Conoscenza e conservazione della "Casa Ozanam", ex S.I.M.B.I. a Torino
Maria Campione, Cristina Poggi
Conoscenza e conservazione della "Casa Ozanam", ex S.I.M.B.I. a Torino.
Rel. Rosalba Ientile, Sergio Ignazio Vitagliani. Politecnico di Torino, Corso di laurea in Architettura, 2008
Abstract
ANALISI STORICA
1.1 Inquadramento storico della zona
A metà Cinquecento la città appariva ancora con caratteri urbanistici
prettamente medievali, ed era confinata entro l'antico perimetro d'impianto romano, di forma quasi quadrata. Il tessuto urbanistico di Torino, pur essendo la città di connotazione prevalentemente medievale, conservava ancora evidente l'impianto romano della
castramentatio, i cui assi principali, decumanus e cardo, erano riconoscibili rispettivamente nella Contrada di Dora Grossa (attuale via Garibaldi) e in un più incerto tracciato corrispondente alle attuali vie S. Tommaso e Porta Palatina. Nel Medioevo, tuttavia, alle originarie quattro porte romane e alla antica porta Pusterla si erano aggiunte altre porte secondarie correlate alla struttura funzionale della città medievale, determinando la graduale degradazione della primarietà antica del cardo maximus lungo l'asse nord-sud. Lungo l'asse est-ovest invece la città aveva mantenuto fino all'epoca moderna, negli attestamento del decumanus, la sua penetrazione dall'esterno; con una chiara priorità, perché la strada si indirizzava senza soluzione di continuità sulla "zona di comando" della città, zona che in periodo medievale si era fissata nel Castello (attuale palazzo Madama), in corrispondenza della antica Porta Pretoria. Furono ragioni prevalentemente politiche di dimensione europea che indussero Emanuele Filiberto a scegliere Torino, tra le città del proprio Stato, come sede in cui incentrare nuove funzioni amministrative e militari, con la decisione contemporanea di un nuovo ruolo territoriale per la città.
Questa scelta si colloca entro una nuova prospettiva di 'funzioni, che vanno comparate con gli aspetti connotanti la formazione di uno Stato assoluto tra Cinque e Seicento: ricerca della continuità territoriale dei possedimenti e degli spazi economici, razionalizzazione degli apparati istituzionali e militari, polarizzazione monocentrica e radializzante delle strutture di governo, secondo il processo tipico di uno Stato moderno, accentratore nelle decisioni e decentratore negli organi
esecutivi. Agli inizi del Quattrocento era seguito un altro notevole ampliamento, sempre nella direzione esterna alla linea delle antiche mura, per opera di Lodovico d'Acaja. Le nuove strategie di guerra del Cinquecento avevano reso obsoleto il sistema di fortificazione del Castello. Anche il giro delle mura, di impianto romano, ma con forti ristrutturazioni del periodo comunale, già all'inizio del secolo era stato provvisto di baluardi angolari. Mentre il sistema fortificato sabaudo precedente era stato molto debole, i governatori francesi avevano infittito subito i lavori di rinforzo sia nelle cortine sia nei baluardi. La conseguenza urbanistica immediata di questa decisione era stata l'abbattimento degli antichi popolosi borghi extraurbani, presenti lungo tutte le quattro direzioni fuori porta, innescando il processo, tipico del Cinquecento, di crisi produttiva della città e di separazione fisica e funzionale dell'abitato rispetto alla campagna. Il sistema difensivo venne poi radicalmente rivisto nell'ultimo periodo della occupazione militare francese. La conclusione della guerra franco-imperiale in Fiandra aveva intanto avviato in direzione nuovamente sabauda il destino dei territori piemontesi, promuovendo la costituzione dello Stato assoluto con l'ingresso del duca Emanuele Filiberto in Torino (1563).
Al fianco del duca emerge nitida la figura di Francesco Paciotto (1521-1591). L'architetto fu subito protagonista del processo di ristrutturazione strategico-militare della capitale.
