Nel momento in cui segnalavamo il titolo del nostro lavoro di tesi, compilando il foglio bianco per l'iscrizione all'esame, non sapevamo ancora in che terreno ci saremmo inoltrati effettivamente. Le magnifiche ambivalenze di senso di una parola astratta come vuoto, e peraltro sempre più presente nei nostri vocabolari, sembravano già un paesaggio in cui fosse possibile un progetto.
Questo progetto, nato da un movimento romantico dopo un viaggio nel Mar Rosso, prevedeva un insediamento presso il faro del reef di Sanganeb nelle acque sudanesi di questo mare sulla rotta tra Port Sudan -a ovest- e Geddha -a est.
La singolarità dell'argomento, al di là di una fascinazione naturalistica e anche un po' esotica prodotta dal sito in questione (tra l'altro uno dei paradisi subacquei del Mar Rosso e meta di numerose missioni di ricerca marina), ci ha posto numerosi interrogativi di tipo progettuale, metodologico, ma anche morale e politico.
Una delle principali questioni è già riguardo al solo motivo per cui ci troviamo a riconoscere come vuoto, o almeno assimilare a quell'idea, un luogo come quello di Sanganeb.
Da una parte il mare è "l'immagine dell'infinito, ispira grandi pensieri", come recita Flaubert fra i suoi luoghi comuni. Dall'altra un faro di pietra con due lunghe banchine opposte in una zona oggi evitata dalle rotte principali di navigazione (ma non da quelle turistiche) sembra un'oasi in un deserto d'acqua.