Stefania Eusebietti
Un parco postindustriale per Taipei.
Rel. Andrea Bocco. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Costruzione), 2012
Abstract
Alla ricerca dell'identità
La riflessione proposta di seguito prende l'avvio da due esperienze diverse: un seminario disciplinare sulle tecnologie appropriate e un workshop svolto a Taipei sui temi della ricomposizione urbana.
Il discorso tocca diverse tematiche: dalla tecnologia, al paesaggio contemporaneo, all'architettura industriale e al riutilizzo dei materiali, per citarne alcuni.
Queste tematiche, che di primo acchito possono sembrare sconnesse, vedono un punto d'incontro nel tentativo di trovare una soluzione al problema costituito dalle aree industriali dismesse; tema principale del workshop.
Quest'ultimo, consisteva nella realizzazione di un progetto per un'area industriale dismessa nel quartiere Songshan di Taipei. Come verrà ampiamente trattato in seguito, la precedente funzione del sito era legata alla riparazione dei treni.
Uno dei punti di partenza di questo discorso è rappresentato da una domanda, che può sembrare banale: come utilizzare gli spazi dopo che l'industria ha cessato di operare?
In occidente ha già avuto diverse risposte codificate, nel corso dei decenni, in un'ampia trattazione e in un campionario di esperienze: dalla demolizione alla valorizzazione. Mentre in un contesto orientale, come quello rappresentato dalla città di Taipei, ha trovato una sua dimensione da poco tempo.
Questo problema coinvolge componenti materiali e immateriali nel principio di disgiunzione tra forma e significato.
Si tratta di spazi residuali, non luoghi, vuoti che hanno una forma ben precisa.
Vuoti che paradossalmente sono ricchi di significati sociali, culturali, paesaggistici e architettonici, che aspettano solo di essere utilizzati.
Questo conflitto concettuale tra forma e significato, pieno e vuoto, porta a chiedersi: da un lato come passare da un paesaggio rifiutato a un paesaggio "riciclato" e dall'altro quale sia l'identità propria di questi luoghi che, in quanto friche, non ne hanno una.
L'attribuzione dell'identità è il concetto chiave per favorire la trasformazione della friche, del non-luogo in un luogo.
Ciò che ha segnato fortemente questo mio percorso è l'appropriate technology (tecnologia appropriata): un filone di ricerca, o un approccio, nato dal lavoro di E.F. Schumacher "Small is Beautiful".
Il perno di questa ricerca è l'attinenza tra ciò che si configura come una scelta tecnologica e la sua diretta applicazione, in un sistema che viene spesso definito come people centered.
La responsabilità di effettuare una scelta tecnologica va al di là dell'edificio, o della sua costruzione, ma deve prendere in considerazione tutti gli ambiti a partire da quelli urbani scendendo successivamente di scala.
In questo modo si persegue una qualità legata non tanto alla realizzazione di architetture “consapevoli", ma più in generale all'applicazione di un approccio consapevole.
II nodo della questione è come questo approccio consapevole e appropriato sia in grado di restituire l'identità al luogo.
L'elemento in grado di sciogliere questo nodo è la tecnologia, intesa come un concetto trasversale
nell'accezione fisico-materica, ma con una connotazione metodologica.
Il luogo di questa riflessione, Taipei, si presenta fin dall’inizio come una città particolare la cui cultura è ibridata da contaminazioni giapponesi e cinesi.
Al contrario di ciò che normalmente ci si prefigura quando si parla di città di queste proporzioni, qui la dimensione naturale è ancora molto forte. Camminando per le vie della città l'attenzione viene attirata dalla rigogliosa vegetazione tropicale che diventa spettacolare appena si esce dalla sfera urbana e spingendosi in periferia si giunge alle colline. Caratteristica ancora più evidente all'interno del sito oggetto del workshop, dove il rapporto tra pieno e vuoto può essere codificato nel rapporto tra edifici industriali e aeree verdi. Parte dei vuoti si trova, infatti, aggredita da una folta vegetazione, sia progettata che spontanea.
Proprio questa diventa la nuova identità: la presenza di una vegetazione rigogliosa in un luogo abbandonato.
Da qui l'idea del parco è consequenziale.
Un parco delle identità biologica, culturale e tecnologica.
II parco botanico post-industriale si configura come la conclusione del processo di trasformazione della friche risolvendo il problema identitario di disgiunzione,
Diventa necessario, arrivati a questo punto, determinare una serie di linee guida utili non tanto ai fini della progettazione del parco, ma soprattutto nel processo di identificazione dell'identità.
