POP (power of plants)
Francesco Mascia
POP (power of plants).
Rel. Silvia Gron. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Progetto Sostenibile, 2017
Abstract
Premessa
A partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo abbiamo assistito ad un esponenziale evoluzione delle tecnologie che hanno posto fine all'epoca industriale. La coscienza dell'umanità intera infatti ha maturato velocemente le conclusioni che denunciavano una pessima prospettiva futura se l'epoca industriale avesse perdurato .
L'utilizzo delle risorse e la non curanza diffusa nei confronti dell'ecosistema avrebbe generato un inquinamento decisamente insostenibile. In più l'economia generata dal mondo delle industrie non avrebbe potuto in nessun modo competere con quella dell'entrante epoca dell'informatizzazione.
Oggi nello spazio che abitiamo all'interno delle città e anche fuori siamo circondati dall'intero sistema costruito che porta i caratteri delle industrie. Gli spazi generati dalle aree industriali dismesse, oggi vengono spesso aggettivati come vuoti urbani e si sono iniziati a vedere con chiarezza a partire dagli anni settanta nei paesi maggiormente industrializzati come Inghilterra, Germania, Stati Uniti e a seguire tutti gli altri.
Questa grande assenza testimonia l'importanza che l'industria aveva nei luoghi in cui produceva la propria economia. In molte delle realtà infatti interi quartieri da periferici sono diventati centrali o semicentrali e queste aree hanno acquisito mano a mano un posto di importanza sempre più rilevante.
La cosa più logica e umana da fare a questo punto è cercare loro un nuovo ruolo, aggiornato al tessuto urbano e sociale circostante. E' questo il fine ultimo che muove l'impegno di molti professionisti (pianificatori, architetti, ingegneri)i quali con il loro lavoro, cercano di mantenere valido l'organismo del costruito in ogni funzione utile ai cittadini. A monte di tutto ciò si deve studiare a fondo di cosa la comunità ha bisogno e trovare il modo di soddisfarne le necessità, considerando i cambiamenti e possibilmente ipotizzando cosa potrebbe succedere nel futuro più prossimo. Un'analisi oggettiva sull'andamento della qualità della vita sulla terra con in primo piano la salute dell'uomo, degli animali e quella del pianeta stesso ci dice che le cose non stanno andando proprio nel verso giusto.
La terra risente dell'esaurimento delle materie prime non rinnovabili, del surriscaldamento globale e della riduzione delle biodiversità. Gli animali allevati senza ritegno, spesso malnutriti perdono le qualità nutritive e aumentando in quantità richiedono maggiori spazi sul suolo che si sta via via esaurendo. Emblematico il caso del Brasile dove giornalmente si disboscano ettari ed ettari di un polmone che dà vita al pianeta. Tutto ciò è frutto delle pratiche dell'uomo che inconsciamente fa del male anche a se stesso. E' paradossale.
L'idea di sensibilizzare tutti facendo semplicemente caso alle conseguenze non è che un bene per il futuro di ognuno di noi.
I problemi che abbiamo evidenziato sono in sostanza tre: la dismissione dei quartieri industriali, la produzione di cibo e la cattiva cattiva alimentazione conseguenza dello stile di vita moderno. Partendo dall'inizio e cercando di localizzare un caso studio potenzialmente reale che soddisfi le nostre aspettative andiamo ad Ivrea dove nei decenni passati la città si è sviluppata secondo il modello fordista impostando in base alle proprie esigenze, lo sviluppo urbano e l'immagine conseguente.
Ivrea nonostante le modeste dimensioni è stata un simbolo della storia industriale del ventesimo secolo. Attorno alla sua forte identità si è sviluppato un tessuto culturale, sociale ed economico unico nel suo genere. Nell'architettura urbana della città, la vocazione industriale è ben rappresentata da edifici, impianti, abitazioni, servizi e luoghi di ritrovo, sorti attorno alla fabbrica Olivetti. Veri capolavori dell'architettura contemporanea e razionalista del Novecento.
Il primo edificio di tale complesso è stato eretto nel 1896 divenuto poi nel 1908 sede della prima fabbrica italiana di macchine da scrivere. Nascono così le officine ICO1, dall'acronimo del fondatore Camillo Olivetti2, più comunemente conosciuta come la Fabbrica di Mattoni Rossi3. Negli anni a seguire vengono attuati numerosi ampliamenti lungo via Jervis occupando un'area di quasi un chilometro lineare, disegnando la nuova fisionomia della zona industriale e della città stessa. Si tratta di un complesso di edifici di straordinaria qualità dedicato all'industria, alle residenze dei lavoratori e ai servizi sociali secondo un progetto fortemente innovativo promosso da Adriano Olivetti4, figlio del fondatore .
Gli esempi più interessanti di questi anni di espansione sono il Centro Studi ed Esperienza5, la Centrale Termoelettrica6, i servizi che ospitavano la Mensa e l'Asilo, l'Unita Residenziale Ovest detta Talponia7, le case del borgo Olivetti, i due Palazzi Uffici.
Queste ed altre costruzioni del complesso Olivettiano costituiscono dal 2001 il MAAM8, museo a cielo aperto per l'architettura moderna. Tale patrimonio viene così valorizzato per non dimenticare le esternalità positive che hanno caratterizzato la città nel passato. Tutto ciò però non basta per colmare il vuoto lasciato dall'eccellente sistema lavorativo che per quasi sessant'anni ha caratterizzato il territorio. Il museo ad oggi è opaca anticipazione delle intenzioni dei cittadini per mantenere vivo il valore culturale e storico attribuitogli; doveroso è quindi per coloro che gestiranno gli sviluppi cercare delle valide proposte.
Da qui nasce lo spunto del lavoro di tesi che mi propongo di affrontare per dare un nuovo volto ad una parte di questo complesso. Focalizzata l'attenzione sulla Centrale Termoelettrica, il progetto prevede la rigenerazione funzionale dello spazio industriale abbandonato per dare luogo ad una Vertical Farm. La proposta sarà argomentata attraverso schizzi, disegni e considerazioni.
Relatori
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