Città e diseguaglianza : il caso del 3ème arr. di Marsiglia
Luis Antonio Martin Sanchez
Città e diseguaglianza : il caso del 3ème arr. di Marsiglia.
Rel. Anna Maria Cristina Bianchetti. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Costruzione Città, 2016
Abstract
INTRODUZIONE
Questo studio affronta una questione sulla quale recentemente si è aperto un ampio dibattito: la questione delle diseguaglianze, o meglio della polarizzazione della popolazione nelle classi estreme della povertà e della ricchezza. O meglio, affronta le implicazioni nello spazio urbano della presenza di gruppi separati per dotazione di capitale, non solo economico.
Il tema, che ha visto importanti contributi di economisti, sociologi e politologi, non è ricostruito nelle sue diverse matrici e orientamenti ma affidato al trattamento che ne fanno un urbanista e un sociologo: entrambi lo hanno affrontato per così dire “dalla parte della città”, parlando di una nuova questione urbana. L’urbanista è Bernardo Secchi e il riferimento è al suo libro “La città dei ricchi e la città dei poveri” (2013). Il sociologo è Jaques Donzelot e il riferimento è al suo saggio “La ville à trois vitesses ” (2009).
Il mio studio parte da qui, dalla ridefinizione di una questione urbana nel dibattito contemporaneo e dal rilievo che in essa assume il problema della diseguaglianza. Ho provato a riflettere su queste posizioni attraverso una città: Marsiglia. Marsiglia è indubbiamente una città segnata da profonde diseguaglianze. In ambito francese è la città con indice d’immigrazione ancora oggi altissimo, alti tassi di disoccupazione, orientamenti elettorali controversi. Ma è anche una città di rapida gentrificazione, importanti progetti di riqualificazione. Il 3ème arrondissement di Marsiglia sembra riflettere tutto questo in modo ancor più chiaro: il più povero quartiere in Francia, ma anche il più progettato, ambito da programmi di riqualificazione di straordinaria importanza come Euroméditerranée, con al suo interno un episodio di riuso importante dal punto di vista culturale, quale la Friche della Belle de Mai, come ve ne sono altri in Europa, celebrato come espressione di un “self building city” capace di ricostruire legami, cultura e urbanità. Nel 3ème arrondissement sembra esservi tutto: cité degli anni ‘60, espressione di un welfare duro e imponente, piccole zone di gentrificazione, spazi sospesi, episodi importanti di riuso, grandi progetti. Ho ritenuto che fosse un ottimo campo per testare una prospettiva tesa a cogliere le implicazioni spaziali delle diseguaglianze.
Come dirò meglio, la mia non è né un’indagine storica, né un’indagine etnografica, ma una esplorazione progettuale radicale sul tema della diseguaglianza urbana. Osservato da vicino il 3ème arrondissement, mostra la presenza di numerosi frammenti, quasi introversi, quasi capaci di funzionare in modo autonomo. In alcuni si addensa una popolazione molto povera e clandestina. In altri si situa una popolazione che in Francia è appellata con il termine bobo. Questi frammenti sono accostati ma non interagiscono. La strategia progettuale perseguita si muove dall’osservazione di tre di essi: la cité Felix Pyat, il quartiere gentrificato Belle de Mai e gli spazi sottostanti l’Autoroute du Soleil che attraversa V arrondissement da nord a sud.
Due sono le mosse che il progetto ha seguito: entrambe costituiscono una sorta di rovesciamento di punti di vista consueti e a loro modo, consolatori. Il primo: si ritiene (in Francia soprattutto, ma un po’ ovunque) che i grandi progetti di riqualificazione siano dotati di una sorta di influenza positiva sull’intorno. Non è detto. O non sempre. Ho voluto provare a pensare che così non fosse. Che Euroméditerranée, qualora finisse, riqualificasse soprattutto se stesso, che non vi fossero importanti riflessi sull’intorno e, in particolare, sui frammenti interni al 3ème arrondissement che osservo. E’ chiaro che è una posizione estrema e provocatoria, ma ho pensato servisse per definire il mio ragionamento. Per cui ho sottratto i grandi interventi in atto. Li ho per così dire amputati, negati. Questa costituisce la prima mossa del mio esercizio progettuale. La seconda guarda ai miei frammenti come “interiors”, come luoghi con pochi legami con la città. Ognuno di essi costruisce importanti differenziali di accessibilità nel quartiere. Funziona per sé. E’ chiuso. O per livelli fisici, o sociali. Sono luoghi poco attraversabili. Una buona teoria (sostenuta dallo stesso Bernardo Secchi) ritiene che ammorbidire i differenziali di accessibilità sia buona cosa, rendere più permeabili gli spazi garantisca una sorta di diritto al muoversi nella città liberamente. L’immagine in cui questa teoria si rappresenta è quella della ville poreuse. Nelle mie esplorazioni progettuali ho perseguito una differente posizione. Ho accettato la distinzione della quale ciascun frammento si faceva portatore e l’ho resa maggiormente visibile. Ho cercato di ottimizzare il funzionamento di ciascun frammento lavorando al suo interno piuttosto che sulle relazioni tra essi. Anche questa è una posizione estrema e provocatoria. Alle sue spalle un’idea di città come straordinaria invenzione sociale e spaziale, fatta di parti differenti, spesso in conflitto, non necessariamente convergenti come è invece nella ineludibile metafora organica che stava ben al centro del funzionalismo degli anni trenta, così come lo è ora dei discorsi sul metabolismo urbano. Al contrario, una città che accetta di essere composta di luoghi diversi e un progetto che li rende riconoscibili e cerca di farli funzionar meglio. Questa la mia posizione. Le due mosse hanno dato luogo a esplorazioni progettuali che traggono ispirazione (si potrebbe dire che questa è la terza mossa) da alcuni importanti riferimenti della tradizione del moderno in architettura. A Marsiglia, quasi ineludibili.
Queste posizioni sono sviluppate in una tesi che si compone di cinque parti. Nella prima cerco di riprendere gli aspetti che mi sono parsi importanti di una riflessione sulla diseguaglianza sociale e spaziale nella città europea contemporanea. Nella seconda parlo di Marsiglia, senza nessuna pretesa di ricostruire un racconto del suo sviluppo, ma accostando tre piani: uno quantitativo, fornito prevalentemente da informazioni relative la popolazione, un altro qualitativo dove richiamo semplicemente i tanti immaginari che sono la città di Marsiglia: città porto, città delle avanguardie, della criminalità e dei diritti, delle grandi infrastrutture; e ancora un altro piano “politico” dove spiego l’influenza della politique de la ville sulla città. Nel terzo capitolo osservo più da vicino il 3ème arrondissement, anche in questo caso, attraverso informazioni statistiche e immagini del territorio. Nel quarto ho invece restituito la conoscenza dei tre luoghi che tratto. Una conoscenza maturata sul campo, attraverso numerosi sopralluoghi, interviste ed esplorazioni. Infine nel quinto sviluppo le tre idee progettuali che hanno, come dicevo, un carattere radicale ed estremo a sostegno delle mie ipotesi.
Relatori
Tipo di pubblicazione
URI
![]() |
Modifica (riservato agli operatori) |
