Cos'è il carcere nell'immaginario comune? E' quello dei film americani in cui detenuto in divisa e sua moglie si parlano attraverso un interphone?
Quello dei telefilm in cui i ristretti tentano l'evasione alla ricerca di un riscatto sociale?
Quello delle fiction italiane in cui padri incontrano figli e si scambiano abbracci strappalacrime ?
Tutto questo non esiste, o almeno non in questa accezione.
L'obiettivo è quello (...) di dare al Carcere la giusta dimensione architettonica in quanto edificio che ospita, a vario titolo, una pluralità di individui, ciascuno con i suoi bisogni esistenziali da soddisfare (...) con finalità rieducative, nell'auspicato rispetto della dignità umana e dei bisogni fisici e psicologici dell'individuo.'
In Italia purtroppo la figura umana non è al centro del progetto, l'applicazione di norme e misure è tradotta in una dimensione prevalentemente economica. All'estero, al contrario, sono soliti i concorsi dei idee per la riqualificazione e la progettazione di istituti penitenziari, le pubblicazioni di testi ed articoli su tale argomento e l'organizzazione di seminari.
Per il detenuto non c'è nulla di immateriale nel suo soffrire in carcere: cattiva alimentazione, pessima igiene, forzata promiscuità, contagi letali, violenze fisiche, ecc. Dire che il carcere è il luogo o lo strumento per patire il dolore della sola perdita della libertà è mentire o prestare fede alle bugie dei giuristi. Eppure per un istante conviene fingere; immaginare che effettivamente sia possibile rendere immateriale, pure, la violenza della pena legale. E se mai così potesse essere, scopriremmo allora una dimensione ancora più disumana di questo modo di soffrire, come se la crudeltà della pena stesse alla sua metafisica. E allora in favore del carcere non c'è difesa possibile, neppure la più radicale delle riforme impossibili. A chi sdegnato allontana lo sguardo dal supplizio, non resta che agire per abolire questo supplizio.'