AR, arte in prima linea per l'infanzia
Ludovica Iozzino
AR, arte in prima linea per l'infanzia.
Rel. Anna Marotta, Chiara Cannavicci. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Progetto Sostenibile, 2013
Abstract
In questa tesi ho voluto studiare il rapporto tra l'arte e chi la osserva, domandarmi quali proprietà o caratteristiche del cervello rientrino nella valutazione di un’opera d’arte e nel piacere che essa regala.
Per poter analizzare nello specifico questa tematica, ho voluto comporre la tesi in diverse parti, partendo da uno studio più scientifico; dapprima mostrerò il funzionamento fisiologico del cervello umano per poter avere gli strumenti scientifici adatti a mostrare le connessioni sinaptiche cerebrali, fino a studiare il rapporto del cervello col mondo esterno. Conseguentemente, quindi, mi focalizzerò su come il nostro sistema nervoso reagisce di fronte ad un’opera d’arte e come tutte le informazioni ricevute dall’esterno, giungano nei nostri neuroni tramite i recettori sensoriali e i nervi periferici fino ad influenzare le nostre emozioni.
Ovviamente durante questo iniziale percorso scientifico, sono sorte e sorgeranno al lettore, delle domande molto naturali: ma quanto, allora, un ambiente visivamente, artisticamente e culturalmente stimolante interviene sul nostro stato d'animo? Quanto questo incide se la nostra condizione è quella di pazienti in un luogo di cura? Possiamo rinnovare la concezione degli spazi di cura per migliorare la terapia, svelando le interdipendenze tra ambiente, malattia e benessere? A queste domande ho provato a dare una risposta.
In prima battuta ho compreso come l’utilizzo delle arti visive e performative e dell’ambiente nei luoghi di cura, può svolgere un ruolo determinante per accrescere la qualità del servizio offerto, per il raggiungimento di un maggior benessere delle persone coinvolte, siano esse pazienti o personale sanitario, e per indurre benefici, risultati clinici e psicologici positivi agli stessi pazienti. Quindi qualsiasi ambiente in cui l’uomo si trovi a vivere ed ad operare e l’ospedale è un ambiente in cui vari generi di popolazione vivono ed operano (malati, operatori sanitari, parenti e affini in visita), deve contenere elementi di vita e fiducia, che vanno dal quotidiano al fantastico, all’immaginario, funzione senza dubbio svolta dalle arti visive. Queste peculiarità devono entrare negli ambienti ospedalieri in punta di piedi, con tocco rispettoso, con calore umano, con la trasparenza degli intenti, tutte caratteristiche correlate con la qualità etica dell’estetica.
Questo bisogno di arte come aiuto al benessere psico-fisico, esiste nella cultura europea come un legame profondo ed è intrinseco ad essa da anni.
Il dialogo tra arte e medicina trova le sue radici nella storia antica anche degli ospedali italiani, come Santa Maria della Scala a Siena o Ospedale Maggiore a Milano, che hanno rappresentato per secoli un modello funzionale ed un simbolo del nostro umanesimo. Allora gli ospedali erano fisicamente e culturalmente al centro della vita sociale, condividendo con il palazzo comunale e la cattedrale uno spazio preminente nella città. È difficile trovare traccia di questa tradizione culturale nell’edilizia sanitaria degli ultimi cinquant’anni.
Eppure, proprio nei luoghi in cui si concentra la sofferenza umana c’è maggiore bisogno dell’arte. Come talvolta accade senza risultato, umanizzare un ospedale non significa abbellirlo con opere d’arte, disposte qua e là in un ambiente non concepito per questo.
Per umanizzare un luogo di cura è necessario prima di tutto creare un rapporto armonico tra spazio e luce naturale, con progetti architettonici che sappiano sfruttare al meglio anche il contributo artistico.
Il passo finale di questo percorso sarà l’associazione degli studi mostrati in precedenza agli esempi pratici nei vari ospedali del mondo e dell’Italia, che hanno utilizzato ciò per fornire nuove terapie o palliativi in alcuni reparti selezionati.
Prima di passare agli esempi pratici, però, andrò a delineare le caratteristiche che un ospedale a misura di bambino dovrebbe possedere, per poi approfondire le potenzialità terapeutiche del colore e delle opere all’interno di una struttura di cura, per comprendere il percorso che esso ha fatto nei secoli e come siano cambiate le percezioni di fronte all’arte. Infine esporrò come l’arteterapia sia un’applicazione concreta della neuroestetica e uno strumento utile a migliorare la percezione di un ambiente non gradevole come l’ospedale. Tutto ciò è fondamentale perché attraverso le manifestazioni delle emozioni nei piccoli pazienti si è in grado di comprendere come essi reagiscono alle cure.
Concludendo, presenterò analisi critiche riguardo progetti di umanizzazione in ospedali Pediatrici nazionali ed internazionali per capire come, in periodi e paesi diversi il colore, le forme e le diverse tipologie di istallazioni siano state applicate.
Un’analisi più approfondita sarà fatta per e sull'Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino.
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