La prima delle nuove fortezze disegnate e messe in cantiere fu la Cittadella di Torino, sorta per difendere la città dai nemici.
Il periodo di grave crisi economica e sociale della fine del Cinquecento ebbe riflessi negativi anche sulla struttura fisica, edilizia e urbanistica, del territorio caratterizzato da una agricoltura mortificata dalle carestie, dalle guerre e da una endemica mancanza di forme industriali. Oltre gli interventi edilizi ed urbanistici focalizzati, prima, sulla fondazione della Cittadella e, sullo scorcio del Cinquecento, anche su alcuni settori della città e del territorio, contano e contarono molto, per Torino, sia gli esiti concreti della città ristrutturata e in espansione, sia il perseverante programma di propaganda dinastica a specchio di uno Stato assoluto, programma ben presente ed incisivo nella "invenzione" e nella costruzione della capitale, intesa ed attuata quale autentico modello di urbanistica manierista e barocca, pensando e realizzando la città in una diaspora apparente, ma in realtà sul filo rigido di un senso unico predeterminato, tra i progetti pianificatori, le imprese edilizie, le stesse iconografie encomiastiche ed amplificate di una realtà spesso dimessa ma comunque assunta come perfettibile. E' documentato l'intento precoce di Emanuele Filiberto, teso non solo a ristrutturare il sistema difensivo della città, ma anche ad avviare subito un chiaro processo di ristrutturazione emblematica del suo ruolo di città capitale, intervenendo sulla forma fisica con disegni di ampliamento. Torino si espande prima con l'ampliamento della "Città Nova", poi con l'ampliamento verso il Po. Il tema del rinnovo, urbanistico ed architettonico insieme, della città si era già dunque innescato, come intento perlomeno programmatico, nel periodo del ducato di Emanuele Filiberto. E' tuttavia con l'arrivo di Vitozzi a Torino, e per opera del duca Carlo Emanuele I, che il progetto si cominciò a concretare, seguendo la linea di una radicale ristrutturazione della zona di comando in cui era anche implicita l'invenzione di un modello urbanistico inedito per l'intera città. Immagine tangibile della ideologia del Potere fu un primo progetto di ristrutturazione urbanistica, attuato all'interno della perimetrazione cinquecentesca, con la costituzione di una zona di comando più aulica, congruente con i principi legati al concetto di una monarchia assoluta. Una patente ducale del 1587 denota l'esistenza di un piano urbanistico, o perlomeno di un programma, in cui sono già impliciti sia la ristrutturazione della città vecchia, particolarmente vicino al palazzo e alla piazza del Castello (ma verosimilmente anche nella contigua piazza del Duomo, più tardi quasi contemporaneamente riformata), sia l'espansione meridionale della città, col taglio della Contrada Nuova e della porta Nuova, nella direzione assiale alla residenza ducale extraurbana di Mirafiori. Il primo ampliamento della città detto "la Città Nuova" (progettato per molti anni, benedetta la "prima pietra" nel 1620 e realizzato poco per volta nel corso del secolo) viene sviluppato a Sud della Città Vecchia entro una nuova cinta di fortificazioni, la cui struttura, posizione e disegno sono principalmente condizionati da motivi tecnico-militari di difesa. La progettazione del nuovo ampliamento viene condotta contemporaneamente alla progettazione di "nuove vie" di riplasmazioni atte a collegare l'ampliamento con la rinnovata piazza Castello sede delle dimore ducali, della corte e degli organismi di governo. Il disegno della rete di pubblica circolazione dell'ampliamento viene organizzato secondo una maglia geometrica ad elementi rettilinei con lati tra loro ortogonali. In modo analogo viene impostato il disegno della rete dei nuovi complessi urbani di riplasmazioni [due "nuove" vie: la via Nuova (Roma) e la via Palazzo di Città; e due "nuove" piazze: la predetta piazza Castello e piazza S. Giovanni]. Questi complessi di riplasmazioni sono organizzati secondo un disegno geometrico regolare ad elementi (e cioè gli assi delle "nuove" vie e le fronti delle "nuove" piazze) tra loro ortogonali, le cui direzioni coincidono con quelle della rete viaria dell'ampliamento. Sotto tal punto di vista i disegni planimetrici della rete dell'ampliamento e delle reti dei complessi di riplasmazioni risultano tra loro congruenti. Inoltre le direzioni principali ortogonali delle due reti coincidono con le direzioni principali della rete viaria dell'antica città romana costituendone quasi un recupero culturale.
