La riqualificazione energetica degli edifici ad uso pubblico
Alberto Calabrese
La riqualificazione energetica degli edifici ad uso pubblico.
Rel. Chiara Aghemo, Luca Degiorgis. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Progetto Sostenibile, 2015
Abstract
-L’efficienza energetica fino al 2020:
E’ stato calcolato che la costruzione degli edifici ed il loro ciclo di vita comporti un consumo pari al 40% del totale dell’energia consumata ed un’emissione di CO2 pari al 36% del totale emesso nell’Unione Europea. Il settore è in crescita, dunque è in previsione un conseguente aumento di consumi ed emissioni.
Al fine di perseguire obiettivi volti ad una crescita sostenibile del nostro pianeta, la Comunità Europea ha sancito, in seguito alla Commissione del 13 novembre 2008, la necessità di migliorare l’efficienza energetica dei paesi dell’Unione di una quota pari al 20% entro il 2020. Questo Piano d’Azione del Consiglio Europeo, denominato “Una politica energetica per l’Europa”, ha successivamente preso il nome di “target 20-20-20". Per ottenere questo risultato, la strategia europea si esprime con tre obiettivi. Il primo di questi prevede una riduzione dei consumi di fonti primarie del 20% rispetto alle previsioni tendenziali, mediante aumento dell’efficienza secondo le indicazioni di una futura direttiva. Il secondo traguardo fissato è quello di ridurre del 20% le emissioni di gas climalteranti, secondo impegni già presi in precedenza, sia nell’ambito del protocollo di Kyoto, sia attraverso l’ETS (Emissions Trading Scheme): un sistema europeo che fissa dei limiti per le emissioni di anidride carbonica a più di 11.000 impianti in tutta Europa, ma permette che i diritti ad emettere anidride carbonica (che sono chiamati quote di emissioni di carbonio europee, EUA) possano essere commercializzati. Il terzo obiettivo, infine, si traduce nell’aumento del 20% della quota di fonti rinnovabili nella copertura dei consumi finali (usi elettrici, termici e per il trasporto).
Non bisogna però considerare il 2020 come un punto di arrivo finale, poiché la trasformazione e l’efficientamento energetico del patrimonio edilizio europeo dovranno proseguire anche ben oltre tale scadenza, la quale può costituire solo una tappa intermedia. Infatti, la recente tabella di marcia della Commissione per muoversi verso un’economia competitiva “low-carbon” ha dimostrato che le emissioni nel settore edilizio potrebbero essere ridotte circa del 90% entro il 2050.
Risulta a questo punto chiaro che la strategia europea è improntata su due punti: agire sulla domanda, con un miglioramento dell’efficienza energetica e conseguente riduzione dei consumi di energia, e promuovere l’utilizzo e lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, col fine di ridurre l’impatto ambientale dell’attività antropica. L’efficienza energetica dovrebbe rappresentare una soluzione per varie problematiche attuali che affliggono l’ambiente in cui viviamo, a cominciare dalla questione del cambiamento climatico, al miglioramento della sicurezza energetica, al conseguimento degli obiettivi di Lisbona, nonché alla riduzione dei costi dell’Unione Europea.
In questo quadro è bene inserire anche un accenno al vasto mondo della programmazione comunitaria, che dà impulso e sostanza alle iniziative progettuali presentate dagli stati membri attraverso una serie di programmi quinquennali in grado di finanziare miglioramenti sul piano dell’efficienza energetica, del taglio alle emissioni di CO2 e all’aumento di energia da rinnovabili.
Le direttive comunitarie si differenziano dalle leggi italiane per alcune caratteristiche legate al fatto che devono essere poi ratificate ed applicate in contesti molto diversi. Si tratta di leggi quadro che sottendono un complesso lavoro di organi tecnici, prima, durante e dopo l’approvazione.
-La soluzione al problema: le azioni di retrofit energetico:
Si è dunque illustrato come il tema della riqualificazione energetica degli edifici sia una tematica piuttosto sentita all’interno dello scenario nazionale ed internazionale.
