Il progetto di restauro e risanamento conservativo della villa "Il maggiordomo" di Grugliasco : indagine storica e recupero dell'apparato decorativo
Elisa Bellan
Il progetto di restauro e risanamento conservativo della villa "Il maggiordomo" di Grugliasco : indagine storica e recupero dell'apparato decorativo.
Rel. Jean Marc Christian Tulliani, Antonio Rava. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Restauro E Valorizzazione Del Patrimonio, 2014
Abstract
Percorrendo la Strada del Portone che, attraversando l’antica frazione Gerbido, collega la periferia sud-ovest di Torino al territorio di Grugliasco, il paesaggio suggestivo dei campi viene ben presto interrotto dagli edifici industriali dislocati ai margini della carreggiata, che nascondono alla vista le montagne vicine e contrastano con le cascine storiche, visibili dalla strada e ancora ben conservate. Non ci si potrebbe mai aspettare che dietro a questa barriera di fabbricati si nasconda, delimitato da un’alta cancellata che ne occlude la vista, un patrimonio di bellezza e importanza di gran lunga superiore agli edifici rurali circostanti e tuttavia abbandonato e prossimo al collasso.
Si tratta della villa “Il Maggiordomo”, un tempo circondata da uno splendido parco e da edifici rurali
Nonostante gli storici l’abbiano sempre segnalata come un gioiello dell’architettura barocca torinese, a cominciare da Amedeo Grossi che già nel 1741 la considerava come «uno dei palazzi meglio architettati di quei contorni» , la villa ha rischiato di crollare completamente. La perdita delle coperture e la conseguente esposizione della struttura all’azione degli agenti atmosferici, in particolare dell’acqua, hanno infatti generato un elevato tasso di umidità e la disgregazione dei materiali, nonché la crescita di piante infestanti all’interno delle murature e dei locali. La principale causa di degrado deriva dalla presenza di un nucleo terroso di cui è costituita la malta dell’intonaco che, in presenza di umidità, ha provocato lo sgretolamento del materiale e la distribuzione di una fitta rete di radici tra gli strati di intonaco, causando un distacco tra gli strati di finitura e il supporto murario con la conseguente caduta e perdita degli stessi.
Il reperimento della terra all'interno dell’intonaco ha permesso di collocare la datazione dell'edificio al XVII secolo, periodo caratterizzato, com’è noto, da una limitazione della quantità di calce (prodotta localmente con un quantitativo annuale) che, non risultando sufficiente a fronte dell’elevato numero di cantieri intrapresi in Piemonte, si ritrova principalmente nelle residenze reali e viene invece sostituita dalla terra per la costruzione degli edifici considerati “minori” . Fortunatamente, la volontà di un giovane imprenditore ha permesso di recuperare la villa prima che fosse troppo tardi attraverso un “pronto intervento” mirato a fermare l’avanzamento del degrado con il consolidamento delle volte interne e degli apparati decorativi, rimasti stranamente in buono stato di conservazione. Se non si fosse intervenuti subito, le volte sarebbero crollate e, di conseguenza, anche le strutture murarie, comportando la perdita di una testimonianza storica e culturale, tecnica e decorativa di grande importanza per la tradizione architettonica barocca del Piemonte. Ad accrescere il valore della struttura sono le notevoli somiglianze con il coevo Palazzo Carignano di Torino, i cui elementi di confronto hanno portato da sempre alcuni studiosi guariniani ad attribuire il progetto della villa al cantiere di Guarino Guarini.
Alla luce di queste premesse indispensabili, questo lavoro di tesi intende dare un contributo alla conoscenza di tale manufatto architettonico. Si analizzano le caratteristiche che lo rendono degno di nota nel panorama delle ville seicentesche del territorio piemontese dal punto di vista artistico, culturale e storico (soprattutto in relazione al cantiere di Guarini). Si vuole inoltre mettere in luce l’assurdità del deterioramento a cui l’edificio è stato per anni sottoposto, evidenziando l’importanza della sua conservazione e della sua valorizzazione.
Il tema si è sviluppato a partire dal cantiere di messa in sicurezza degli apparati decorativi della villa, evento fondamentale che ha aperto la strada alla possibilità di un restauro definitivo e che ha innestato un lavoro interdisciplinare di conoscenza del manufatto da parte di diverse professionalità, volto alla salvaguardia dell’edificio seicentesco in relazione alle modifiche importanti avvenute per opera dell’architetto Carlo Ceppi agli inizi del 1900.
La partecipazione diretta all’esecuzione dei lavori (attraverso un tirocinio curriculare della durata di due mesi) ha permesso di stilare una sorta di “diario di cantiere” in cui sono descritti in maniera puntuale gli interventi svolti e le scoperte emerse in corso d’opera, sulla base delle quali si è orientata contemporaneamente la ricerca storica.
Il lavoro si contraddistingue proprio per essere sviluppato parallelamente su due fronti: l’indagine archivistica e l’analisi della consistenza materica e del degrado del manufatto, nell’ottica di scoprire ulteriori indizi in grado di rendere sempre più verosimile l’attribuzione della villa a Guarini.