L'elemento innovativo del piano vitozziano consisteva nell'abbandono del rapporto diretto che il Palazzo Vecchio teneva con il baricentro antico della città e nella individuazione di un nuovo affaccio e di un nuovo rapporto privilegiante con la piazza del Castello e, oltre le mura, con il territorio, all'interno del progetto di un nuovo impianto di dimensione molto aperta. All'interno di questo piano la zona della città vecchia prossima al Castello e al Palazzo Vecchio fu largamente ristrutturata, demolendo le case sulle frange attigue(1854). Lo spirito ed i caratteri generali che improntano i primi sviluppi urbanistici vengono ripresi pressoché sostanzialmente negli sviluppi successivi. Hanno quindi una grande importanza nella formazione e nella caratterizzazione del nuovo ambiente urbanistico di Torino che si viene realizzando a poco a poco cancellando i segni esteriori della vecchia città medioevale preesistente. Costituiscono quei caratteri costanti e profondi, che si colgono tuttora nei diversi ambienti dei rioni storici della città, realizzati in epoche diverse e con diversi caratteri stilistici, e che differiscono dai caratteri propri di altre città. La direzione lunga del collegamento con la "delizia" di Mirafiori è dunque il tema innovativo in senso assoluto dell'urbanistica della città tra Cinque e Seicento e contiene in sé, come motivazione molto precoce, le coordinate essenziali della profonda destrutturazione fisica e funzionale implicita nel programma vitozziano, creando una bipolarità esplicitata di livello urbano (tra il palazzo ducale e porta Nuova) e di livello territoriale (tra la capitale e la "delizia" di Miraflores). Il nuovo asse, la contrada Nuova, fu realizzata più tardi, nel primo Seicento, ma la prova della sua pianificazione collegata all'impianto del "Palazzo novo grande" testimonia una fase fondamentale anche del processo di costruzione della città in espansione e, soprattutto, la globalità e sincronia del progetto vitozziano di trasformazione dell'esistente, relativo al palazzo, alla piazza, alle Contrade Nuove. Prima che un taglio edilizio e urbanistico, la Contrada Nuova meridionale era una via militaris, con riferimenti palladiani da leggere dentro quel perseverante programma di pianificazione che ha sotteso l'invenzione del modello e la realizzazione concreta della città. Dunque non "città ideale" ma "città reale", quella vitozziana; confrontata anche con le esigenze in crescita della popolazione locale e con il vasto programma di sviluppo edilizio della città-capitale.
