La vulnerabilità sismica delle chiese del centro storico di Palermo
Roberto Lombino
La vulnerabilità sismica delle chiese del centro storico di Palermo.
Rel. Cesare Tocci. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Restauro E Valorizzazione Del Patrimonio, 2017
Abstract
INTRODUZIONE
Di tutte le possibili minacce che possono compromettere l’incolumità del nostro patrimonio architettonico quella rappresentata dal terremoto è di certo tra le più pericolose. Le due principali ragioni che motivano questa affermazione riguardano i due soggetti in causa, ovvero la terra, tremante e il costruito vulnerabile. Infatti, se da un lato abbiamo una semplice questione probabilistica, che vede nel nostro Paese la più alta densità mondiale di edifici di interesse artistico-culturale costruiti su aree caratterizzate da un elevato grado di sismicità, dall’altro gli edifici storici in muratura che, soprattutto quando non realizzati conformemente alla regola dell’arte, non sono sempre capaci di resistere in maniera adeguata alle sollecitazioni orizzontali più intense.
La secolare convivenza con questo fenomeno distruttivo ha portato le diverse realtà culturali regionali a definire tecniche costruttive antisismiche sempre più efficaci. Dalla semplice, e molto diffusa, pratica dell’inserimento di catene metalliche, si passa a tecniche “di sopravvivenza” locali, come i radiciamenti lignei tipici delle costruzioni abruzzesi, agli archi di sbadaccio, interposti tra le facciate di due edifici allineati, molto diffusi in Sicilia, alle più sofisticate case baraccate ancora osservabili in Calabria. Questi, ed altri, espedienti antisismici locali fanno parte di quell’apparato di regole dell’arte costruttiva mirate al raggiungimento del cosiddetto comportamento scatolare globale. In estrema sintesi, queste regole si basano sia sulla qualità degli assemblaggi alle diverse scale, dall’apparecchiatura dei conci alle connessioni tra le diverse parti di un edificio (o di un isolato), sia su un equilibrato rapporto geometrico-compositivo tra i vuoti e pieni, ossia dalla corretta apertura dei vani porta/finestra alla presenza regolare di murature di controvento. Le tradizioni costruttive proprie delle località più colpite dai fenomeni sismici hanno avuto modo di comprendere al meglio il valore dell’adempimento della cosiddetta regola dell’arte costruttiva, sviluppando nel tempo tecniche di prevenzione antisismica sempre più raffinate, consapevoli che senza di queste non vi è speranza di sopravvivenza per i loro centri urbani.
Nel corso del XX secolo, il repentino passaggio dal vecchio sistema in muratura portante verso quello intelaiato in cemento armato ha portato ad una sostanziale perdita di queste tradizioni costruttive, che venivano tramandate oralmente di generazione in generazione, compromettendo di fatto la capacità dei contemporanei di operare sull’edificato storico con metodi d’intervento consoni alla sua natura e compatibili con le peculiarità costruttive locali. L’entità di questa perdita si misura con il conteggio di tutti gli edifici storici andati in rovina a causa dei più recenti eventi sismici, vuoi per una totale incompatibilità degli interventi di restauro, vuoi per le manomissioni incontrollate, vuoi per una grave mancanza di opere di manutenzione programmate. Ad oggi, quindi, l’obiettivo di porsi nuovamente in continuità con la cultura costruttiva locale e riappropriarsi di quei metodi d’approccio con il costruito ormai in via d’estinzione, non vuole essere un semplice capriccio nostalgico ma si propone come unica alternativa possibile nella tutela dell’immenso patrimonio architettonico che abbiamo ricevuto in eredità e che ci assumiamo la responsabilità di consegnare alle generazioni successive non solamente integrò nella sua consistenza, ma possibilmente anche ben conservato.
