Restauro e rifunzionalizzazione del Convento S. Maria dell’Umiltà in Parabita (LE)
Federica Caggiula
Restauro e rifunzionalizzazione del Convento S. Maria dell’Umiltà in Parabita (LE).
Rel. Paolo Mellano, Monica Naretto. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per La Sostenibilità, 2012
Abstract
La presente tesi prende in esame l'ex Convento dei Domenicani, intitolato a Santa Maria dell'Umiltà, ubicato nel centro storico di Parabita, in Provincia di Lecce, realizzato all'inizio del XV secolo, con annessa chiesa conventuale. Questo è uno dei più antichi conventi presenti sul territorio, secondo soltanto a quello di Nardo e Lecce. Oggi l'edificio è un affascinante manufatto stratificato, in uno stato di semiabbandono e caratterizzato da un'incostante manutenzione. Nel tempo è stato segnato da una sovrapposizione di svariate funzioni, che hanno portato allo sconvolgimento dell'impianto originale, perdendone in parte le tracce, per adeguarsi agli usi che si sono susseguiti. L'idea di un progetto di restauro complessivo del manufatto prende ispirazione da un importante lavoro di conservazione e valorizzazione della chiesa conventuale, odiernamente in corso grazie a un piano di finanziamento da parte del Ministero per i Beni e le Attività culturali e l'interessamento della Diocesi.
Il notevole valore culturale e l'avanzato stato di degrado del complesso richiedono che si intervenga sull'intero manufatto, ripensando a una funzione che possa riportare il complesso a un uso attivo e culturalmente compatibile.
"il convento della soppressa Corporatione dei PP. Domenicani di Parabita è sito in mezzo all'abitato. La sua struttura è isolata per tutti i versi. Nel suo prospetto a mano destra esiste la porta maggiore della Chiesa alla quale si sale per cinque gradini. La Chiesa è della lunghezza di circa palmi 60, della larghezza di palmi 24 ..." inizia così la descrizione del settimo inventario effettuato agli inizi dell'Ottocento, ora depositato a Napoli, presso l'Archivio di Stato, che da un quadro generale sulle condizioni architettoniche del complesso conventuale e della chiesa annessa, stilato in quell'occasione per indagare sull'entità delle comunità ecclesiastiche in previsione della soppressione definitiva del 1865.]
A differenza di altri Ordini mendicanti, i Domenicani preferivano costruire strutture molto spaziose, piuttosto che chiudersi in piccoli ambienti. Quindi il convento di Parabita rispecchia a pieno i canoni propri dell'Ordine, utilizzando una tipologia basata essenzialmente sull'articolazione di una serie di spazi molto ampi, attorno a un chiostro centrale. Il complesso situato nel centro storico, assumeva un ruolo di estremo interesse nell'ambito territoriale e sottolineava con forza il punto di incrocio delle due strade principali e l'ingresso all'insediamento essendo esso collocato di fronte alla Porta Gallipoli, sull'asse stradale che portava verso il mare. La collocazione dell'edificio conventuale all'interno della maglia preesistente traduce la volontà dei frati Predicatori di inserirsi all'interno del tessuto urbano e quindi nel contesto sociale parabitano secondo l'indirizzo dell'Ordine di vivere la comunità e abitare la città, sempre pronti a partire per diffondere la parola del Vangelo.
La comparsa del convento all'interno del tessuto architettonico cittadino modificò radicalmente lo scenario urbano costituito da case di dimensioni contenute e dalle piccole chiese edificate fino a quel momento. L'unica costruzione di rilievo esistente era il castello, sede del feudatario e dei vassalli.
La fondazione del convento di Parabita nel 1405 si colloca alla fine dello scisma d'Occidente, che per quanto abbia segnato profondamente la vita unitaria dell'Ordine, ha decretato l'avvio di una ripresa che avrebbe ridato al Salento vitalità culturale e religiosa.
