Coltivare in città : proposte di agricoltura urbana a Torino e Vancouver
Emanuele Bobbio
Coltivare in città : proposte di agricoltura urbana a Torino e Vancouver.
Rel. Matteo Robiglio, Daniel Roehr. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Costruzione), 2009
Abstract
Il 20 gennaio 2009, quasi un anno fa, in una fredda mattinata di gennaio, a Washington D.C., Barack Obama prestava giuramento come primo presidente di colore degli Stati Uniti d'America, di fronte ad una immensa folla raccolta davanti al Campidoglio. Le immagini di quella giornata hanno ispirato milioni di persone in tutto il mondo e sono diventate simbolo di speranza per un possibile nuovo corso del secolo da poco iniziato. A qualche mese da questa storica giornata, Obama, supportato dalla moglie Michelle, che nel sistema presidenziale americano rappresenta la controparte familiare e domestica del lavoro del presidente, ha preso una decisione con un significato simbolico altrettanto importante: nei giardini della Casa Bianca è stata rimossa una parte del prato verde, per creare un kitchen garden, ossia un orto i cui prodotti serviranno le cucine della casa del presidente e una mensa dei poveri.
Coltivare frutta e verdura in città è un semplice gesto che da millenni si compie ogni giorno in pressoché tutti i nuclei urbani del mondo, in quelli altamente sviluppati così come in quelli più poveri, ma il fatto che ora venga anche compiuto nel più importante giardino degli Stati Uniti, è significativo della centralità che gli orti tornano ad avere all'inizio del XXI secolo.
L'orto è sempre stato un elemento importante nella storia dell'umanità, insieme come luogo fisico e come simbolo culturale. Allegoria dell'Eden, l'orto rappresenta il positivo rapporto che l'uomo deve creare con la natura ed è costituito da alcuni elementi che ne fanno un archetipo: "il recinto, per soddisfare l'innato bisogno di sicurezza, di protezione e di riparo dall'ostilità esterna; l'acqua, nelle varie forme, che evoca il fluire e il rinnovarsi della vita in senso materiale e spirituale; e naturalmente la vegetazione e il terreno fertile e curato da cui tutto nasce e dove ogni cosa si sviluppa secondo il ciclo naturale, aiutata dal misurato intervento della mano dell'uomo". Il secolo scorso però ha visto gli orti, un po' per volta scomparire dal panorama urbano, espulsi da una forza centrifuga verso i margini della città, relegati in spazi di risulta quali le scarpate delle ferrovie e le rive dei fiumi. A questo allontanamento fisico è corrisposta una discesa nella scala dei valori culturali, tanto che fino a qualche decennio fa l'agricoltura in città era considerata da gran parte dell'urbanistica ufficiale, (almeno per quel che riguarda le città dei paesi sviluppati), un tema secondario, antimoderno, retaggio di antiche abitudini in via di estinzione: per dirlo con parole di Girardet "a messy business for which there is no room in modern cities". Non per questo gli orti sono scomparsi dalla scena, grazie al lavoro e alla perseveranza di migliaia di persone, che in questi angoli verdi hanno continuato a trovare le piccole e grandi soddisfazioni che spesso solo la coltivazione con le proprie mani riesce a dare. Gli orti urbani sono quindi diventati "minuscoli atti d'insubordinazione - contro la rendita fondiaria, contro il piano regolatore, contro il mercato immobiliare, contro il tempo della vita rubato giorno dopo giorno dal tempo del lavoro (o, sempre più, del non-lavoro)".
- Abstract in italiano (PDF, 819kB - Creative Commons Attribution)
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Relatori
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