Il modello del campanile gotico-delfinale tra Alta Valle di Susa e Briançonnais : uso della pietra, tecnica costruttiva e proporzioni geometriche
Roberta Amato
Il modello del campanile gotico-delfinale tra Alta Valle di Susa e Briançonnais : uso della pietra, tecnica costruttiva e proporzioni geometriche.
Rel. Maurizio Gomez Serito. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Restauro E Valorizzazione), 2013
Abstract
Le chiese parrocchiali costituiscono una presenza diffusa in maniera omogenea sull'ampia porzione di territorio considerata, un’area che se oggi corrisponde a due territori distinti, l’Alta Valle di Susa e il Briangonnais, storicamente rappresentava un unico territorio in cui le due valli, separate da un valico alpino, erano legate da un comune destino storico, economico, culturale e artistico.
Come premessa allo studio bisogna infatti ricordare che da Susa al colle del Monginevro il territorio si può definire ex Delfinato, ricordando l’autorità dei Delfini prima e la creazione degli Escartons nel 1343; le aree disposte sui due versanti delle montagne furono legate indissolubilmente in un vincolo quasi di sopravvivenza fino agli inizi del XVIII secolo. Diventa importante riscoprire e valorizzare le ricchezze e le affinità etnico-culturali delle due aree, con particolare riferimento alla zona italiana, ed è necessario partire dalla vicende storiche che hanno interessato le due vallate per passare poi allo studio degli edifici ecclesiastici che ancor oggi dominano il vasto panorama e ci riportano indietro nel tempo.
Ponendo l’attenzione in particolare sul fenomeno architettonico è rilevabile immediatamente che si tratta di un’architettura di pietra. In un periodo di povertà in cui le caseforti signorili non erano molto decorate e la vita delle popolazioni montane era messa a dura prova, l’impegno e gli sforzi profusi nella costruzione degli edifici religiosi hanno lasciato architetture notevoli, segni distintivi di unità e di un’identità molto forte.
Gli edifici ecclesiastici scelti per questo studio rappresentano un possibile campione di un’indagine omogenea rispetto al contesto territoriale di appartenenza: elementi consolidati e capisaldi di un paesaggio culturale già ampiamente riconosciuto, studiato e inserito in un processo di valorizzazione. Un campione piccolo, ma non poco significativo, che mette in luce la validità del metodo di indagine e le potenzialità per un’applicazione e una verifica su scala più vasta.
L’analisi si è infatti articolata attorno al confronto di un numero di campanili scelto fra un campione significativo di edifici religiosi. Questi sono stati scelti sulla base della distribuzione sul territorio, sull'importanza dal punto di vista architettonico e sulla variabilità di modelli. Vista la vastità del territorio in esame e la complessità del tema da affrontare è stato quanto mai necessario operare una selezione.
La scelta di indagare in particolare le proporzioni geometriche e l’uso della pietra nei campanili è nata dal fatto che tali architetture rappresentano, nell’area in esame, un esempio significativo di come una tecnica costruttiva, consolidata e mai abbandonata nel lungo periodo analizzato - si tratta di un secolo di storia -, abbia potuto portare a modelli simili sui due versanti delle Alpi; modelli che, se studiati sotto il profilo geometrico, possono dar vita a una serie di importanti riflessioni sull'uso dei materiali lapidei.
I materiali lapidei sono variabili, il modello architettonico dei campanili invece, pur con alcune varianti, si ripete e risulta fondamentale comprendere come operarono gli artigiani e i progettisti dell’epoca, i quali avevano come imprescindibile obiettivo il mantenimento di un modello univoco, e come punto di debolezza - che in alcuni casi si trasforma in punto di forza - la variabilità insita nelle caratteristiche dei materiali lapidei a loro disposizione.
Se da una parte emerge infatti con forza il modello architettonico, fatto di geometrie ben precise e proporzioni definite e ricorrenti, l'elemento che maggiormente interviene a dare forza alla composizione è sicuramente la pietra.
Pietre molto diverse tra loro, più o meno lavorabili, più o meno dure, che ben si prestavano a essere squadrate o sbozzate, lavorate o scolpite, sono state impiegate in modo diverso, su edifici diversi, da sole o insieme ad altre, per costruire edifici unici e rimasti immutati per secoli.
Obiettivo di questa indagine è quello di far emergere analogie e differenze fra le tecniche costruttive utilizzate negli edifici ecclesiastici dell'Alta Valle di Susa e quelle impiegate nelle chiese del Brianconnais, facendo riferimento in particolare ai materiali e alle proporzioni geometriche utilizzate per la loro applicazione.
La regola di base sembra essere la stessa su entrambi i versanti: mantenere le forme, le tecniche, i modelli e il gusto ormai consolidati in secoli di esperienza, sedimentati nella pratica delle maestranze locali che operavano sì su architetture modeste, ma che facevano di queste architetture dei veri e propri capolavori. A creare tutto questo è proprio la non volontà - o forse sarebbe più corretto dire non necessità - di discostarsi da modelli ormai consolidati, derivanti da una tradizione costruttiva già di per sé molto nobile.
L’architettura delfinale ostenta il suo conservatorismo stilistico, e a una evidente sobrietà di forme si contrappone senza ombra di dubbio una ricchezza e una nobiltà di intenti da parte dei protagonisti, quegli scalpellini che si sono adoperati affinché emergesse la vera protagonista: la pietra.
Relatori
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