Spazi pubblici del terzo millennio
Tommaso Buffa
Spazi pubblici del terzo millennio.
Rel. Claudio Germak. Politecnico di Torino, Master of science program in Architecture For The Sustainability Design, 2015
Abstract
Introduzione
Architettura a zero cubatura (AZC)
A partire dagli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, il degrado fìsico e sociale che caratterizza molte aree urbane rende evidente una condizione di sofferenza della sfera pubblica. Alcune teorie socio-urbane analizzano le ragioni della crisi e del declino dello spazio pubblico, giungendo a posizioni, a volte estreme, che ne decretano l’estinzione. Tale declino viene collegato da una lato al generale prevalere di forme individualistiche sulla dimensione pubblica del vivere sociale, dall’altro alla dispersione degli spazi collettivi conseguente alla separazione delle funzioni nella città. Ma, nonostante l’avvento della tecnologia, i luoghi fisici dell’incontro e dello scambio tra le persone sono ancora importanti, scrive Zygmunt Bauman: “l’esperienza umana si forma, si accumula e viene condivisa nei luoghi”. L’esiguità e la virtualità degli spazi pubblici privano la socialità di quella componente fisica in cui avviene lo scambio sociale necessario - come sosteneva Jane Jacobs - alla formazione dell’opinione pubblica, alla costruzione di una società coesa all’esercizio della democrazia. I contatti pubblici occasionali sono alla base della formazione della sensibilità pubblica; la vita collettiva spontanea, quando è ancora uno dei motivi di assenza di vandalismo e degrado. Gli spazi pubblici sono quindi essenziali alla vita dei loro abitanti, diventando strumento fondamentale delle politiche di gestione e sviluppo del territorio.
E, infatti, una volontà negli anni Ottanta, dopo la presa di coscienza del fallimento dei criteri progettuali e dei regolamenti adottati nei decenni precedenti, avvia processi di rigenerazione urbana in diversi contesti europei. Le città, fatte prevalentemente di case, progettate più per le automobili che per le persone, presentano aree libere insicure, che si trasformano in focolai di problemi sociali. In questo contesto, una serie di programmi pongono al centro dei loro obiettivi lo spazio pubblico, sia alla scala urbana che a quella del quartiere, come luogo attraverso cui coinvolgere direttamente gli abitanti nel processo di riqualificazione e attivare la rinascita della comunità locale.
Tentando una breve ricognizione storica a volo d’uccello, si può sostenere che l’Architettura a zero cubatura (azc) nasce, come approccio sistemico, nel XIX secolo, nell’epoca paradossale e magnifica delle enormi trasformazioni territoriali permanenti da un lato e, attraverso lo spettacolo offerto dalle grandi esposizioni universali, in fenomeno di fruizione di massa dall’altro. Con la nascita delle prime metropoli evolve la necessità romantica di una maggiore interrelazione dell’individuo con l’ambiente naturale conduce al disegno di una natura simulata, che necessita di artifici costruiti a corredo (belvedere, gazebi, balconate, finte rovine, passerelle, percorsi attrezzati, etc.), congegni per connettersi non solo visualmente, ma esteticamente, metaforicamente ed emotivamente al paesaggio. Vengono così investite fasce sempre più ampie di territorio urbano ed extra urbano, trasformate in parchi che funzionano come veri e propri “sacri monti” orizzontali a servizio del singolo prima e della collettività poi.
In questo periodo nasce la macchina celibe a zero cubatura per eccellenza: la Tour Eiffel, meccanismo perfetto privo di funzione specifica, che però unifica in sé il triplice ruolo di landmark territoriale e mnemonico, di monumento alla tecnica e di strumento privilegiato per l’osservazione del paesaggio da una pianura urbana. Le architetture azc pur non avendo tecnicamente uno spazio interno arrivano però, attraverso una negoziazione tra ambiente e paesaggio, a configurare lo spazio aperto.
L’ampia e variegata casistica di progetti riguardanti gli spazi pubblici messi in atto da questo periodo a oggi rende difficile una classificazione delle esperienze in corso. I progetti che sono stati raccolti in questa tesi non hanno la pretesa di fornire un unicum, che fornisca un quadro di riferimento certo e delle incontrovertibili evidenze, ma fermano lo sguardo su un modernismo solare, all’interno del quale si fa sempre più spazio un professionismo gioioso, antiteorico e antiretorico, un “eclettico fecondo” che propone nel suo complesso una “teoria empirica”, un nuovo modo di osservare l’intorno. Inoltre i progetti presi nella loro articolazione spaziale definiscono un quadro operativo che, salvo alcune macroscopiche eccezioni, indica strumenti, metodologie e obiettivi comuni.
Non dovendo sottostare a obblighi dimensionali, normativi o funzionali in senso stretto ma quasi soltanto a problemi di budget, essi arrivano a un grado di sperimentazione e libertà stilistica difficilmente raggiungibile altrimenti.
A questa libertà nella classificazione corrisponde la convinzione che l’azc sia di fatto un tema eterogeneo in cui si incontrano diverse discipline e condizioni antropiche e scale concettuali intermedie tra il Piano e l’oggetto architettonico. Che possa essere il luogo del riuso dei detriti della società contemporanea, della riappropriazione, della (ri)composizione, per riuscire a trovare una combinazione nuova agli elementi in gioco. Che usa l’ironia come uno degli strumenti possibili per aggiungere significato al mondo.
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