Smart Community : una rete intelligente per la riqualificazione urbana : autorganizzazione sociale per la progettazione di nuovi spazi verdi urbani
Marcello Biundo
Smart Community : una rete intelligente per la riqualificazione urbana : autorganizzazione sociale per la progettazione di nuovi spazi verdi urbani.
Rel. Grazia Brunetta. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Progettazione Urbana E Territoriale), 2013
Abstract
Origini ed evoluzione del concetto di smart community.
Sempre più spesso si sente parlare di smart city e smart community. L’espressione rischia tuttavia di restare generica e priva di una visione condivisa su scala mondiale.
Difatti, il termine "smart" sta diventando una moda, una parola usata da addetti ai lavori per rappresentare la possibilità di una migliore qualità dei servizi.
Possiamo ricondurre lo sviluppo della visione delle smart city all’humus del Rinascimento. Le città ideali del Rinascimento italiano (Pienza, Sabbioneta, Ferrara, Urbino, ecc.) nacquero esattamente con lo stesso portato di motivazioni delle città ideali che le smart city intendono rappresentare, rivoluzionando totalmente l’architettura e l'urbanistica moderna. Città in cui l’armonia e la bellezza dell’architettura urbana si sposano con la lungimiranza del governo politico e la vita associata della comunità civica, in un gioco di delicati equilibri che coniuga esigenze ed aspirazioni funzionali, estetiche, comunitarie.
La riflessione più recente sulle smart city nasce, però, negli anni Novanta del secolo scorso, perlopiù ad opera di tecnologi e uomini di marketing, in concomitanza con la liberalizzazione delle telecomunicazioni e l’ascesa dei servizi Internet. Con il tempo, l’espressione smart city è diventata sinonimo di una città caratterizzata da un uso intelligente ed esteso delle tecnologie digitali.
Sarebbero invece la disponibilità e il buon uso delle informazioni a rendere smart una comunità. Da più parti è stato infatti sottolineato che, se le innovazioni tecnologiche non si inquadrano all’interno di una “visione complessiva e sistemica di una comunità” e del suo futuro, rimangono frammenti, tessere di un mosaico di cui non si legge il disegno.
Non solo dati e informazioni, ma anche mobilità, qualità dell'ambiente, governance del sistema urbano, contesto economico, partecipazione alla vita sociale, vivibilità.
Sulla scorta di questa interpretazione, altrettanto caratterizzante sembra essere stata la nozione secondo cui “una città può essere definita smart quando gli investimenti in capitale umano e sociale e nelle infrastrutture tradizionali (trasporti) e moderne (ICT) alimentano uno sviluppo economico sostenibile ed una elevata qualità della vita, con una gestione saggia delle risorse naturali, attraverso un metodo di governo partecipativo.
L’aspetto smart viene quindi progressivamente collegato non più solo alla presenza di infrastrutture digitali, ma anche e soprattutto al ruolo del capitale umano, sociale e relazionale come fattore importante di crescita urbana.
Le smart community vanno viste come l’occasione per rimettere la valorizzazione del territorio urbano al centro dell’agenda economica, sociale, politica, avviando una riflessione profonda, positiva e lungimirante sul futuro delle realtà urbane. Questo tanto più in un momento di crisi come l’attuale, in cui le opportunità scarseggiano. Proprio quando mancano certezze, va recuperata una visione che consenta di cogliere le (poche) opportunità che ci sono.
In questo senso, la marcata frammentazione delle iniziative smart intraprese non pare funzionale. Sono ormai decine le città che hanno avviato o intendono avviare percorsi smart, ma rischia di trattarsi di “agopunture intelligenti”, incapaci di generare trasformazioni complesse e diffuse che vadano a beneficio dell’intero sistema.
Singole politiche settoriali, singoli progetti occasionali, singole tecnologie applicate non rendono davvero smart un territorio. Tecnologie, progetti, politiche, seppur fondamentali, produrranno risultati se e solo se posti al servizio di un’idea comune che ne valorizzi le potenzialità.
La smart community, per definizione, non può essere un prodotto standardizzato, replicabile ovunque, alle medesime condizioni. È la risultante di un delicato equilibrio di fattori, il più delle volte unici e irripetibili. In questo senso è unicamente possibile formulare degli indirizzi sistemici e degli strumenti funzionali agli stessi, astenendosi dall’andare oltre.
Articolazione:
La ricerca è articolata in tre parti: nella prima parte si analizzano i processi decisionali inclusivi e l’importante contributo che può arrivare dai cittadini nell’ambito della riqualificazione urbana. Nella seconda parte, si intende presentare i tratti principali di quello che sembra essere un nuovo scenario culturale, di portata globale, legato al diffondersi di idee, pratiche e saperi “ecologici” in strati sempre più ampi di una diversificata e articolata “società civile” quelle dei Community Garden. Questo scenario si presenta molto articolato e frastagliato e al suo interno, infatti, è possibile inscrivere fenomeni di natura apparentemente diversa, ma accomunati dall'essere portatori, produttori e stimolatori di una nuova, diffusa a livello globale, sensibilità “bio-ecologica”.
Le risposte a riguardo saranno legate soprattutto alla descrizione di forme educative che si auto-producono dal basso, spesso in maniera disarticolata, altre volte in forma più esplicita e organizzata. Si farà, pertanto, riferimento al ruolo di una pedagogia non istituzionalizzata, ovvero non necessariamente legata al funzionamento dello Stato nazionale, ma all'agire di istituzioni “locali” (forme di associazionismo, esempi di micro-aggregazioni socio-economiche).
Nella terza ed ultima parte, si evidenziano tutti quegli aspetti riconducibili al riutilizzo della rete e delle nuove tecnologie, e di come questi strumenti, in un ottica di smart community, si possono rivelare utilissimi per gestire la complessità urbana.
Relatori
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