(Ri)pensare il costruito : ipotesi progettuali per il palazzo dei lavori pubblici e l'area archeologica della porta palatina
Michele Canevese, Marco Di Venti
(Ri)pensare il costruito : ipotesi progettuali per il palazzo dei lavori pubblici e l'area archeologica della porta palatina.
Rel. Silvia Gron. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Restauro E Valorizzazione), 2014
Abstract
RIPENSARE IL COSTRUITO
Riflettere sui propri spazi edificati al giorno d’oggi è operazione fondamentale per qualunque contesto urbano, a maggior ragione se si pensa che in Italia la maggior parte degli interventi edilizi interessa il patrimonio esistente . Ripensare significa rivedere le modalità organizzative e logistiche della città, le metodologie di rifunzionalizzazione e restauro, gli obiettivi degli spazi comuni e dei vuoti urbani. In determinati casi esercitare una critica analitica, scomponendo iter storici e progettuali in soluzioni puntuali, porta alla messa in discussione dello spazio fisico in funzione del raggiungimento di determinati obiettivi, quali aumento di qualità della vita, aumento della coesione sociale e dell'integrazione, valorizzazione degli spazi pubblici. La sintesi di tale processo nel caso della tesi proposta, ha portato a considerare la peculiarità del sito scelto, l'area delle Porte Palatine ed il Parco Archeologico e gli elementi del contesto, primo fra tutti il Palazzo dei Lavori Pubblici, come spunto per un vero e proprio processo di decostruzione degli elementi urbani. Se tale ragionamento vale a livello assoluto, esso viene investito di nuovi significati quando il contesto è rappresentato dal centro storico di una città italiana, per il valore culturale ed identitario che esso si porta dietro.
Il termine "decostruttivismo" è più interessante della sua traduzione architettonica, nella quale esso non significa de-costruire ma, all'opposto, costruire in stile de-costruttivista. Se invece, più semplicemente, fosse preso alla lettera, assumerebbe un valore molto più pregnante in relazione alla città attuale. Allora lo si potrebbe intendere come necessità di tornare sul costruito per ripensarne destinazioni d'uso e rapporti. La decostruzione potrebbe intendersi come un’azione programmatica sul costruito volta a ripensare invece che ad aggiungere, a ridefinire il carattere dell'esistente non in termini stilistici, ma di diversi rapporti tra pieno e vuoto nello scacchiere urbano. La decostruzione implicherebbe un approccio critico nei confronti del costruito attuale, critica che, stante l'assioma della crescita continua, non può che restare sospesa fino a quando la città continuerà a crescere senza perché. È quando si decide cosa rifunzionalizzare che si esercita una critica.
Lo spunto per la scelta del tema oggetto della nostra tesi è arrivato da una integrazione al Piano Regolatore della città di Torino inserito all'interno delle Norme Urbanistiche Edilizie di Attuazione del 2011. In tale integrazione l'area del Parco Archeologico ed il suo intorno vengono indicati come irrisolti, "una sequenza di spazi privi di definizione". Tra gli obiettivi delle NUEA, la promozione di un concorso di idee in grado di valorizzare e ripensare il Parco Archeologico, la pedonalizzazione di via XX Settembre e la possibilità di nuove edificazioni e demolizioni. La città dunque si interroga, a pochi anni di distanza dall'ultimo intervento del 2006, sulle incongruenze dell'area, sicuramente la più grossa lacerazione nel tessuto urbanistico del centro storico di Torino.
In virtù degli aspetti metodologici enunciati prima, la volontà è stata quella di maturare un atteggiamento progettuale preciso, frutto di una riflessione sul ruoli degli elementi urbani, sul significato di spazio pubblico e di tutela, sul ruolo dei presidi culturali e su come tutti questi aspetti possano legarsi e interagire con il fine di riqualificare ed aumentare coesione sociale.
Il primo passo, su scala urbana, è stato rivedere il concetto di parco archeologico in funzione del contesto urbano, inserendo elementi progettati per supportare attività pubbliche, abbattendo le barriere architettoniche per garantire permeabilità e garantendo tutela e valorizzazione ai reperti archeologici. Al contempo è stata ipotizzata una nuova funzione per il Palazzo dei Lavori Pubblici, prevedendo l'inserimento di una biblioteca di nuova concezione, ispirata alle più innovative strutture europee e mondiali.
Tale sfida è stata senza dubbio l'aspetto più complesso del progetto, viste le criticità del progetto originale e il continuo dibattito di cui l'edificio è stato oggetto. Tale dibattito è stato tuttavia elemento chiave nel processo progettuale: dalla sua analisi sono partire le operazioni di scomposizione e ricomposizione dell'oggetto architettonico. Per tali operazioni è stato necessario approfondire le motivazioni progettuali originarie, il contesto degli strumenti urbanistici del dopoguerra, il susseguirsi di varianti e modifiche in corso d'opera, sospendendo il giudizio architettonico a favore di una maggiore comprensione del costruito. Il "Palazzaccio" a nostro modo di vedere non è "bello" o "brutto", non rovina la Piazza San Giovanni, non merita nè l'abbattimento nè l'oblio. È un oggetto architettonico complesso, la cui storia merita di essere compresa ed assimilata per poterne delineare gli scenari futuri, perchè solo dalla comprensione di determinate dinamiche possono emergere le potenzialità del costruito.
L'opinione che si è costruita nel tempo , come risultato del lavoro progettuale, è che i due elementi, Palazzo dei Lavori Pubblici e Parco Archeologico, non possano essere risolti separatamente, ma vadano integrati in un progetto comune che permetta ai due elementi di valorizzarsi a vicenda. Nel nostro caso, la biblioteca deve fungere da promotore di offerta culturale e coesione sociale, permettendo quel proliferare di valori sociali che permettono la nascita di uno spazio pubblico. Allo stesso tempo lo spazio pubblico e il parco devono mettersi al servizio di tale missione, permettendo il raggiungimento dell'obiettivo.
La proposta di rifunzionalizzazione del Palazzo dei Lavori Pubblici è passata dunque attraverso una serie di sfide: prima fra tutti una riflessione, che occupa un capitolo dedicato, sul ruolo della biblioteca pubblica nella società contemporanea e sugli scenari possibili per la biblioteca del futuro. Le altre sfide, di carattere più architettonico, hanno riguardato la rifunzionalizzazione della struttura, formata da uno scheletro in CA dalla pilastratura piuttosto fitta e da altezze degli ambienti spesso incompatibili con funzioni altre, la gestione degli accessi, il rapporto con il parco, il disegno delle facciate su via Porta Palatina e su Piazza San Giovanni.
Relatori
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