È giusto chiarire che l’importanza che noi contemporanei attribuiamo al cosiddetto patrimonio architettonico non risiede esclusivamente nel suo valore artistico. Se così fosse dovremmo tornare ad escludere da questo insieme tutte le costruzioni minori, senza fattezze auliche o di pregio stilistico, che rappresentano la maggior parte dell’architettura storica nei centri urbani del nostro Paese. Il valore primario da salvaguardare, a parer nostro, è quello di testimonianza. Preservare un edificio storico significa, infatti, non solo conservatela memoria di una collettività di individui che riconoscono in esso una traccia storica, materiale, del loro passato, ma anche un monito morale, immateriale, che rappresenta l’insieme dei valori sui quali quella comunità si fonda. None un caso che le parole monito e monumento derivino dalla stessa radice latina monere, ovvero ricordare. Ma quando il ricordo è perso, distrutto, l’unico monito tangibile non è che un drammatico memento mori.
Tra tutti gli edifici storici considerabili alla stregua di monumenti, la categoria formata dalle chiese è senza dubbio quella più diffusa. La caratteristica conformazione strutturale di questi edifici li rende tanto pregevoli dal punto di vista architettonico quanto estremamente vulnerabili alle azioni sismiche. Il valore architettonico di una chiesa è spesso commisurato all’arditezza delle sue strutture, all’ampiezza dei suoi spazi, al dimensionamento delle sue aperture.
La tesi affronta il tema della vulnerabilità sismica delle chiese del centro storico di Palermo, cercando di mettere in evidenza la diversa efficacia antisismica delle soluzioni d’impianto che caratterizzano le tipologie più diffuse, con la finalità di individuare eventuali precarietà ricorrenti e fornire un fondamento razionale a possibili strategie di miglioramento preventivo.
Per tale ragione si è deciso di affrontare un’analisi comparativa delle tre tipologie più diffuse all’interno del centro storico della città di Palermo: chiese barocche a navata unica, chiese barocche a tre navate e chiese rinascimentali a tre navate. Delle 141 chiese ricadenti in quest’area di circa 2 km2 sono state selezionate le quattro più rappresentative di ciascuna tipologia, per un totale di dodici casi. Per ciascuna chiesa, in accordo con il livello di valutazione LV1 delle Linee Guida, e a partire dall’analisi dello stato di fatto in tema sia di configurazione strutturale sia di stato di danno, si propone la valutazione degli indici di danno (Id), di vulnerabilità (Iv) e di sicurezza sismica (Is). Dalla comparazione di tali indici emerge un’analogia nel comportamento sismico tra le chiese appartenenti ad una stessa categoria, dovuta ad una sostanziale uniformità delle soluzioni di impianto e alla presenza di elementi strutturali ricorrenti. L’analisi esclude a priori la considerazione di eventuali effetti di sito che, a Palermo, possono essere circoscrivibili alle aree ricadenti sugli antichi tracciati dei fiumi Kemonia e Papireto, oggi interrati. Infatti, in questi ambiti il sottosuolo è caratterizzato da profondi spessori di depositi alluvionali che se attraversati da un’onda sismica ne amplificano gli effetti in superficie; tant’è che il tessuto urbano costruito in corrispondenza di queste aree è stato storicamente il più danneggiato dai terremoti che si sono abbattuti sulla città.
La chiesa di Sant’Anna la Misericordia, per la quale è stata condotta un’analisi più approfondita, sorge proprio su una colmata di depositi alluvionali e materiali di riporto, e, per tale ragione, è sempre stata tra le chiese più danneggiate dai terremoti storici di Palermo. Attraverso l’interpretazione del quadro fessurativo rilevato a seguito del sisma del settembre del 2002, la ricerca storica dei danni subiti a seguito dei terremoti storici, degli interventi attuati nelle fasi post sisma, e ad uno studio più dettagliato dei particolari costruttivi e relative carenze strutturali, è stato possibile individuare le più forti precarietà della chiesa - legate essenzialmente alla risposta in direzione longitudinale dell’organismo - e proporre alcuni semplici interventi di miglioramento.
Relatori
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