STRATEGIE DI INTERVENTO IN AMBITI MARGINALI DEGRADATI DEL ÀREA METROPOLITANA DI BUENOS AIRES : el programa de urbanización de Villa Tranquila
Giulia Marra
STRATEGIE DI INTERVENTO IN AMBITI MARGINALI DEGRADATI DEL ÀREA METROPOLITANA DI BUENOS AIRES : el programa de urbanización de Villa Tranquila.
Rel. Delfina Comoglio Maritano. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura, 2009
Abstract
Nell'estremo sud dell'America Latina, il triangolo dell'Argentina si estende su dì una superficie pari all'intera Europa occidentale, ma con appena il 15% della sua popolazione. Dalla Tierra del Fuego a La Quiaca, raggiunge ì 4.000 km di espansione, comprende tutti i suoli e climi, una piattaforma marittima di 900,000 km2 ed una delle maggiori riserve di acqua potabile del pianeta. Coltiva 30 milioni di ettari e ne possiede altrettanti, come terre fiscali, ma senza una legislazione che protegga loro ed in balìa della speculazione latifondiaria. È la sesta riserva metallifera del pianeta ed uno dei grandi produttori mondiali di alimenti, ma un terzo della sua popolazione vive in condizioni di povertà.
Che cosa è successo all'Argentina? Com'è possibile che in una terra tanto ricca di risorse e materie prime quasi il 50% delle case registri condizioni abitative deficitarie?
La Repubblica Argentina, un paese dichiarato in altri tempi come appartenente al gruppo di nazioni emergenti, affronta nell'anno 2001 una depressione economica e sociale che non registra antecedenti storici paragonabili. La drastica riduzione del prodotto interno lordo nazionale provoca un grave crollo socioeconomico, con forti incrementi nei tassi di disoccupazione e negli indici di povertà ed indigenza. Il tracollo istituzionale del dicembre 2001 e le successive crisi politiche convergono in un governo provvisorio> che preserva l'integrità dello Stato, in pericolo certo di dissoluzione, ma che non attacca i problemi sostanziali che attentano alla struttura del paese. Sebbene si registri una lenta ripresa in alcuni settori, le valutazioni periodiche realizzate dall'Istituto Nazionale di Statistica e Censimento mostrano una crescita sostenuta della povertà, l'indigenza e la disoccupazione. La brusca alterazione del rapporto peso-dollaro muta tutti ì prezzi dell'economia ed è, in gran parte, la causa di questo deterioramento collettivo. Aumentano le difficoltà per garantire l'attenzione alla salute e la provvista di alimentazione, visibili specialmente nella popolazione più vulnerabile: bambini ed anziani. L'insicurezza cresce giorno dopo giorno, ostacolando lo sviluppo di una vita normale.
In questo contesto l'opera pubblica è totalmente paralizzata, col conseguente effetto devastatore sulle grandi e piccole imprese, e sui livelli di occupazione, il deficit di abitazioni diventa uno degli indicatori della situazione di povertà generalizzata, che meglio sintetizza le diverse carenze di cui soffre la società argentina. Nei quartieri di alloggi precari le condizioni di vita spesso non raggiungono i livelli minimi accettabili. All'insufficienza di case si somma l' inadeguatezza di distribuzione di acqua potabile, latrine, sistemi di eliminazione dì rifiuti solidi e persino di acque nere, che vengono gettate direttamente nei fiumi, in mare o sulla strada. Queste condizioni si accumulano e si potenziano l'una con l'altra, contribuendo alla propagazione di una gran varietà di malattie trasmesse per contatto con acqua, terra o fango. A questo si uniscono le infezioni diffuse per via aerea, prodotto di un doppio sistema di inquinamento: quello dell'aria all'interno delle abitazioni - poco e mal ventilate, con installazioni domestiche precarie, dove la popolazione vive ammassata - e quello proveniente dalle zone industriali, dove generalmente Le fasce deboli sono costrette ad insediarsi, proprio perché di peggiore qualità ambientale e, di conseguenza, di minore valore economico. Questa popolazione, non dotata di un impiego stabile, e per ciò male alimentata, è altamente sensibile a tutti questi rischi. Inoltre, rappresenta la classe sociale più indifesa di fronte alla delinquenza e alla violenza, presupposto che aggrava la già precaria qualità di vita. La limitatezza di accessibilità, il sovraffollamento e le condizioni inadeguate dell'habitat si sommano per completare un quadro difficile da invertire. Cresce notevolmente la domanda di case, contemporaneamente all'aggravarsi delle condizioni sociali: gradualmente aumenta il numero di indigenti tra coloro che richiedono una dimora.