Vi sono numerosi casi di manufatti architettonici particolarmente energivori per motivi legati sia a tecnologie costruttive che non sono state adeguate all’avanzamento delle conoscenze tecnologiche nel tempo, sia a problematiche di gestione da parte di utenti e Pubbliche Amministrazioni, nel caso ci si riferisca ad edifici di proprietà pubblica. Inoltre, non è raro che gli utenti di questi edifici non vengano istruiti sulle corrette modalità di utilizzo del manufatto edilizio, ma non è altrettanto raro che questi immobili compaiano tra gli ultimi posti delle liste degli investimenti pubblici. Proprio per le loro caratteristiche tecnologico-impiantistiche e per lo stato di obsolescenza che spesso li accompagna, questi edifici rappresentano un enorme potenziale di risparmio in termini di risorse non utilizzate e, di conseguenza, in economia di spese. In molti casi, l’investimento impiegato per l’intervento di riqualificazione ha tempi di ritorno molto ridotti e, soprattutto, immediati benefici sull’utente finale, anche in termini di comfort.
Un aspetto che colpisce in modo particolare è che, malgrado un crescente interesse verso i principi di sostenibilità e risparmio di risorse, che ormai permeano l’ambito dell’edilizia, le azioni di riqualificazione dell’esistente sono ancora relativamente limitate e, soprattutto, subordinate ad interventi di ampliamento o in risposta a norme di sicurezza; la maggior parte degli interventi in cui è possibile riscontrare i principi di risparmio energetico e di sostenibilità in senso più ampio sono ancora le nuove costruzioni. In quest’ottica, è necessario evidenziare che l’incidenza del nuovo sul costruito è inferiore all’ 1 % poiché la maggior parte delle risorse viene impiegata per gli edifici esistenti: anche se si costruisse esclusivamente con gli standard della casa passiva, il bilancio con l’esistente sarebbe ancora fortemente negativo. Risulta dunque necessario investire il più possibile sull’esistente, a partire dagli edifici pubblici e, in particolare, dagli edifici scolastici, in cui è possibile raggiungere gli standard più ambiziosi. Buona parte degli interventi virtuosi, riportati a titolo di esempio nel secondo capitolo di questa tesi, appartiene a realtà locali di piccola e media dimensione in cui è presente, complessivamente, una ridotta quantità di edifici pubblici. Una città di grandi dimensioni deve considerare che i fondi impiegati per gli interventi da eseguire sul proprio patrimonio edilizio devono essere suddivisi per un numero notevole di strutture; ne consegue che se si dovessero davvero distribuire in modo equo non si riuscirebbe a raggiungere nessun obiettivo concreto e utile. In queste specifiche situazioni si preferisce (o si è praticamente costretti) intervenire, in primo luogo, sulle situazioni di emergenza che possono essere rappresentate da qualsiasi immobile di competenza della pubblica amministrazione (Comuni o Province). Per molteplici motivazioni, vengono privilegiate dalle pubbliche amministrazioni quelle strutture ricettive che ottengono maggiori riscontri nell’ambito dell’economia generale. Diversamente, le piccole situazioni locali presentano un numero molto ristretto di edifici pubblici di competenza e, tra questi, gli edifici per la didattica e la ricerca, come scuole e poli universitari, ricoprono un aspetto molto importante della vita e della crescita comunitaria su cui investire in modo continuo. Ovviamente il tutto è relazionato alla possibilità di investimento di ogni Amministrazione Pubblica, ma la tendenza è comunque rispettata. E’ utile inoltre rilevare che molti edifici, per quanto utilizzati dalla collettività per svariate funzioni, non sono di competenza pubblica, ma sono gestiti da associazioni private con maggiori possibilità di investimento.
