Hortus Belice : lo spazio della produzione vitivinicola nella Valle del Belice
Valerio Della Scala, Sebastiano Leotta
Hortus Belice : lo spazio della produzione vitivinicola nella Valle del Belice.
Rel. Angelo Sampieri, Michele Bonino, Roberto Collovà. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Costruzione Città, 2016
Abstract
INTRODUZIONE
Questo lavoro di tesi rappresenta il primo esito di una ricerca sviluppatasi nell’ultimo anno, la cui origine risale ad un viaggio nei territori Belicini nell’estate del 2013. Il lavoro, realizzato interamente a quattro mani, nasce da un intenso e costante scambio tra i due autori, ed inizia a prendere forma l’anno successivo in seguito ad alcune discussioni sul tema avute con i professori Pierre Alain Croset e Angelo Sampieri al Politecnico di Torino, e Roberto Collovà nella sua casa-studio palermitana.
Oltre a questo confronto, riflessioni di altrettanto rilievo con studiosi e tecnici hanno accompagnato tutto il percorso di ricerca, che in un’ultima fase, per quanto riguarda l’architettura, è stato seguito dal Prof. Michele Bonino. Al centro vi è l’indagine sul territorio compreso tra le province di Palermo, Trapani ed Agrigento, e la volontà di individuare il potenziale per un rilancio economico, e per un miglioramento della qualità della vita in questi luoghi. Tale rilancio è ritenuto condizione necessaria per evitare il processo di museificazione (Collovà R., 14/1/ 2015) che ha segnato, e tuttora segna, questo territorio dopo il terremoto che nel 1968 distrusse circa il novanta per cento del patrimonio edilizio di quattordici nuclei della valle del Belice (Lotà E., Noto V. 1976). A partire da quel momento, una vasta produzione di interpretazioni, scenari e progetti si è stratificata sulla catastrofe, contribuendo ad una moltiplicazione di livelli rappresentativi, che come spesso avviene in questi casi si sono sovrapposti al reale (Decandia L., 2000) e tuttora laboratori e piani confermano l’interesse per i temi di ricostruzione. Purtroppo ognuna di queste visioni pare come rappresa entro una rielaborazione del lutto (Femandez N., Sanna S., 2013) che fatica ad essere davvero affrontata, tanto che l’immagine prodotta da Burri con il suo Cretto persiste ancora, e pesa, quale metafora più efficace per descrivere il carattere delle trasformazioni in corso.
In realtà, il territorio del Belice oggi è oggetto di un cambiamento non del tutto colto da politiche e progetti. La catastrofe è difatti certamente stata, e per molti aspetti è ancora, un coagulante sul quale si è costruita e rafforzata la memoria collettiva (Collovà R., 14/1/ 2015). Tuttavia, tale memoria ha monopolizzato il dibattito, liquidandolo entro uno sguardo per lo più rivolto al passato e poco attento alle forme di innovazione che nel frattempo si stavano producendo. La conseguenza è stata un prevalente investimento sul turismo da parte del discorso politico e pubblico, come se solo il turismo potesse garantire una rinascita locale (PST Valle del Belice, 2008). Le forme delle trasformazioni spaziali hanno spesso assecondato tale investimento operando per lo più entro logiche estetizzanti e di tutela.
Oggi è invece evidente che le reti di relazioni economiche e sociali sono sempre meno veicolate e vincolate alla memoria di ciò che è stato. Esse sono estese ad ambiti anche sovralocali. Le pratiche dell’abitare appaiono spesso inedite, così come i modi e le forme della nuova produzione, in modo particolare quella agricola, che è evidentemente in rapporto di netta discontinuità con il periodo pre-sisma. L’ambito produttivo agroalimentare, e le pratiche ad esso legate, sono centrali nel nostro lavoro. Tale ambito è inteso come produttore di una spazialità molteplice, di una geografia che è progettuale nella rappresentazione di ciò che di nuovo sta emergendo da un territorio ed in cui si può intervenire orientando l’azione verso una direzione piuttosto che un’altra (DeMatteis G., 1995, pp. 37). Noi crediamo che su tale ambito dovrebbe essere investita una cospicua parte delle risorse statali e comunitarie oggi prevalentemente devolute al restauro dei centri abitati, sempre più spopolati. Questa questione non potrà essere trattata nelle pagine che seguono, l’evidenza però del potenziale produttivo di carattere principalmente vitivinicolo che questo territorio esprime, e del quale questa tesi prova a dare conto, ci auguriamo possa sensibilizzare rispetto alla necessità di un investimento importante da effettuare su questo settore. Tale potenziale sarà mostrato in questa ricerca attraverso lo studio della quantità e della qualità della produzione, della diversificazione delle colture, dei regimi di proprietà (dei campi coltivati), dei circuiti di distribuzione, dell’offerta occupazionale e della mobilità dei lavoratori e delle merci, nonché ovviamente della geografia fisica, nel tempo continuamente modificata per migliorare condizioni di lavoro e produzione.
Supportare questo tipo di produzione con spazi ed architetture pertinenti (oltre che con economie, politiche e tecniche), è il vero ed ultimo obiettivo di questo lavoro.
Per far questo, durante la ricerca, ha preso forza l’idea d’individuare alcuni attori protagonisti del settore economico vitivinicolo locale e provare a collaborare con loro per meglio capirne le esigenze ed interpretarle, seppure criticamente. Questo ha significato svolgere il lavoro entro un dialogo fitto con interlocutori fortemente radicati sul territorio, seppure operanti entro economie sovralocali. Il progetto che ne è conseguito tiene conto di questa doppia dimensione e prova a conciliarla con le molteplici e spesso divergenti istanze locali che le istituzioni pubbliche spesse volte faticano, in questi territori, ad interpretare.
La tesi è strutturata in tre parti. La prima si articola attraverso una serie di letture e dati territoriali tesi a mettere in evidenza il rilievo della produzione vitivinicola nella Valle del Belice. Tale produzione sarà l’oggetto più dettagliatamente osservato nella seconda parte, in modo particolare in riferimento al funzionamento dei suoli ed alla morfologia degli spazi. Una serie di disegni consentono di capire i sistemi naturali ed artificiali che strutturano ed organizzano questo territorio del vino, qui rinominato Hortus Belice. Di questo territorio, la terza parte osserva una strada, proponendone un nuovo progetto.
O meglio, osserva come la costruzione di una gerarchia, seppure minima e debole, di spazi, possa consentire un funzionamento diverso, ed a nostro parere migliore, dell’intero sistema di fruizione e produzione. La strada del vino ha questo obiettivo. Per perseguirlo, riteniamo indispensabile la realizzazione di alcuni nuovi spazi e di alcune nuove architetture capaci di ospitare gli usi emergenti di una regione in trasformazione.
Ha le sue ironie anche la morte. (Sciascia L., 1966)
- Abstract in italiano (PDF, 1MB - Creative Commons Attribution)
- Abstract in inglese (PDF, 1MB - Creative Commons Attribution)
Relatori
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