Derive urbane : un'analisi socio-culturale dell'architettura occupata a Torino
Paolo Bertorello
Derive urbane : un'analisi socio-culturale dell'architettura occupata a Torino.
Rel. Elisabetta Forni. Politecnico di Torino, Master of science program in Architecture Heritage Preservation And Enhancement, 2014
Abstract
Prendere, occupare.
Meditando attorno alla radice latina di questo verbo, é interessante notare come possa questo animarsi di molteplici "umori".
Per esempio, potremmo iniziare da una riflessione che prenda in considerazione la condizione di possesso, tramite l'agire: attraverso il prendere, l'acquisire. Non importa il mezzo con il quale si acquisisce.
Al fine di proporre la trasposizione di tale deduzione in pensiero riflessivo é opportuno, in un primo momento, concentrarsi esclusivamente sull'azione che vede nell'oggetto "l'attore" traslato nonché "vittima" del possesso. Da dove e verso dove?
Sempre in un primo momento potremmo dedurre un diritto di proprietà. Conviene ammettere di poterlo per questa riflessione trascurare e quindi tralasciare, in quanto in termini contestuali, l'accezione "di proprietà" diviene percezione singolare di una relativa cultura storica e quindi non
valida come valore riflettente la sintesi di un'unica realtà; perciò dichiarando già una variabile potenzialmente scomoda ai fini di speculazioni generali. Rimane l'azione e il suo risultato: una traslazione spaziale.
Ma questo vale per oggetti mobili.
Si potrebbe commentare: per gli oggetti immobili come funziona? Cosa accade quando in forza di quell'azione applicata non si può ottenere quel dato risultato?
A mio parere accade un rovesciamento di ruoli.
La dinamica del possesso avverte un ribaltamento di forze, dove la componente immobile applica la forza all'altra parte, cioè quella mobile. Per esplicitare il concetto: il luogo esercita la forza nei confronti della controparte, ossia l'uomo per esempio. In particolare l'acquisizione a fine di possesso, non avviene per mezzo della privazione dell'oggetto nei confronti della realtà preesistente, bensì per mezzo di una nuova presenza fisica in quel dato oggetto, l'uomo.
Se l'uomo, precedentemente, nel caso di oggetti mobili poteva essere considerato "esterno" all'azione commessa, ora ci si può accorgere chiaramente come egli divenga causa dell'azione stessa, anzi diviene un agire improprio.
Parallelamente potrebbe nascere una controversia:
Cosa è oggetto?
Fin’ora potremmo desumere di aver incontrato due oggetti, l'oggetto-uomo e l'oggetto-luogo.
Quando l'uomo però diviene azione allora non può essere oggetto, risulta che l'unico oggetto è il luogo(?).
Si allude al fatto che, come noi non possiamo "commettere" quell'azione di possesso-presa, la esercitiamo allora per la nostra stessa presenza materiale, noi siamo quell'azione.
Come il diventare "presenza materiale" non é teoricamente e fisicamente eleggibile, non possiamo far altro che accettare di essere "presenti" nel contesto, quel contesto che - non a caso - prima non é stato citato.
Il contesto infatti in precedenza diveniva un teatro inutile dello scambio di valori di possesso. Combaciava, con la traslazione spaziale dell’oggetto mobile; si connotava, come elemento trascurabile di "quella"commedia principale, in quanto carente di interazioni salienti.
Se prima il contesto era trascurabile, ora diviene fondamentale. Il luogo diviene scenografia e controparte della messa in scena, rivelandosi anche come fine dell'agire.
Sul luogo e sulla presenza fisica, o meglio fra loro, si relaziona uno spazio concettuale che richiederebbe diverse precisazioni, che sempre per la natura astratta della trattazione si è deciso di eludere.
In questa vicenda non é però possibile escludere quella componente che rende tutto ciò percepibile o contestuale, a secondail tempo; sigillato nella sua sostanza inefuò pensare che il tempo nel quale tutto ciò étagonista o untosto un criterio, una misura per valutarnenzia la caducità delle azioni, mettendo a confronto quello potrebbe essere concepito, come la persispresenza materiale.
Per ciò direi: la presenza, dimennti di un tempo, si chiama per l'appunto omettere che l'unica condizione in cui l'uomo subisce i"é l'occupazione.
Ciò che subisce é appunto il contesto.
L'atto legittiefinito dai caratteri dello spazio occupabmentre non trova definizione finita attraverso l'accurata descrizione dello spazio già occupato.
L'atto illegittimo è invece presentato attraverso l'esercizio di un nuovo attore, la violenza: «con la violenza» sottrarre uno spazio occupato legittima-mente. Quindi deducendo, operare in un luogo non libero, non disponibile. In sé la legittimità del possesso pare espressa e strettamente relazionata alla mera, pura, pacifica di occupazione fisica del luogo.
Pace e Violenza rimangono qualità dell'agire estranee da questa astrazione; dotate di un entità la cui valutazione non é plausibile né verosimile in questa sede, detengono quindi, un grado di ambiguità e soggettività che rimanderebbe a un secondo livello di approfondimento.
Premettendo che entrambe (a e c) le definizione sono riferite esplicitamente alla sfera relazionale tra esseri umani, può essere interessante notare il grado di plasmabilità di questi termini assunti in diversa - ma compatibile - accezione.
Entrambe le definizioni riportate, detengono un alto livello di tensione alla sfera sociale: l'impegnare e il prendersi cura di qualcuno. Entrambe essenzialmente riferite ad un'azione mossa da individui nei confronti di individui.
Ma perché non di un luogo? Chiaramente é una provocazione mossa a definire spazi di confronto troppo spesso riconducibili a paradigmi di pensiero, consolidati legittimamente, ma abusati.
Quest'abuso spesso priva di una possibile libertà di interpretazione, ostacolando il perpetrare dibattiti e maturare riflessioni: il discorso si blocca sull'immagine retorica del paradigma dato. Tornando al sunto: impegnare qualcuno con una funzione, impegnare un luogo con una funzione, occupare qualcuno con un'attività, occupare un luogo permettendo un'attività. Occuparsi di qualcuno, Occuparsi di un luogo.
La versatilità con la quale, questi termini si sfiorano, suggerisce una situazione di permeabilità tra occupazione, cura e funzione.
Comporterebbe una dimensione nella quale le tre sussistono ed esistono l'una in forza dell'altre. Occupare lo spazio, tradotto tramite la presenza, occupare lo spazio una seconda volta per mezzo di una funzione, occuparlo, infine una terza, mediante la manutenzione delle sue qualità. Impegnare lo spazio con una presenza, impegnarlo con la funzione, curare lo spazio con la funzione e curarlo per mezzo della sua manutenzione nel tempo, quindi nei confronti stessi della "persistenza materiale". Non altro che lambirlo di presenze persistenti che detengano le qualità propense a riprodurlo ogni giorno, riprodurlo nel suo essere luogo per il possesso e non soltanto mero contesto scenico.
Ciò per dire che la dimensione funzionale del luogo, la persistenza identitaria, culturale o produttiva di e/o in quello spazio, é legata alla perpetrazione dell'azione di possesso, quindi alla persistenza materiale umana. Prestando la maggior attenzione possibile a non scadere in retoriche constatazioni compilative, concluderei delineando che a questo "occupare" occorre solo più la dinamica delle interazioni relazionali per tradurlo in "abitare".
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