Sono molti i casi in cui l’occasione di adeguamento normativo o la necessità di un ampliamento dell’edificio (dovuto all’aumento dell’utenza o, nelle piccole realtà, all’integrazione di differenti funzioni esterne da affiancare ad una destinazione d’uso prevalente) diventano il momento per intervenire in modo completo sul manufatto, con un notevole innalzamento della qualità architettonica. L’intervento di riqualificazione, inoltre, offre l’occasione per rendere evidente il nuovo fermento culturale legato alla diffusione dei principi di sostenibilità e di rispetto per l’ambiente, sia a livello di scelta edilizia, sia a livello di educazione ambientale e, considerando che gli edifici pubblici rappresentano un moltiplicatore di opinioni poiché frequentati da una eterogenea varietà di fruitori, diventano essi stessi un manifesto di pratiche virtuose.
Si denota che, generalmente, l’approccio all’intervento di recupero è differenziato in relazione alla destinazione d’uso dell’edificio considerato, e dalle relative dimensioni; in alcune tipologie di manufatti architettonici gli interventi di recupero sono più orientati verso un approccio globale nei confronti dell’edificio, operando nella direzione contemporanea di un energy retrofit (o “EnerPHit, laddove si faccia riferimento agli standard costruttivi delle “Passive House’’) passivo e attivo (specialmente nel caso di edifici pubblici di ridotte dimensioni o comunque dove l’utenza necessita di un comfort ambientale maggiore, come ad esempio accade nelle scuole dell’infanzia e primarie). Diversamente accade per edifici dalla volumetria maggiore (o comunque dove si riscontri la presenza di alcuni ambienti occupati per periodi di tempo limitati, ma che contengono attrezzature fortemente energivore, come laboratori o officine), in cui è frequente riscontrare un energy retrofit più orientato verso soluzioni di tipo attivo (impiantistico), a titolo di esempio si pensi ai laboratori informatici di grandi dimensioni contenenti server, computer, monitor, stampanti, plotter, ecc. L’intervento di recupero mirato all’ottimizzazione dell’apparato impiantistico è in grado di offrire un alto e soprattutto immediato risparmio in termini di riduzione dei consumi elettrici, successivamente re-investibili in azioni di risparmio energetico in altri ambiti. L'energy retrofit attivo, inoltre, permette l’adozione di protocolli di gestione partecipata in cui anche l’utente finale contribuisce alla riduzione dei consumi globali dell’edificio attraverso piccole azioni quotidiane mirate alla salvaguardia delle risorse. Inoltre, attraverso semplici interfacce (monitor), è possibile visualizzare in qualsiasi momento la quantità di energia risparmiata o prodotta (ad esempio nel caso di installazione di pannelli fotovoltaici), permettendo così la comprensione dell’effettiva utilità di queste dotazioni. Purtroppo si perde il potenziale di insegnamento contenuto all’interno dei sistemi di sfruttamento passivo (capire le differenze di consumo e benessere legate all’uso di un infisso con vetrocamera termoisolante piuttosto che ad un vetro singolo, capire i meccanismi di guadagno solare gratuito, la qualità dell’ambiente interno creata dalla possibilità di avere pareti fortemente coibentate, ecc.) che potrebbero diventare didatticamente utili al fine di affrontare le problematiche legate all’educazione ambientale. Questi principi sono più difficilmente comprensibili e personalizzabili per i non addetti ai lavori o per chi non ha mai affrontato queste tematiche, limitandone dunque la possibilità didattica dell’azione di risparmio energetico.
In questa tesi ci concentreremo essenzialmente su quelle che sono le misure a favore dell’efficienza energetica negli edifici, con particolare riferimento a quelli di natura pubblica ovvero, come recita la normativa, quegli edifici di proprietà del governo centrale di ogni stato membro.
Analizzeremo quindi il quadro legislativo europeo, quello nazionale in tema di certificazione energetica degli edifici ed infine parleremo di certificazione energetica degli edifici a livello regionale, con un occhio di riguardo alla normativa del Piemonte, regione ove si colloca il complesso di edifici di proprietà del Politecnico di Torino analizzato in questa tesi, ovvero la Cittadella Politecnica.
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