Il deficit di abitazioni attuale, con i tratti che lo identificano (estrema povertà, marginalità, accelerata urbanizzazione informale, frammentazione socio-territoriale), non è altro che uno dei tanti ambiti colpiti dalla parola crisi che, per la complessità delle sue dimensioni, ha ripercussioni economiche ma anche sociali, culturali e politiche, e trova la sua manifestazione più contraddittoria e drammatica nelle città.
Il settore della popolazione, al quale corrisponde la parte più voluminosa e di maggiore gravita del problema abitativo, in particolare nelle aree urbane, è la popolazione denominata marginale, che sì trova insediata, in prevalenza, in qualità giuridica di intrusa in terreni che non sono di sua proprietà. Per molti anni, e fino ad ora, è stata considerata, in merito alla risoluzione del suo problema di abitazione, gente senza residenza, con urgente necessità di essere provvista di una casa in qualsiasi altra parte e con scarsa possibilità di apporto alla soluzione del problema. La base prescelta per il suo radicamento nel territorio si considera un insediamento provvisorio ed abusivo, che deve essere sgomberato per ritornare al destino originale o, più precisamente, al suo proprietario Legale,
È risaputo che il fenomeno delle "vilias miserìas" non è esclusivamente argentino. Sotto altre denominazioni ("favelas", "callam-pas", "bidonvìlies", "chabolas", "stums", età), questo fenomeno esiste in tutti i paesi dell'America Latina ed in molte altre parti, rappresentando quei massivi insediamenti umani ai margini delle periferie delle città del sud del mondo1. Raramente gli abitanti degli insediamenti precarì sono considerati, nelle soluzioni convenzionali e vigenti per la casa, come membri di gruppi sociali e di settori urbani coesi, bensì come casi da processare individualmente e raggnippare con altre persone o famiglie di origine indeterminata senza maggiore considerazione per la loro organizzazione o interrelazione sociale ed urbana previa. Allo stesso modo, non si riconosce alcun valore, se non in alcuni rari casi di indennizzo, neppure all'ambiente costruito realizzato durante la residenza e convivenza nella villa.
Nessuno di questi meccanismi ufficiali, basati su di un'unica e monolitica idea di soluzione tecnica al problema abitativo, è riuscito a ridurre il deficit in maniera apprezzabile, né ad eliminare le villas. Queste, nel loro carattere apparentemente provvisorio, continuano, in effetti, a costituire la "soluzione" effettiva alle necessità abitative della popolazione di più basse risorse. Il volume delle villas è sempre maggiore e la loro permanenza diventa così costante e prolungata (in alcuni casi per varie generazioni), che l'insistenza nel considerarle marginali alla struttura e alla storia effettive della città incomincia a perdere fondamenti. Ciò non vuoi dire convalidare e legalizzare la presenza di questi insediamenti precari: le condizioni di vita al loro interno non raggiungono quasi mai i livelli di abitabilità considerati ammissibili e, oltre ai problemi interni, esse si trovano generalmente in conflitto anche con l'ambiente urbano che le circonda. Non sì tratta, quindi, dì idealizzare le villas, bensì di identificarle come problema sociale ed urbano, riconoscendo le intricate caratteristiche della loro esistenza e superando le visioni sempliciste e gli interventi traumatici e conflittuali, apparentemente efficaci.
