NUOVO PALAZZO DEL CINEMA E AREE LIMITROFE: CONCORSO INTERNAZIONALE DI PROGETTAZIONE
Simone Modica
NUOVO PALAZZO DEL CINEMA E AREE LIMITROFE: CONCORSO INTERNAZIONALE DI PROGETTAZIONE.
Rel. Roberto Apostolo. Politecnico di Torino, Corso di laurea in Architettura, 2009
Abstract
PREMESSAA UNA STORIA IMPORTANTE... e una storia italiana
E' una tipica storia italiana, con le sue speranze, tante, E delusioni, troppe; con i suoi slanci di ordinaria folli a creativa, ma anche con la solita messe dl cattivi propositi. Un prodotto singolare e irrisolto d'interventi realizzati in epoche non lontane tra loro ma molto diverse, in cui ogni componente della stratificazione riflette con eloquente spontaneità le differenti volontà, aspirazioni e autorità dei committenti che ne hanno voluto la realizzazione'. Ma è anche una tipica storia veneziana, perlomeno, di quella Venezia dopo la Venezia dei dogi, la stessa a simbolo di tutte quelle Venezie possibili, volontà di città progettate e non realizzate che poi, trascorso qualche decennio e divenute esse stesse un passato e un passato fantasmatico, possono paradossalmente rientrare nelle cure dolenti e nei sensi di assenza e di privazione dei cultori della memoria. Certamente non una memoria benevola, non quella sana malinconia che pervade un passato facile, da amare e ricordare. Non è la mestizia della stasi contemplativa; è lo straniamento dell'errore, della "ferita" visiva che rimane come mancanza nelle nostra mente: ferita che produce cicatrici che restano, poich4 né il mai decidere, né il mai fa re né il mai "nuovo" sono buoni sempre e comunque, in sé Umilmente, è la stessa Venezia di Le Corbusier3, di Wright, d Kahn,S quella città non costruita (o costruita male, o travisata) che ci doliamo (ahimè, coccodrilli!) dopo decenni di non avere visto ma solo sognato. Dimenticando che si tratterebbe semplicemente di assumere di quel passato tanto idolatrato della Serenissima anche la sua volontà e capacità di ripensarsi e trasformarsi, a ragion veduta, secondo funzioni e forme via via emerse alla coscienza e alle possibilità. Nel nostro caso fu un connubio (felice?) fra una volontà speculativa di trasformare un insediamento urbano ancora privo di una sua specifica identità alla fine del XIX secolo e il tentativo di realizzare, anche nella periferia, quel meccanismo turistico della cultura di massa che è la Biennale in tutte le sue ramificazioni. Senza dimenticare, comunque, che il Lido6, se dapprima era d'esclusivo uso militare, all'inizio del Novecento, con i suoi hotel di lusso e la fama di località balneare elitaria, divenne veramente il centro della mondanità europea e non solo, con i suoi principi, i suoi re, i benestanti e tutte le corti di cui essi si circondavano. E cosa c'è di più mondano del cinema? In fondo, il tappeto rosso che accoglie ogni anno gli attori,non fa altro che sostituire nell'immaginario mondano il tappeto di velluto che rivestiva i luminosi scaloni degli Hotel des Bains ed Excelsior. Il problema, comunque, nasce quando le aspettative stilistiche e speculative dei disegni formali si scontrano con i casi della storia. E non si può proprio dire che il risultato delle occasioni mancate o parzialmente accolte dia un'impressione d'integrità. Può piacere o non piacere, ma deve sempre essere riconoscibile. Solo che, in questo caso, tutto sembra costruito per confondere, per straniare, per deludere... Si costruisce il Palazzo del Cinema, il nuovo Casinò municipale estivo, quindi la guerra interrompe, non completa l'idea disegnata7. Il programma è ambizioso: un'idea compiuta di città monumentale, tipicamente fascista, con emergenze architettoniche inusuali per dimensioni soprattutto in una città in cui l'architettura si risolve attraverso la qualità formale e non per la mole. Ne rimane un vuoto che la natura, inesorabilmente, riempie. E ci si ostina a chiamare questo vuoto, giardino...
Poi, dopo la guerra, si riprende a costruire: nuovi spazi, vie, la modernità cala sulla piazza del Cinema. È un tentativo ironico, non onirico... Tutto sulla carta: rimane ai nostri occhi una nuova facciata (tra l'altro incompleta) di un Palazzo del Cinema che on ne aveva bisogno... Come se le stratificazioni storiche non Fossero che abbozzi di verità parziali.... Il risultato non può essere che un coacervo di tentativi abortiti, parzialità sommate a parzialità: nient'altro che un altro angolo delle nostre ingloriose periferie urbane. Da quel momento inizia la lotta tra una volontà estetica consona all'evento da rappresentare e presentare ogni anno, e la cronica mancanza di spazio affinché questo evento funzioni e viva. Nascono spazi provvisori (circa il Palagalileoe, "provvisoriamente stabili") e si confondono le funzioni con la visibilità iconica... anzi, purtroppo, non si confondono affatto... Quindi questo spazio della città, nato come motore formale e ideale della Cultura del divertimento nel Lido di Venezia è ora un coacervo di spazi incompleti e realizzazioni fuori tempo e fuori scala, utili (seppur stracolmi) solo per la settimana della Mostra e deposito di autovetture per il resto dell'anno con spazi verdi senza dignità... Un angolo di qualsiasi periferia urbana, insomma...
Dignità... Bisogna ridare dignità al Lido, alla Mostra e a Venezia stessa, la cui importanza è indubbia.. È l'unico modo per trasformare quest'isola in Venezia e non solo prossima a Venezia. Questo non solo attraverso una nuova emergenza architettonica ma anche attraverso il superamento delle superfetazioni del passato. È come togliere il trucco ad una donna bellissima ma avanti negli anni. Si ritrova la sua naturale bellezza, non più giovane certo, ma che è di gran lunga superiore alla maschera dell'effimero che la nascondeva. Non solo, si riscopre la sua
dignità. Per questo si è legata l'idea forte agli spazi veneziani, riconoscibili e familiari non solo visivamente ma anche percettivamente. E' una naturale contrapposizione da avvolgere: la laguna al mare, le corti "sconte' agli spazi monumentali, la lente comune ai personaggi pubblici... un naturale congerie I significati e significazioni, tipi-a della Venezia cosmopolita e aperta alle influenze altrui.
Confesso: "ho vissuto" potrebbe dire la città. E ha vissuto, anche, capitalizzando il passato, mettendo a frutto le risorse dell'immaginario e della sua gremitissima memoria. Questo è il pro-lama: mettersi in mostra come a palcoscenico straordinario di sé e vetrina di ogni possibile sogno f merce; ma anche ripopolare e praticare forme e luoghi della società industriale e della cultura di massa, per scommettere su ardui, e sempre ridiscussi e da riconquistare, equilibri fra antico nuovo. Questa sì, davvero, è formula e il destino di Venezia, idre per questo, unica.
Relatori
Tipo di pubblicazione
URI
![]() |
Modifica (riservato agli operatori) |
