate dalla localizzazione dei luoghi sacri e dalle loro reti urbane. In altri termini si tenta di ricostruire alcuni tasselli delle nuove città che le religioni stanno oggi ridisegnando nel nostro Paese.
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