Paesaggi e dintorni: le eredità del passato per i paesaggi contemporanei della città diffusa
Camilla Barbero
Paesaggi e dintorni: le eredità del passato per i paesaggi contemporanei della città diffusa.
Rel. Piergiorgio Tosoni, Riccardo Balbo. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura, 2008
Abstract
L'allarmante rapidità con la quale assistiamo al dilagare del fenomeno - tipicamente contemporaneo - della città diffusa, ci pone di fronte a una sfida di gestione del nostro ambiente di vita che risulta storicamente inedita; nei tenitori nell'Europa metropolitana, alla millenaria storia di antropizzazione dei suoli ad uso rurale, si sostituiscono una infrastrutturazione continua e una presenza sempre più estesa e capillare di insediamenti, oggetti, modalità di fruizione e comportamenti finora considerati tipici delle città.
Forse è solo nelle attuali dinamiche territoriali che la figura del paesaggista, nata più d' un secolo fa con la straordinaria personalità anticipatrice di F. L. Oimsted, si trova a rivestire un ruolo effettivamente indispensabile nella società, dovendo affrontare un compito delicato e di grande responsabilità. Questa
figura - oggi troppo spesso confusa con chi si occupa della gestione del "verde", o della progettazione di interventi relativi a questioni ambientali ed ecologiche - deve risultare ben distinta da altri campi disciplinari. Se paesaggio è elaborazione culturale del rapporto fra l'uomo ed il suo ambiente, il "paesaggismo" è una professione sostanzialmente nuova: l'attuale velocità alla quale trasformiamo i paesaggi richiede di dotare i nostri sistemi di gestione territoriale di una figura che si interessi espressamente dell'interazione fra la componente immateriale - eredità culturali, comportamenti sociali, aspettative, desideri che proiettiamo nei paesaggi - e la componente materiale che si concretizza nei tenitori. Questo lavoro si propone di gettare uno sguardo alla storia del paesaggio, anche a partire dalla rilettura critica di testi che, guardati nel loro insieme, suggeriscono una interessante e talvolta sorprendente narrazione del rapporto che la cultura occidentale ha intrattenuto con natura, città e campagna. Tré concetti o idee, ma anche sempre tré "miti", che ancora oggi, carichi di una storia millenaria, definiscono e circoscrivono la nostra relazione con la città contemporanea, i desideri e le aspettative che riponiamo nei nostri paesaggi, le nostra capacità di agire in modo più o meno sostenibile e appropriato sui tenitori. Intorno a questi tré termini - natura città campagna - si gioca la possibilità contemporanea di comprendere e gestire l'azione antropica dal punto di vista prettamente paesaggistico, ossia volto all'affrontare criticamente elaborazione culturale ed emotiva del nostro vivere nei luoghi, usarli o visitarli.
La prima parte del lavoro - il paesaggio ieri - è dedicata a mettere in luce, relazionandoli fra loro, alcuni momenti storici nei quali il pensiero umano matura una consapevolezza peculiare rispetto al paesaggio. A partire da concetti ereditati dalle civiltà antiche attraverso mitologie e religioni, si chiarisce come siano i popoli creatori di civiltà urbane a sviluppare un senso del paesaggio, che nasce fin da subito come altrove rispetto alla città, luogo di evasione nella sua duplice forma di suolo dedicato all'agricoltura (quindi ancora parte della civiltà) o di spazio selvaggio dove permane il senso del mistero e del divino. Ci si sofferma sulla rivoluzione estetica attuata dallo sguardo rinascimentale, e sulle successive rielaborazioni dei modelli estetici e di fruizione dei paesaggi attuate durante i secoli dell'illuminismo e del romanticismo, dando particolarmente rilievo alla tematica del turismo, alle origini di questo fenomeno e alle modificazioni profonde che esso genera nello sguardo sui luoghi. Ci si sofferma ampiamente sul paesaggio americano, in quanto esso costituisce l'esempio più estremo della dicotomia - che ha la sua origine in mitologie antiche - fra spazio della civiltà e spazio della natura selvaggia, esasperata dalla tensione fra potenza umana e senso di colpa e nostalgia per l'incontaminata sacralità del mondo naturale; il paesaggio contemporaneo attinge ampiamente all'esperienza nordamericana, anche e soprattutto attraverso la cultura cinematografica, con la quale abbiamo importato in Europa (e in gran parte del mondo) il senso, putroppo spesso banalizzato, di un rapporto estremanente conflittuale tra appropriazione e uso della natura, inteso come violazione della stessa, e volontà di tutelarne la presunta "verginità".
Nella seconda parte si indagano le relazioni tra l'attuale cultura del paesaggio e le modalità prettamente turistiche di fruizione dello stesso con i paradigmi interpretativi del passato, mettendo in evidenza come questi agiscano tanto più profondamente quanto inconsapevolmente nel direzionare i nostri comportamenti e giudizi, riducendo spesso a stereotipi e banalizzazioni il nostro rapporto con i luoghi. Per contro, si presentano alcune esperienze e attività che, sia in ambito socio-economico che artistico, manifestano la capacità e la possibilità di utilizzare quegli stessi paradigmi, luoghi comuni e stereotipi, per reinventare e rivitalizzare il nostri paesaggi; queste nuove opportunità, se ben gestite, schiudono il nostro sguardo sulla realtà presente e suscitano il desiderio di prendersi cura dei luoghi che viviamo, cercando modalità di intervento rispettose nei confronti delle risorse offerteci dalla natura e sostenibili non solo ecologicamente ed economicamente ma anche socialmente e culturalmente. Un "paesaggio sostenibile" è un paesaggio non cristallizato in stereotipi passatisti, non sottomesso alla dittatura di un turismo che pretende allestimenti fìttizi, bensì una realtà attiva e vitale, nella quale si ricerca continuamente un equilibrio dinamico fra esigenze pratiche e simboliche, fra sfera dello sviluppo economico e dimensioni affettive, estetiche e culturali.
Relatori
Tipo di pubblicazione
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