Jordan shelter summerization : la permanente temporaneità nel progetto dei campi per rifugiati
Stefano Scavino
Jordan shelter summerization : la permanente temporaneità nel progetto dei campi per rifugiati.
Rel. Paolo Mellano, Riccardo Balbo, Riccardo Vannucci. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per L'Ambiente Costruito, 2013
Abstract
Oggetto, strumenti e ragioni della tesi.
Molteplici sono i modi per comprendere le ragioni di un progetto ed estrarne conoscenza Jordan Shelter Summerization è uno dei tanti, con un nome che racchiude in sé dati basilari di un’esperienza da cui ha avuto origine e su cui si è sviluppato. Il tecnicismo lessicale al limite della cripticità espresso dal titolo sottende uno scenario di intervento altamente strutturato e gerarchizzato, quello dei campi per rifugiati, all’interno del sistema della cooperazione internazionale per l’emergenza. Al contempo le informazioni palesate dal titolo sono semplicemente tre. In primis il luogo per cui il progetto è stato sviluppato, la Giordania, in particolare il campo rifugiati Zaatari, che a partire dal 2012 riceve un (lusso costante di migliaia di profughi in fuga dalla guerra civile nella confinante Siria. La seconda informazione è l’oggetto dell’intervento, lo shelter, ossia l'abitazione temporanea fornita ai rifugiati nel campo. La terza è l’obiettivo del progetto, la summerization, ovvero la ricerca di soluzioni per il miglioramento delle condizioni microclimatiche estive degli shelters. L’investigazione sul progetto è stata condotta da due prospettive non concomitanti, spilla del partecipante e quella dell’osservatore. Nel mese di aprile 2013 si è svolta la parte operativa e fondante di partecipazione al progetto nell’ambito di un tirocinio affrontato a Roma presso FARE studio, realtà che lavora frequentemente in contesti di cooperazione internazionale. In questa prassi lo studio opera osservando il mondo da luoghi dove apparentemente l’architettura non ha ruolo, inteso come modo effettivo di riflettere sul senso ed il futuro della disciplina (o le sue mancanze e inadeguatezze). Il riferimento operativo dello studio non è ad un attivismo umanitario neutrale, bensì ad una serie di presupposti etici, che, qualificando l’offerta, vale a dire sviluppando innovazioni tipologiche con tecnologie robuste, consolidate e locali, rivolgono i progetti ad utenti finali in reale sofferenza, in contesti dove la scarsità è sistematica, non legata alle condizioni circostanziali, ma sostanziale e endemica (Vannucci, 2013). Al momento del tirocinio lo studio stava iniziando ad occuparsi della consulenza ad una ONG attivi al campo Zaatari per proporre soluzioni per la summerization. Per chi scrive si è trattato di conoscere e applicare un modus operandi e strumenti progettuali inesplorati, un tuffo nella realtà di un ambito remoto e sconosciuto. Questo ha permesso di raccogliere un'ingente mole di dati non strutturati e di osservare una serie ed criticità, con la guida di Riccardo Vannucci, sulle modalità di gestione e attuazione non solo del particolare progetto di summerization, ma anche del sistema intemazionale politico, burocratico ed economico legato ai campi rifugiati. Da questo deriva una gestione spaziale e temporale dei campi che solleva forti dubbi, anche ad occhi inesperti. La permanente temporaneità nel progetto dei campi per rifugiati ha cause legate ad una visione dell’architettura (quindi dello spazio costruito) assimilabile ad una merce, di cui è sufficiente garantire l’approvvigionamento indipendentemente dalla qualità della stessa. Il design dei campi è sottoposto a vincoli istituzionali e pragmatici che impongono che il campo non sia un insediamento permanente, nella sua morfologia, nelle modalità insediative, nei materiali da costruzione. La realtà rivela però che la maggior parte dei campi resta aperta per un tempo imprevedibile, sempre decisamente superiore rispetto all'iniziale idea di temporaneità. Questo ha conseguenze rilevanti sulla vita dei rifugiati, costretti a vivere in una situazione di deriva liminare (Bauman, 2004, p. 95), senza poter sapere se questa sarà transitoria permanente, dove i diritti, da quello di cittadinanza fino a quello all'abitare sono negati, o surrogati sotto forma di aiuti umanitari con implicazioni da verificare. La condizione di deprivazione in cui forzatamente si ritrovano i rifugiati si materializza in uno spazio insediativo, il campo, dove pare siano state prese tutte le misure per garantire la loro esclusione dal diritto di cittadinanza e di autodeterminazione.
