Nuovi spazi per dare senso al tempo nella casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino
Samuele Angelini, Noemi Tacconi
Nuovi spazi per dare senso al tempo nella casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino.
Rel. Elena Vigliocco, Cesare Burdese. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Restauro E Valorizzazione), 2011
Abstract
Quasi tutte le persone di fronte alla nostra idea di fare una tesi sulle carceri ci chiedevano: "perché proprio le carceri?". A tutti sembrava qualcosa di strano, perfino assurdo; molti amici che, come noi, studiano architettura, erano molto interessati ma comunque stupiti. La risposta che ci viene spontanea è: "perché no?" All'inizio ci sembrava quasi strano, poi abbiamo capito che la reazione di stupore della maggior parte delle persone era "normale". Il fatto è che il sistema penitenziario è un servizio pubblico, un servizio rivolto alla società ma che la società mette ai margini. Quanto è vero il bisogno di sicurezza che la maggior parte delle persone hanno, tanto lo è il bisogno di lavarsi la coscienza.
Il carcere è un luogo dove si chiudono i cattivi; un posto dove chiudiamo chi ha sbagliato non solo perché è giusto che paghi per l'errore commesso, ma anche perché questo ci fa sentire più tranquilli
Il carcere moderno è nato nel XVIII secolo anche per il bisogno sociale di eliminare le punizioni di piazza. Come se questo costituisse una diminuzione della violenza e non solo un modo di cancellarla dalla propria vista, continuando a praticarla sotto altre forme. Il concetto, sotto certi aspetti è, rimasto lo stesso.
Il fatto che i nostri interlocutori fossero stupiti del nostro interesse per tale argomento rappresenta appunto la marginalità del carcere all'interno della società e delle nostre menti.
Arrivati alla fine del nostro ciclo di studi in Architettura ci siamo posti la domanda di quale sia davvero il nostro ruolo nel mondo. La risposta che ci siamo dati è che dobbiamo interpretare il ruolo di architetti come professionisti al servizio dei bisogni della società. Non progettiamo per noi stessi, ma per la collettività.
Molteplici sono i bisogni della società e numerosi gli edifici ad essa destinati: biblioteche, scuole, municipi, ospedali... Non ha senso stilare una classifica, sarebbe come arrogarsi il diritto dì dire che una persona vale più di un'altra. Ci siamo avvicinati al tema del carcere quasi per caso, abbiamo capito quanto fosse complicato e quanti i problemi che lo caratterizzano, abbiamo capito quanta umanità ci graviti attorno. Così abbiamo iniziato a studiarlo: trovando molta bibliografia storica ma poche ricerche sul carcere contemporaneo, specialmente in lìngua italiana, ci siamo resi conto che è un argomento poco studiato, soprattutto dal punto di vista architettonico. Abbiamo scoperto che sono troppo pochi gli architetti che se ne occupano, ma abbiamo avuto la fortuna che uno di questi fosse torinese. Lo abbiamo incontrato e abbiamo deciso di fare nostra questa sfida.
In un primo momento ci siamo interrogati sul significato della parola carcere, e cercando la sua etimologìa abbiamo appreso che questo nome deriva dal latino Carcer, eris, che significa sbarre del circo1. Curioso pensare che chi veniva in-carcerato era messo in un luogo che poteva ricordare una gabbia per bestie. Forse non si aveva solo la somiglianza del luogo in cui venivano tenuti i due soggetti, ma probabilmente anche la condizione del detenuto era paragonata a quella di una belva in gabbia. Oggi il termine è ancora usato per definire il luogo di detenzione, ma per fortuna ì principi alla base del concetto di pena, previsti dalla legge, non rispecchiano più l’etimologia del termine.
Addentrandoci poi concretamente nello studio del tema abbiamo scoperto che le problematiche che riguardano il mondo carcerario sono molteplici e diversificate. Esistono difficoltà proprie del sistema penitenziario nel suo insieme, spesso dovute alla sua stessa organizzazione, e sulle quali risulta difficile intervenire e che sovente, a onor del vero, e senza volersi deresponsabilizzare, non competono agli architetti.