Il taglio della Contrada Nuova meridionale fu deciso nel tessuto esistente della città antica, lungo le zone meridiane dei tre isolati di impianto mediovale compresi tra la zona del Castello e le mura meridionali; la "rottura della muraglia" voluta già dal 1587 per la nuova porta era stata pensata in asse con il tracciamento della nuova via, ed essendo questa operata lungo le zone centrali degli isolati preesistenti (dove la resistenza alla trasformazione e agli espropri era forse meno rigida per la rarefazione della densità edilizia e delle attività), ne derivava l'attestamento della nuova strada sul nuovo palazzo in posizione non simmetrica rispetto alla sua facciata originaria. La Contrada Nuova meridionale non era dunque né un allargamento né un drizzamento di viabilità preesistente; si trattò di una radicale destrutturazione di tessuti urbani antichi condotta, molto oculatamente, dove la resistenza fisica e funzionale alla trasformazione toccava meno la rigidezza del regime fondiario della proprietà. Analogamente, più tardi, si opererà per Contrada di Po, pur con risultati urbanistici più magniloquenti ed ormai inseriti in una dimensione ulturale "barocca" più convinta e dichiarata. Nella direzione di rinnovamento urbanistico va anche visto il taglio (chiamato anch'esso Contrada Nuova) che mise in comunicazione la piazza del Castello con il nucleo centrale della città più pulsante vita, cioè la zona del palazzo del Comune e del mercato, definendo il sedime dell'attuale via Palazzo di Città. Questa operazione urbanistica (1619) tendeva a costituire un collegamento nuovo, sia di carattere militare che con funzioni cittadine, tra la piazza Castello resa più importante dal progetto vitozziano e la zona destinata al potere locale, ribaltando in una nuova direzione l'antica bipolarità medievale tra Palazzo comunale e Duomo, cresciuta e consolidata all'interno del quadrante nord-est della città. Il primo ampliamento meridionale ha nella composizione interna ed esterna degli isolati un significato del tutto particolare, significato che si coglie meglio nei progetti che nella effettiva realizzazione. Per la prima volta, infatti, si cerca di ottenere mediante una lottizzazione appositamente studiata una precisa corrispondenza tra le facciate esterne dell'isolato influenzate dai criteri di rappresentanza della strada sul quadro cittadino e la struttura interna degli isolati. Fino a questo momento, nelle riplasmazioni seicentesche della piazza Castello, nel taglio della contrada Nuova (via Roma) e della contrada del Palazzo di Città (via Palazzo di Città) gli interventi si erano si erano limitati a imporre quinte superficiali di facciate unitarie che delimitassero scenograficamente un ambiente esterno, senza penetrare nella più intima essenza degli agglomerati urbani; dunque ne scaturiva un'immagine pellicolare. Nella composizione dell'ampliamento meridionale, alla riconquistata chiarezza cartesiana del reticolo stradale corrisponde una altrettanto limpida strutturazione delle facciate e della interna lottizzazione.
L'espansione urbana, tuttavia, non derivava tanto da un pressante incremento demografico, quanto piuttosto era sintomo della volontà di creare un modello urbano più nobile, quale supporto strutturale programmato per le nuove funzioni di capitale, e, insieme, di provvedere di difese militari adeguate anche la città e il palazzo. L' "accrescimento" va messo in relazione sia con l'ampliamento dell'edificato,sia con le indicazioni esplicite degli ingegneri militari sulle necessità di una riforma complessiva del perimetro che tenesse soprattutto in conto l'ampliamento e la difesa della città, nella direzione di produrre un nuovo modello formale di fortificazione a linea spezzata con andamento non rigidamente geometrico, ma meglio aderente alla sperimentazione difensiva coeva. Le scelte poi adottate indicano che l'impostazione progettuale definitiva aderì completamente al programma vitozziano, assumendo il principio della integrazione fisica e funzionale, che conciliava le necessità militari e civili, principio su cui resse l'intero sviluppo della città sostanzialmente fino al periodo postunitario. I progetti di ingrandimento prima, da Vitozzi ai Castellamonte, e l'iter della loro realizzazione poi, denotano dunque, come scelta precisa, quella della integrazione strutturale del nuovo col vecchio impianto, scartando teorie e progetti di "addizione" per parti distinte ed autonome.Lo sviluppo tra fine Cinquecento e primo Settecento si svolse dunque tutto come attuazione di un unico modello formale e culturale, quello a mandorla della città-fortezza, realizzato a settori mediante tre ampliamenti distinti, riferibili a tempi e ad editti diversi, ma pianificato a priori secondo un unico modello paradigmatico, la cui fortuna fu misurata appunto anche dalla capacità e possibilità di integrazione che in esso ebbero gli ampliamenti ed i completamenti. I tre ampliamenti successivi non furono altro che fasi operative intermedie per l'attuazione di quell'idea originaria, i cui presupposti già ritroviamo definiti all'inizio del Seicento.
Relatori
Tipo di pubblicazione
URI
![]() |
Modifica (riservato agli operatori) |