Esse sono diventate ufficialmente parte integrante, tipica e strutturale, della conformazione delle nostre città; sebbene occupino aree relativamente ridotte, costituiscono l'habitat permanente di una percentuale elevata delta popolazione. Le villas non sono accatastamenti casuali ed amorfi di gente. Nei casi di urbanizzazione graduale spontanea, non pianificata, esse sì configurano secondo una sottile trama di interrelazioni ed accordi intorno a questioni fisiche e sociali. Quando il villero s'installa con la propria famiglia, egli considera la prossimità di una fonte d'acqua, la vicinanza, facilità a basso costo di accesso alle possibili fonti di lavoro e la disponibilità di certi servizi basilari, come educazione e salute. Questo tessuto, generalmente ricco in varietà, complesso ed essenzialmente "informale", poiché non obbedisce alle regole della società formale, gli sarà indispensabile per la sua sopravvivenza. Queste osservazioni cercano di contrapporsi al carattere casuale, inorganico e transitorio che si attribuisce generalmente alle vìllas, sottovalutando Le possibilità e le risorse della loro struttura e della loro storia, con le quali esse stesse possono contribuire alla risoluzione dei propri conflitti di sopravvivenza ed evoluzione.
La scelta di trattare la villa come un tema unitario ed integrale, vale a dire intersettoriale, deriva da una proposta relativamente recente, benché già significativamente riconosciuta, che discute la modalità di "lettura" della villa ed i suoi apporti, per arrivare ad un accordo di integrazione. La struttura fisica delle villas costituisce un capitale rilevante, che non può essere tralasciato nella valutazione di alternative di strategie di intervento. Molte volte l'organizzazione ubbidisce a leggi interne, che possono manifestarsi in forme di uso del suolo, di costruzione, funzionamento ed inserimento fisico nel contesto assolutamente incompatibili con le regole di gioco della società-città, con la quale cerca di integrarsi. In questi casi, un'ipotesi di consolidamento risulta materialmente impossibile o addirittura insensata.
La villa fornisce, a ciascuna delle famiglie che l'abitano, una situazione urbana ed una trama sociale interna, che non sono solo un dato di identificazione e riferimento, bensì una base reale di sostegno indispensabile per la sua sopravvivenza. All'interno di questi ambienti la casa riveste un ruolo cruciale: in totale assenza di infrastrutture, di servizi e di terziario è la residenza stessa a costruire la morfologia e l'identità dei luoghi. Il problema della casa, però, non può essere affrontato solo in termini di deficit abitativo: qualunque tentativo di apportare una soluzione reale deve essere capace di integrare anche gli aspetti connessi alle pratiche d'uso dello spazio domestico, ai processi di produzione e alle complesse relazioni sociali di questa "condizione in tema", sia fortificandola e "formalizzandola", che sostituendola per un'altra equivalente. Dipende dalla mancata applicazione di questo concetto, il fallimento di quei programmi di ri-localizzazione in luoghi che implicano una maggiore spesa di trasporto o in edifici dove non è possibile sviluppare un'attività di approvvigionamento, o ospitare un inquilino, o contare su di una distribuzione fisica adeguata per il mutuo soccorso con i vicini nei problemi quotidiani.
Le villas, come settori urbani, sono ferme ad un punto senza ritorno e senza possibilità di avanzamento, in una sorta di equilibrio instabile di sopravvivenza elementare. Non si può pensare ad un loro sviluppo, o ad un consolidamento avanzato, basato unicamente sulle loro forze e risorse , senza l'apporto di un intervento esterno (vale dire, proveniente dall'esterno della villa, ma non necessariamente eseguito da fuori della stessa). Dobbiamo intendere l'abitazione come una configurazione di servizi (i servizi abitativi), che devono favorire la soddisfazione delle necessità umane primordiali (in particolare il bisogno di protezione), e come un processo complesso nel quale intervengono diversi fattori: economici, sociali, culturali, simbolici, etc.
Ma, come affrontare il tema della casa in questo difficile contesto?
Sappiamo che il settore dell'edilizia residenziale, come altri tipi di opere pubbliche, è un'attività ciclica che contribuisce alla ripresa economica in epoche di depressione: mobilita gran quantità di imprese, fornitrici di materie prime come esecutrici delle stesse opere di cantiere; genera impieghi per tutte le categorie di lavoratori incluse nella costruzione, dagli operai fino ai professionisti migliora la qualità di vita attuale e futura per tutta la popolazione beneficiaria; progetta nuovi spazi urbani ed intensifica tutte le attività legate all'insediamento della popolazione.