Nel 1866 la definitiva legge 7 n. 3096 metteva fine, però, alla vita dell'Ordine Domenicano, con il conseguente abbandono del convento. L'art. 1 esordiva affermando "Non sono più riconosciuti dallo Stato gli Ordini, le corporazioni e le congregazioni regionali regolari e secolari, ed i conservatori e ritiri, i quali comportino vita comune ed abbiano carattere ecclesiastico. Le case e gli stabilimenti appartenenti agli Ordini anzidetti sono soppressi".
Da questo momento inizia per il manufatto la sovrapposizione d'interventi di adeguamento ai diversi usi, sino al frazionamento della proprietà tra amministrazione comunale e parrocchia. Ad oggi si può rilevare una situazione patrimoniale complessa: una parte di responsabilità provinciale, la chiesa concessa alla parrocchia del paese, una parte gestita dal comune, abusivamente occupata, e alcuni locali di proprietà privata o gestiti da svariate associazioni.
L'attività di ricerca, svolta nel corso della tesi, che si concentra sulla comprensione dell'intero complesso conventuale, in vista di un progetto di conservazione e valorizzazione, ha inizio dalla conoscenza storica, in forma di regesto cronologico. In particolar modo il lavoro si concentra sul ricomporre i tasselli della storia complessiva del manufatto, analizzando sia le poche fonti scritte, sia quelle tracce materiche sullo stesso edificio, testimonianza delle innumerevoli trasformazioni ed eventi. Il cantiere di restauro in atto della chiesa conventuale ha permesso che lo studio si configurasse come work in progress, potendo pensare che l'intervento di conservazione in corso potesse interessare anche l'intero complesso. In seguito è stato prodotto un rilievo in pianta e in alzato per capire la consistenza attuale del manufatto, per poi analizzare le patologie di degrado che intaccano l'architettura e i conseguenti interventi da proporre. Si presentano problemi di deposito superficiale sulla muratura, erosione di alcuni conci di carparo ormai a vista non protetti dalla scialbatura di calce, problemi di umidità permanente all'interno dell'edificio dovuta a infiltrazioni d'acqua piovana e un forte attacco biologico, dovuto allo stato di abbandono in cui versa il manufatto.
Questa attività di ricerca e studio è stata finalizzata alla formulazione di un'ipotesi di valorizzazione: il progetto intende considerare il manufatto nell'insieme di valori di cui è portatore e deve mirare a garantire contestualmente la sua permanenza il più a lungo possibile nel tempo e la fruibilità e la godibilità in condizioni di sicurezza.
La conservazione del manufatto, che il progetto persegue, non deve essere intesa come ostacolo alla sua rifunzionalizzazione: la trasformazione per il riuso non può prescindere dal rispetto della sua consistenza materiale e della sua stratificazione storica. Le scelte progettuali seguono i criteri di conservazione integrata, compatibilita, sicurezza e manutenibilità, conciliando requisiti tecnici, prestazionali e di comfort con i requisiti conservativi.
Sulla base del contesto territoriale e culturale si perviene a identificare quale esigenza del territorio la localizzazione presso l'ex convento dei Domenicani di una sala convegni (identificandola nello spazio della chiesa conventuale, riportata alla sua volumetria originaria), di uno spazio che possa accogliere la Biblioteca privata "E. Bonea" presente sul territorio da diversi anni, e di uno spazio adibito a Museo archeologico, che possa trasmettere e valorizzare il patrimonio archeologico del territorio oggi ancora poco conosciuto.
La direzione verso un consapevole progetto di conservazione è stata già intrapresa con il cantiere in atto sulla Chiesa conventuale, che ha avuto come obiettivo principale di riportarla alla volumetria originale, che nel 1954 è stata modificata dalla realizzazione di un solaio in cemento armato, per dividere la chiesa in due piani destinati a sedi di associazioni e, al livello superiore, a cinema e oratorio. Questo intervento ha attratto attenzione nei riguardi del bene culturale e si auspica che l'amministrazione comunale nei prossimi anni possa intervenire sul convento con un progetto di restauro e rifunzionalizzazione, come questa tesi vuole suggerire.
Relatori
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