Simona Castello
Spazio come occasione di comportamento : l'incontro tra il verde e la città attraverso l'Europa e il progetto del "nodo di un sistema" nell'area torinese.
Rel. Roberta Ingaramo. Politecnico di Torino, Master of science program in Architecture Heritage Preservation And Enhancement, 2014
Abstract
Esiste da sempre il rapporto tra l’uomo e la Natura, nel quale essi si sono sempre influenzati a vicenda. Nel 1866, è stata fondata la disciplina che prende il nome di : ecologia, la quale studia proprio il rapporto tra organismi viventi e ambiente circostante. Il termine deriva dalla parola greca oecologia: oikoq [oikos ], “casa” che generalmente possiamo tradurre come “ambiente” e Aogo; [ logos ], “studio”.
L’ecologia si divide in quattro rami differenti :
- l’autoecologia, che si occupa di studiare le relazioni che si instaurano tra gli organismi biologici e gli elementi non biologici.
- la sinecologia, essa si occupa delle relazioni tra specie diverse in un determinato ambiente.
- l’ecologia applicata, la quale deve occuparsi dell’individuazione dei comportamenti migliori finalizzati a ridurre l’impatto ambientale delle attività umane.
- l’ecologia umana, che studia il rapporto di interdipendenza tra uomo e natura.
Diventa utile capire quando l’intervento dell’uomo ha iniziato a contrapporsi con il normale corso della Natura, ostacolandola e cominciando a contaminarla e dominarla.
Questo accade quando la Natura comincia a porre dei limiti all’uomo, come i cambiamenti climatici o la disponibilità alla cacciagione. Vincoli che l’uomo non riesce ad aggirare e superare. L’uomo rompe l’armonia con la Natura quando comincia ad utilizzare l’agricoltura, a trasformare la vegetazione e gli ambienti naturali a proprio vantaggio, la creazione delle prime città e l’invenzione di sempre nuove comodità fini a stessi.
Natura estranea ed inferiore all’uomo, concetto già sviluppatosi nell’Antica Grecia attraverso la visione antropocentrica di Aristotele, che sostiene la teoria di Uomo dominante, il quale avendo in se la facoltà razionale egli può permettersi di dominare la Natura. Durante il Medioevo il sistema del vassallaggio porta alla frammentazione del territorio in feudi, nel quale alle aree verdeggianti si intervallano le zone abitate che si sviluppano attorno alla dimora del Signore. L’incremento demografico apre la strada all’esplorazione delle foreste che vengono sfruttate per l’approvvigionamento di legna, selvaggina, pelli e terreno libero dagli alberi per la coltivazione dei campi. Il cristianesimo inoltre influenzò molto la società medioevale; gli uomini interpretarono l’Antico Testamento come se Dio avesse dato il potere all’uomo di usare le risorse naturali a suo piacimento: “E Dio disse:«Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra; [...] Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra.»"
Con la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, e cioè con la nascita del Romanticismo, si arriva al desiderio di ridare all’uomo un forte legame intimo con la Natura, senza cercare di cambiarla, ma vivendo in armonia con essa.
Con l’arrivo di un nuovo naturalista, Charles Darwin ( 1809-1882 ) e con la sua pubblicazione del 1859, The Origin of the Species, si arriva alla conclusione che l’uomo sia una specie come tutte le altre e che la Natura sia l’elemento che lo ha creato e che ha dato vita alla sua specie e che quindi egli sia tenuto a rispettarla e ad occuparsi di essa.
Successivamente un altro naturalista, George Perkins Marsh (1801-1882), pubblicò il testo Man and Nature, in cui spiega che la Natura è frutto del caso e che tutto si collega agli squilibri causati dall’uomo tecnologico su di essa, ma che allo stesso tempo, egli non capisce le conseguenze delle sue azioni.
«[...] la vita animale e vegetale è un problema troppo complicato perché l’intelligenza umana riesca a risolverlo, e noi non potremo mai sapere quanto è ampio il cerchio di disturbo che produciamo nell’armonia della Natura quando gettiamo il più piccolo ciottolo nell’oceano della vita organica ».
Così, nel corso dell'800, per preservare l’ambiente naturale vengono costituiti i primi parchi e riserve, visti come risorsa dell’uomo per avvicinarsi alla Natura.
Con l’inizio del '900, si comincia a cercare di ridurre la diffusione urbana incontrollata e in Inghilterra dagli anni ’40 inizia a svilupparsi il concetto di green belts e delle new towns, che si estesero poi nei paesi e nelle città nord europee e francesi. Non si conosceva ancora il concetto di sostenibilità, ma cominciavano a formarsi strategie con l’obbiettivo di riorganizzare agglomerati urbani molto estesi e congestionati, tutelare gli spazi non urbani, e ricreare un equilibrio ambientale.
In Italia questi studi non riuscirono a prendere forma prima degli anni ’70 quando si cominciò a pensare a metodi di analisi e tutela ambientale rispetto all’installazione di nuovi insediamenti.
Le prime modalità concrete di tutela si svilupparono attraverso l’attuazione di Piani Paesaggistici Regionali. Ma questo non bastò a fermare, in Italia, la diffusione urbana, che anzi cresceva sempre più, portando con se anche apparenti vantaggi, come lo sviluppo economico di alcune regioni del nord.
Quindi la vera mentalità ecologica, si sviluppa veramente solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, in molti paesi europei, segnato anche dalla pubblicazione, nel 1962, del libro Silent Spring, scritto da Rachel Louise Carson (1907-1964), che denuncia l’uso eccessivo di pesticidi in agricoltura e di alcune attività da parte dell’uomo dannose all’ambiente e dando il via al moderno movimento ambientalista.
Ma lo spazio urbanizzato continua a crescere. Negli anni '90 paesi come la Gran Bretagna e la Francia con Parigi, cominciano una sostanziale trasformazione delle aree urbanizzate con una loro espansione. Questi paesi vengono sempre considerati all’avanguardia in materia di pianificazione e
controllo, in Italia negli stessi anni la diffusione delle aree urbanizzate, provoca solo effetti negativi, poiché rimane sicuramente un paese tradizionalmente arretrato in materia urbanistica. Le persone spesso preferiscono abbandonare la città piuttosto che pensare di migliorarla, avviene quindi un degrado ambientale collettivo del centro urbano che si contrappone ad un sostanziale aumento delle periferie urbane; la città si sparpaglia e al danno ambientale si aggiunge il danno economico e il massimo sfruttamento del suolo con una progressiva perdita di identità dei luoghi, maggiori costi dei servizi, grandi difficoltà di organizzare le attività a livello urbano.
L’obbiettivo comune di tutti i paesi sviluppati, diventa quindi quello di ridurre gli effetti negativi sull’ambiente e sulle città, ampliando i parchi, creando "corridoi ecologici” proprio per ridare l’identità ai centri urbani guardando in questo senso alle grandi metropoli americane. I rischi maggiori sono che si affrontino i temi con un approccio settoriale: che non si tenga più conto della congestione del traffico, la sicurezza degli abitanti, la cattiva qualità delle periferie urbane, eccessivo uso dell’auto e scarsa efficienza dei mezzi pubblici, il degrado dei corsi d’acqua e carenza di risorse idriche. Bisogna cominciare a intendere la città e l’ambiente come entità inseparabili, da tenere in continuo monitoraggio rivedendo anche strumenti e regolamenti edilizi. In questa prospettiva bisognerebbe cominciare a bilanciare gli interventi in modo che per ogni nuovo insediamento avvengano interventi di riqualificazione ambientale.
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