L'intervento dello Stato e la regolamentazione del mercato immobiliare sono imprescindibili per ridurre le asimmetrie spaziali nella distribuzione dei servizi urbani, per evitare una segmentazione residenziale determinata dal livello di reddito e per generare scenari urbani socialmente eterogenei. Lo Stato incide di modo diretto ed indiretto sulle dinamiche urbane, come: produttore diretto del parco edilizio, fornitore di attrezzatura sociale ed infrastruttura, gestore delle normative urbanistiche ed agente fiscale. Allo stesso modo, lo Stato dovrebbe essere il garante, l'istituzione che agisce per assicurare il diritto di cittadinanza, il salario minimo, l'educazione, i servizi, il trasporto e, soprattutto, l'abitazione. Il diritto di ciascun individuo ad un alloggio adeguato è una condizione fondamentale per la stabilità sociale e politica di ogni paese ed influisce direttamente sulle scelte di urbanizzazione delle città interessate dalle grandi espansioni, facendo pressione sull'individuazione di strategie mirate a risolvere tali incessanti fenomeni di crescita. Dopo decenni caratterizzati da uno scarso intervento abitativo, il settore dell'edilizia sociale diventa un'asse centrale dell'agenda pubblica, messo in atto secondo una tendenza distinta: decentrare fondi dello stato nazionale alle province e da queste ai municipi; portare risorse all'ambito municipale, che ha maggiore contatto con la domanda e maggiore capacità potenziale di gestione ed azione. Nella Gran Buenos Aires l'intervento in materia residenziale previsto dal Pian Federai de Construcción de Viviendas per questo decennio equivale per quantità alle dimensioni della crescita demografica del periodo compreso tra i due ultimi censimenti ed il volume degli interventi sviluppati tra il 2004 e il 2007 pareggia gli interventi abitativi realizzati nei precedenti 27 anni, ovvero nel periodo 1976-20032. Tuttavia, La costruzione di edilizia popolare nasce dalla necessità di riattivare l'economia nazionale post crisi: in questo senso, l'approccio è più familiare con la politica di opera pubblica, che con le politiche urbane e di habitat in un senso integrale.
Ogni politica statale implica "un insieme di prese di posizione;, tacite o esplicite, di differenti organi e divisioni dell'apparato statale, che esprimono una determinata modalità di intervento dello Stato, in relazione ad una questione che risveglia l'attenzione, l'interesse o la mobilitazione di attori della società civile." Per tale ragione risulta necessario, prima di cercare di analizzare la politica abitativa ed i processi di gestione portati a capo in materia di abitazione da un determinato paese o governo, conoscere in profondità quella "questione che risveglia l'attenzione, l'interesse o la mobilitazione" tra gli attori di tutta la società. Senza questa previa conoscenza, tutti i giudizi che si potrebbero emettere sulle azioni sviluppate, sarebbero, infatti, infondati.
L'abitazione fa parte privilegiata dell'organizzazione sociale e non può essere analizzata al margine della stessa: possiamo considerarla come un bene che, all'essere "abitato" e quindi vissuto, si trasforma in casa, divenendo qualcosa di personale ed intimo, che passa a far parte della sfera sociale, come spazio privilegiato della vita umana3. Non può intendersi, dunque, né studiarsi la casa, e conseguentemente la politica per la casa, senza considerare la struttura sociale, il contesto storico imperante ed il proprio stile di vita dei suoi residenti, che la caricano di simboli di appropriazione familiare. Questo è il motivo per il quale si è deciso di diagnosticare con precisione l'evoluzione della situazione socio-abitativa della Regione Metropolitana di Buenos Aires, nostra area di studio, come punto di partenza per analizzare criticamente le politiche pubbliche per la casa attuate nell'ultimo secolo, e per poi individuare le nuove sfide che si presentano ed il ruolo attuale e futuro che compete ai governi locali in questa questione.
Come co
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