I primo elemento da considerare è proprio il giardino (o il parco), inteso non come mera forma di sistemazione dello spazio da parte dell'uomo, ma come spazio caratterizzato in una dimensione sociale.
Il dualismo uomo-natura, attraverso scambi reciproci, struttura lo spazio del giardino che non solo si sposta dalla dimensione dell'utilità del giardino come orto o frutteto, ma si apre a nuove possibilità. Permette, infatti, di rappresentare diversi scenari botanici, insieme biologici e di conseguenza anche sociali.
Con dimensione sociale del giardino si vuole descrivere la possibilità che questo spazio offre nel rappresentare realtà appartenenti a bioclimi anche molto differenti tra loro (pianura, montagna, deserto, foresta e via dicendo) e quindi a modi di vivere altrettanto differenti.
Uno spazio-giardino che vede le sue radici nelle due tradizioni giapponese e cinese, affini per molti aspetti e profondamente differenti dalla concezione di giardino occidentale.
Il paesaggio orientale offre così nuove connotazioni al dualismo identitario rappresentato dal rapporto tra pieno e vuoto molto importante sia nella progettazione dei giardini cinesi che giapponesi. Qui confluiscono i rapporti tra verde e costruito (superficie e volume, curvo e rettilineo, visuali sul paesaggio ecc.) e tra interno ed esterno (involucro come mezzo per l'esperienza visiva con il giardino, struttura come scheletro e non come corpo).
L'approccio che si vuole utilizzare nella realizzazione di questo spazio è atto da un lato a preservare tutte le aree verdi presenti (spontanee o progettate che siano) e dall'altro a implementarle.
Già in questo passaggio si denota quell'approccio appropriato e consapevole che si prospettava all'inizio e che diventerà un punto fondamentale.
Tutto questo non può prescindere dal contributo dato dalla botanica, la quale diventa un'utile risorsa nel momento in cui si ha la necessità di implementare le aree verdi.
In quest'ottica, ciò che si va a reintrodurre sono innanzitutto le specie arboree endemiche, in via di estinzione e tipiche del luogo preso in considerazione.
Questi passaggi diventano le linee guida per stabilire l'identità biologica.
Il concetto di Terzo paesaggio contribuisce a inquadrare il valore costituito dalla friche, come luogo ricco di potenzialità che attinge direttamente all'evoluzione biologica spontanea presupponendo al contempo l'azione umana.
Oltre a costituire un apporto all'identità biologica presuppone in una certa misura un'identità tecnologica proprio attraverso l'intervento antropico.
Per quanto riguarda l'identità culturale si deve considerare il contributo dell'architettura paesaggistica post-industriale e il ruolo assunto dal "vuoto" al suo interno.
Gli edifici dismessi non sono dei vuoti, ma piuttosto dei contenitori la cui funzione ha cessato di esistere.
Da un lato si identificano come memoria storica di sé stessi (e della funzione precedente) e dall'altro danno possibilità d'inserimento a nuove funzioni.
Ecco che questi spazi offrono la possibilità di (ri)costituire l'identità culturale che si manifesta attraverso le funzioni inserite nel Vuoto" (la scatola).
Funzioni legate alla sfera propria della tradizione culturale della società orientale (cinese e giapponese).
Un occasione per riscoprire arti e mestieri di un tempo.
Tradizioni che si stanno poco a poco perdendo, in una società che punta molto sul progresso culturale o sull'Innovation Technology, ma continuano a suscitare fascino e interesse nelle altre culture.
L'architettura post-industriale legata al parco permette la valorizzazione culturale del paesaggio insieme alla valorizzazione biologica e tecnologica, in termini (in questo caso) di intervento sul costruito.
Il legante di tutti gli aspetti descritti è riconoscibile nell’apporto dato dall’appropiate technology.
Da questa deriva quell'approccio tecnologicamente appropriato citato inizialmente che si concretizza nell’utilizzare ciò che il sito delle officine ha da offrire in termini materiali e immateriali in modo tale da intervenire il meno possibile nel miglior modo.
In questo senso vi è un'identità tecnologica presenti in modo plurilaterale (trasversale). Questa si esprimi attraverso l'intervento materiale e immateriale sul dualismo identitario forma e significato che contamina a sua volta la dimensione culturale e biologica.
Relatori
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