La scarsità di documentazione relativa alla famiglia Savoia-Carignano (in parte conservata all’Archivio di Stato di Torino e in parte al Quirinale) e alle vicende relative all’opera di Guarini per il Palazzo di Torino, insieme alla perdita degli archivi delle famiglie Napione e Dellala, appartenenti alla corte sabauda e proprietarie dell'immobile di Grugliasco, hanno contribuito a rendere ardua l’indagine. Di conseguenza, come mi è stato confermato dai responsabili dell’Archivio di Stato di Torino nel corso dei numerosi colloqui effettuati, la possibilità di reperire le carte del progetto originario della villa è ad oggi pressoché nulla.
Si è cercato dunque di acquisire informazioni sull’edificio originario attraverso il confronto continuo tra lo stato attuale e i documenti storici pervenuti, in particolare le descrizioni riportate negli atti notarili nel corso dei numerosi passaggi di proprietà, le carte catastali e le notizie, seppur scarse, relative al restauro effettuato dall’architetto Carlo Ceppi sulla struttura. Tale intervento ha modificato irreversibilmente le caratteristiche dell’edificio, intrecciandosi con la preesistenza in modo quasi mimetico.
A fronte della complessità e dell’incertezza della tematica intrapresa, un contributo importante è stato dato da una tesi di laurea sulle ipotesi di attribuzione della villa in questione che riporta le notizie di Giovanni Chevalley, allievo dell’architetto Ceppi, circa la datazione novecentesca della volta del salone centrale al piano terra, originariamente a doppia altezza.
Questa informazione ha incentivato la ricerca in situ della morfologia delle malte e dei mattoni della copertura voltata, resa possibile dalla necessità di rimuovere gli stucchi pericolanti e fortemente ammalorati della parte centrale della volta per i lavori di consolidamento. Si è rilevata la presenza di una malta differente e semi-cementizia in corrispondenza della volta e di mattoni forati e tavelle, elementi che hanno confermato la datazione novecentesca della copertura del salone, accertando la veridicità delle informazioni storiche, finora non ancora verificate. L’emergere di questo dato ha evidenziato la necessità di indirizzare la ricerca storica verso i disegni del progetto di Carlo Ceppi per ottenere notizie circa lo stato della struttura antecedente i lavori così da avere una chiara lettura delle stratificazioni storiche e da rilevare eventualmente ulteriori elementi di carattere guariniano.
L’indagine, eseguita presso gli archivi pubblici e privati, ha permesso di entrare in rapporto con i soggetti proprietari dell’immobile dagli anni del restauro fino agli anni del suo abbandono; ma soprattutto ha costituito la possibilità di consultare direttamente i disegni non identificati dell’architetto Ceppi presso l’archivio privato della famiglia dello stesso.
Dopo ripetute ricerche svolte su diversi fronti, la totale assenza di disegni di Ceppi in merito al restauro, probabilmente andati persi con i passaggi di proprietà, ha portato a intraprendere la strada del confronto stilistico e materico con Palazzo Carignano. Questa si è rivelata la modalità più consona per identificare i materiali e le tecniche adottate nella costruzione della villa e ha confermato la contemporaneità dei due cantieri e la presenza di elementi comuni, incrementando gli indizi a favore dell’appartenenza del progetto al cantiere dell’architetto della famiglia reale.
A fronte degli interrogativi che sussistono tuttora su Palazzo Carignano, il tema del confronto con la villa di Grugliasco ha risollevato un’irrisolta problematica, ovvero la questione tuttora dibattuta della mancata intonacatura del Palazzo, dovuta per alcuni a una successione di eventi tra cui la morte di Guarini, l’esilio del committente e la già citata mancanza di calce, fattori che hanno portato a lasciare la facciata con il paramento in mattoni a vista.
Considerando anche questo aspetto, la villa “Il Maggiordomo” acquista sicuramente un valore aggiunto in quanto il mantenimento delle finiture originali potrebbe suggerire (naturalmente in modo semplificato e in scala inferiore) l’aspetto che avrebbe potuto assumere Palazzo Carignano se fosse stato completato con l’applicazione dell’intonaco e dello stucco decorativo.
Il mancato ritrovamento delle carte di progetto rende complessa la questione della scelta da adottare per il restauro, in quanto ad oggi sembra improbabile riuscire a rispondere ai molteplici interrogativi tuttora esistenti sull’aspetto originale dell’edificio. Nello stesso tempo il grave deterioramento della struttura impone un intervento immediato di salva- guardia delle murature e delle stratificazioni ormai storicizzate, mirato a eliminare i fattori di degrado che hanno alterato l’edificio e a far emergere i caratteri guariniani superstiti della costruzione.
Si è dedicata quindi particolare attenzione al futuro dell’edificio prendendo in esame i progetti esistenti e mettendo in luce tutti gli elementi emersi nel corso della ricerca e ritenuti imprescindibili per un restauro adeguato.
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