Il ruolo delle vie d’acqua nella città storica : il caso dei Murazzi del Po a Torino tra compatibilità paesaggistica e integrazione urbana
Enrico Vaglio Laurin, Fabio Viviani
Il ruolo delle vie d’acqua nella città storica : il caso dei Murazzi del Po a Torino tra compatibilità paesaggistica e integrazione urbana.
Rel. Tatiana Kirilova Kirova, Chiara Aghemo. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per La Sostenibilità, 2013
Abstract
L’area dei murazzi del Po a Torino ha subito nel corso delle lunghe ricerche svolte per questa tesi l’ennesima trasformazione nell’arco di pochi decenni, confermandosi tra i luoghi della città di maggior sperimentazione e che più conquistano la scena dei dibattiti tra la popolazione. La peculiarità di quest’area rispetto ad altre sta nella sua collocazione; essa infatti non si trova in un quartiere post-industriale dove ampi spazi si liberano dopo decenni, bensì nel perimetro aulico della città, circondata da due delle piazze storiche più pregevoli e maggiormente frequentate del centro cittadino.
L’importanza dell’ampio studio storico effettuato si palesa nell’analisi di come le sponde del fiume Po, ed i Murazzi in seguito, siano stati fin dagli albori della città un luogo centrale per la logistica delle persone e delle merci e, soprattutto, il palcoscenico naturale per le celebrazioni e i divertissement della corte dei Savoia. E suggestivo pertanto notare come questa vocazione si sia riproposta nei secoli per arrivare (accompagnata dalle polemiche dei residenti) fino ad oggi.
Si è potuto quindi verificare come fin dalla costruzione il complesso oggetto dello studio abbia vissuto difficoltà tecniche ed economiche di realizzazione ed inserimento nel tessuto urbano, culminate con le vistose mancanze e incompiutezze rispetto al progetto originale, problemi questi che hanno condotto i Murazzi a rivestire nel corso della propria (relativamente breve) vita un ruolo di “spazio residuale” nei confronti della città circostante, in forte contrasto, quindi, con l’uso aulico e celebrativo del fiume. L’anomalia della struttura di Torino rispetto ad altri quais urbani si può anche ricondurre alla presenza di ampi locali retrostanti le arcate; tali spazi, per le loro caratteristiche costruttive ed il relativo isolamento rispetto al pur vicinissimo quartiere alle spalle, sono stati occupati da subito con attività essenziali per il sostegno alla vita cittadina ma di carattere povero (pesca, lavanderie, sabbiatori). Non stupisce dunque che, cessate a metà del secolo scorso queste attività, i locali abbiano accolto dopo qualche decennio di abbandono esercizi commerciali che in altri luoghi della città sarebbero stati accettati con difficoltà.
E indubbio che il valore immateriale di questo spazio, considerato a causa dei problemi e delle mancanze poc’anzi citate un margine, un luogo terminale e d’arrivo del centro cittadino anziché una tappa importante di un percorso organico sia a scala urbana sia, ad esempio, a più ampio raggio come ideale “stazione” di un percorso tra le residenze sabaude, fosse compromesso da un uso estremamente limitato temporalmente (prevalentemente le notti delle fine settimana). Infatti, spazi e strutture esteticamente incompatibili precludevano, di fatto, il godimento di quest’area alla maggior parte della popolazione durante il giorno.
Per questo motivo (unito a ragioni economiche e giudiziarie) la Procura della Repubblica, su mandato dell’amministrazione comunale, ha da qualche mese imposto lo smantellamento delle strutture provvisorie che insistevano sui quais e la chiusura della maggior parte dei locali. La situazione, tuttavia, non pare migliorata se non in piccola parte dal punto di vista del decoro architettonico durante il giorno, anche a causa di un nuovo regolamento che pare non osare affrontare il problema nella misura che sembra la più giusta (macro-interventi ad ampia scala) limitandosi a riproporre di fatto una serie di strutture che impedirebbero una fruizione efficace del complesso nella sua completezza architettonica e nel suo inserimento nel paesaggio urbano. Pare lecito pensare che un simile intervento, inoltre, condurrebbe al ripresentarsi di quegli stessi problemi di incompatibilità sociale, di uso limitato e di perdita del valore immateriale del luogo che ai sequestri hanno condotto.
È sembrato opportuno, dunque, occuparsi proprio del degrado del valore immateriale del luogo (ciò che appare oggi la tematica più complessa ed interessante, a fronte di un degrado materico pur esteso ma privo di caratteri di eccezionalità) lavorando a larga scala attraverso un’analisi delle problematiche e la presentazione di proposte progettuali puntuali.
Tali suggestioni mirano ad essere la base per una serie di interventi che possano essere sostenibili, quanto più flessibili e compatibili con qualunque uso futuro degli spazi (stante la situazione attuale di incertezza e stallo per quanto riguarda le attività che si installeranno nei locali dei Murazzi) e ai quali si possa procedere “per fasi” al fine di fronteggiare la difficile congiuntura economica che attualmente grava su ogni scelta delle amministrazioni pubbliche.
Sono stati quindi elaborati un masterplan di rifunzionalizzazione delle arcate, tre macro-interventi di restauro e paesaggio urbano e un nuovo progetto d’illuminazione funzionale e decorativa per il complesso; è opportuno in tal senso ricordare come la luce sia tra gli strumenti più efficaci e potenti a disposizione del progettista che voglia valorizzare emergenze architettoniche storiche inserite in un tessuto urbano stratificato.
Relatori
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