Sulla base di questi fondamenti nei mesi successivi ad aprile 2013 è stata sviluppata la prospettiva dell’osservatore, concretizzandosi nella stesura di questa tesi. L’obiettivo è stato mettere a sistema i dati derivanti dall’esperienza vissuta in studio per poter verificare le ragioni e la natura delle criticità contingenti (legati all’eccezionalità del campo Zaatari) o strutturali (derivanti dai protocolli internazionali di progetto, uso e gestione degli spazi allestiti per la vita dei rifugiati), ed utilizzare queste verifiche come strumento di lettura più consapevole della possibile incidenza della summerization sulla realtà del campo. La verifica delle criticità è avvenuta per confronto tra presupposti teorici e ideologici, loro applicazione nel design del campo e attuazione nella realtà. Le tre parti che compongono la tesi, sistema, scenario e progetto, procedono in un graduale percorso di avvicinamento dal globale (sistema dell’umanitarismo), al particolare (il progetto di summenzation). Il sistema è analizzato con considerazioni generali, approfondimenti sul vocabolario, sulle modalità operative e sulle contraddizioni dell'umanitarismo e con analisi derivanti dalle scienze sociali che frequentemente si occupano di rifugiati e della loro estrema condizione umana e giuridica. Successivamente l’indagine si fa più specifica tentando di comprendere che cosa significa e implica status di rifugiati e perché la più praticata soluzione insediativa per queste persone è il campo pianificato. I modelli e la prassi di design dei campi per rifugiati sono poi identificati tramite una cronologia della letteratura tecnico-gestionale, ovvero le principali linee guida per la progettazione di campi e i testi di riferimento a partire dagli anni Settanta. Lo scopo di questa sinossi è astrane un modello teorico corrente di camp design da utilizzare successivamente come termine di confronto con Zaatari. Lo stesso processo è seguito per gli shelters, ma in modo più circostanziato, ricorrendo, tramite interviste, ai pareri di operatori qualificati nella gestione e progettazione dei dispositivi abitativi per le emergenze, in relazione alle scelte specifiche attuate a Zaatari. Si apre quindi la seconda parte della tesi, dedicata allo scenario di progetto, ovvero il caso specifico del campo Zaatari., e al suo grado di rispondenza alle teorie precedentemente analizzate. Alle quantificazioni e specificazioni sulla morfologia e la natura del campo segue il confronto, a scala urbana, tra modello teorico di camp design corrente individuato, il masterplan disegnato per Zaatari, e l’attuazione di questo in relazione ai comportamenti degli utenti principiali, i rifugiati, e al tempo. Quest’ultimo confronto viene impostato anche a scala micro-urbana sugli shelters ed il loro utilizzo. L’obiettivo è quello di fornire elementi per comprendere e valutare le eventuali inadeguatezze di un modello di gestione dello spazio ed il grado di rispondenza tra questo e le esigenze dei rifugiati. Inadeguatezze che dipendono dalla visione che le istituzioni intergovernative e le organizzazioni non governative preposte all’assistenza dei rifugiati promuovono e attuano nel complesso processo di restituzione di una condizione di diritto ai rifugiati. Infine la terza parte si propone di costituire un breve diario critico della summenzation, ricostruendone le fasi seguite durante il tirocinio e rileggendone le ragioni alla luce del percorso di strutturazione del sistema e dello scenario.
Le domande più profonde, dalle quali si è sviluppato questo lavoro, sono molteplici, ma sono riassumibili generalmente nell’idea che la conclusione di un progetto sia sempre da considerarsi provvisoria. Considerando il progetto come una serie di risposte a più domande possibili ci si imbatte in un processo ampliabile potenzialmente all’infinito di domande e risposte, di scomposizione e sintesi tramite procedure note o da esplorare, a seconda del grado di esperienza di chi le affronta. La tesi è uno strumento che. chiudendo un percorso di studi, permette di sperimentare un punto di vista che supera la necessaria economia del progetto per spingersi verso la diseconomia della ricerca. A questa tensione verso il globale, in termini conoscitivi e applicativi, desidera rivolgersi questo lavoro. Non si tratta di una contrapposizione alla visione particolare, tipica di una risposta tecnica ad un problema, ma semmai di un tentativo di ampliare la visione di un problema, orientandola verso risposte umanistiche, e quindi tendenti al globale.
In questo senso il contesto del progetto, a causa delle condizioni e delle necessità estreme, è ambiente consono allo sviluppo di ragionamenti sulla necessità di una visione del progetto legata al grande numero, all’insieme degli individui, ad una tensione etica che in ultima analisi può permettere di domandarsi se sia possibile utilizzare l’architettura con finalità ridistributive di risorse e diritti e in che modo possa farlo all'interno di un sistema rigido e gerarchizzato.
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