Altri problemi riguardano i singoli carceri nella loro organizzazione sia amministrativa sia spaziale: impossibile e sbagliato sarebbe generalizzare questo tipo di difficoltà, perché ogni istituto richiede delle valutazioni particolari e specifiche volte a capire quali siano i problemi, quali le loro cause e quali i possibili interventi risolutori. Tutt'altro che semplice, ma strettamente necessario, è calarsi nella realtà carceraria, comprenderne le dinamiche, capire che chi non ci è stato non sa cosa significhi, quali siano le privazioni che mortificano l'esistenza di chi dentro ci vive, ma anche dì chi ci lavora, quali siano le piccole cose che vengono sottratte e che allontanano dalla famiglia e dal mondo libero, che erodono l'umanità delle persone e che se non si è abbastanza forti, rischiano di annientarla.
Bisogna provare ad essere un detenuto, un agente, un assistente sociale, un volontario; bisogna pensare come chi la prigione la vive, da diversi punti di vista, e provare a sentire ciò che loro provano: solo così si può arrivare a capire cos'è il carcere. E solo entrando nelle sue dinamiche, nelle sue problematiche, solo capendo che le scale di valori non sono le stesse di quelle utilizzate "fuori", si può provare a dare il proprio contributo per migliorarlo e soprattutto per migliorare la vita
di tutte le persone che dentro quel mondo stanno. Noi ci abbiamo provato. Siamo consapevoli che la nostra non può che essere una visione parziale; le nostre misere frequentazioni del carcere non ci hanno dì certo insegnato che cosa esso sia. Al massimo possono avercene dato un'idea. Forse non esiste un modo per capire il carcere, perché non ne esiste uno solo. Esistono tanti carceri quante le persone che lo popolano, detenuti, agenti, psicologi, volontari, cappellani. Avremmo voluto conoscerlo di più; ci abbiamo provato ma non è stato possibile. Avremmo voluto trascorre un'intera giornata dentro, magari anche una notte, vivendola da detenuti, da agenti e da addetti al trattamento. Avremmo voluto fare un colloquio con un detenuto, facendo lo stesso percorso che fanno i suoi familiari ed amici venendo da fuori, vivendo le stesse attese, le stesse perquisizioni, certo non le stesse tensioni; il legame affettivo cambia senza dubbio la situazione. Avremmo voluto trascorrere un'ora d'aria in una di quelle vasche di cemento dove nelle giornate grigie si perde l'orientamento e, forse, anche il senso stesso dell'aria. Il Direttore non ha potuto accogliere le nostre richieste, anche per ragioni di sicurezza. E ci ha chiesto se pensavamo che avrebbe fatto la differenza. Un giorno dentro, ci disse, non può certo bastare per conoscere il carcere. Come detto prima, ne esistono un'infinità. Non solo per la molteplicità di persone che lo vivono, ma anche per il tempo: in carcere i giorni possono sembrare tutti uguali e tutti diversi. Uguali nella routine, diversi nell'animo, in quella lenta ma progressiva modificazione di ciò che consideriamo la realtà, la normalità. Fa quasi spavento come il cervello dell'uomo arrivi, col tempo, a considerare certe cose normali. Non avendo potuto sperimentare appieno sulla nostra pelle cosa sia il carcere, anche se per un solo giorno e in maniera attenuata, abbiamo cercato altri metodi per entrare nelle sue trame e comprenderne le dinamiche, almeno un po'. Abbiamo stilato dei questionar! a risposta multipla per detenuti, agenti e visitatori, facendo una certa fatica sia a trovare delle domande intelligenti sia a proporre delle possibili risposte sensate e che potessero dare dei risultati da utilizzare concretamente sono le cose che davvero potrebbero cambiare la vita di chi ci è dentro, accettare che non tutto può essere risolto dagli architetti e che quindi è inutile disperdere energie in progetti irrealizzabili o inconcludenti. Capire la differenza fra la vita fuori è quella dentro è necessario per entrare nell'ordine di valori di una realtà completamente diversa, per individuarne le priorità ed iniziare ad agire pensando ad interventi che non devono per forza essere sconvolgenti, ma che riescano, invece, anche nel loro piccolo, ad essere concreti ed utili, che riescano a fare, almeno un po', la differenza.
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