Tra terra e mare : un approdo lungo la Costa delle miniere
Roberto Senis
Tra terra e mare : un approdo lungo la Costa delle miniere.
Rel. Manuela Mattone, Elena Vigliocco. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Costruzione Città, 2017
Abstract
INTRODUZIONE
1.1.1 L’ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE
È una branca dell’archeologia, che studia, attraverso un metodo d’indagine multidisciplinare (toccando architettura, sociologia, urbanistica, tecnologia e storia dell’arte,) “tutti i resti materiali di quelle forme di produzione urbane e rurali derivanti dagli innovamenti tecnologici introdotti nel periodo della rivoluzione industriale o antecedenti, funzionali in maniera diretta o subalterna ai meccanismi di sviluppo e di riproduzione dell’industria e del suo capitale”. Si tratta dunque di una disciplina, che interessa un campo molto vasto, ma il cui punto di riferimento è offerto dal mondo di produzione capitalistico e i suoi punti cardine, ossia, il capitale e la forza lavoro. Il suo oggetto di studio è quindi il patrimonio archeologico industriale, l’insieme dei manufatti che hanno contribuito alla creazione del paesaggio urbano industriale che si delineò a partire dal XVIII secolo e che sono testimonianze del processo di trasformazione dell’ambiente e della società indotto della rivoluzione industriale. Possono far parte di questa definizione le aree industriali abbandonate o dismesse, miniere, tonnare, stazioni ferroviarie, officine, depositi, reti di strade, canali, ponti, gallerie, cave e villaggi operai, tutti elementi dove il “capitale” e la “forza lavoro” hanno attivato processi che hanno portato alla formazione di beni o di servizi legati alla produzione. Non bisogna però considerare il solo patrimonio materiale, ma anche gli elementi immateriali come la memoria scritta e orale, le tradizioni, le forme del sapere tecnico e i modi di produzione, ovvero “un insieme, composto da tutto quello che deriva dall’intreccio tra l’attività industriale, l’ambito territoriale, i gruppi umani”.
Il campo di studi è dunque molto vasto e multiforme e sono numerose le ricerche che hanno animato l’attività dei primi studiosi anglosassoni negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, contribuendo ad avvicinare l’opinione pubblica, soprattutto in Europa, ai temi legati ai luoghi della produzione favorendo la nascita di nuovi interessi culturali per questi luoghi e per gli oggetti appartenenti a questo settore del lavoro umano. L’Archeologia Industriale non può aver né un limite temporale preciso, tramite il quale datare un manufatto o un impianto produttivo per inserirlo nella materia, né parametri attraverso i quali stabilire cosa entri nel suo campo d’indagine. In generale si può affermare che essa debba occuparsi dello “studio dei documenti del lavoro dell’uomo”, intesi soprattutto come resti fisici presenti sul territorio. In questo modo la materia abbraccia un ampissimo lasso di tempo, riallacciandosi alla più tradizionale archeologia nel senso di “studio delle civiltà del passato”. Un altra teoria, invece, classifica come resti del nostro passato industriale quelli appartenenti ad un periodo che parte dalla seconda metà del XVIII secolo, con la Rivoluzione Industriale, considerando come suo punto di partenza virtuale l’Iron Bridge (fig. 1), prima struttura ad arco costruita interamente in metallo a Coalbrookdale Inghilterra nel 1779, simbolo dell’avvento delle macchine nella vita dell’uomo e del costante rapporto tra l’uomo e l’industria, del quale possiamo osservare l’inizio ma non distinguiamo la fine.
Va detto che questa “elasticità storica”, ha comunque i suoi limiti che, seppure non completamente definiti, sono evidenti a un’analisi logica. L’archeologia industriale si configura quindi come uno strumento di tutela e di valorizzazione degli spazi appartenenti all’epoca industriale in alternativa all’abbandono di questi ultimi ed in ultima analisi, essa può “acquisire una vera rilevanza se lo studio dei resti materiali dell’industrializzazione non sarà inteso semplicemente in termini retrospettivi, ma come attività di identificazione e tutela della fisionomia di un determinato territorio considerato come il risultato di un processo storico tuttora in atto in cui il presente rappresenta il punto di equilibrio tra registrazione del passato e progettazione del futuro”. Il grande lasso temporale coperto dall’Archeologia Industriale implica la considerazione di numerosissimi oggetti da salvaguardare, che hanno fortemente caratterizzato il territorio e la cura di quest’ultimo deve essere negli obiettivi primari della disciplina, è dunque fondamentale la conservazione delle strutture in quanto manifestazioni materiali e immateriali della storia sociale e sede di arti e mestieri, facendo sì che il recupero di una fabbrica diventi il recupero di un intero contesto ambientale e sociale.
1.1.2 L’ARCHEOLOGIA MINERARIA
Definisce quella branca dell’archeologia Industriale che si occupa dei resti degli impianti di estrazione, di prima lavorazione, di sintesi e di arricchimento sia chimico che fisico. L’attività mineraria ha fortemente caratterizzato il paesaggio sardo disseminato di elementi legati all’attività estrattiva come gli ingressi delle gallerie, gli scavi a giorno, le immense discariche, gli impianti di estrazione dove emerge come elemento distintivo il castello del pozzo, le laverie per l’arricchimento del minerale e i villaggi (determinati da un rigido criterio gerarchico di distribuzione delle case) che ospitavano le maestranze impegnate nel sottosuolo e loro famiglie.
Il paesaggio minerario oggetto d’indagine archeologica è di più semplice identificazione, spaziale e temporale, rispetto ad altri paesaggi industriali, grazie all’insieme di elementi fisici (fabbriche e villaggi degli operai, le strade e i ponti a loro vicini, gli accumuli di materiale lavorato o da lavorare, o qualsiasi modifica al territorio apportata a seguito di un’attività industriale), ma anche per il “non uso” del territorio già interessato da questa attività. Il riutilizzo delle aree, testimoniato dalla stratificazione dei resti fisici di natura e periodi storici diversi, è caratteristica comune a numerosi sistemi produttivi, se non di tutti, ma questa stratificazione può essere impedita da fattori dipendenti principalmente dall’uomo che vanno a limitare l’attività industriale, come ad esempio un cambio di destinazione d’uso del territorio circostante l’area industriale o la troppa vicinanza ad un centro abitato. Quindi è l’uomo, spesso solo per ragioni di pura convenienza economica, che influenza più d’ogni altra forza naturale questi cicli, dando un volto agricolo ai terreni vicini alla fabbrica o modificando completamente un paesaggio di ciminiere o grandi cisterne, sostituendole con alberghi e case residenziali.
1.1.3 NORMATIVE E SALVAGUARDIA DEL PATRIMONIO
In Italia la salvaguardia dei resti archeologico industriali originariamente era regolamentata dalla Legge speciale n.1089 del giugno 1939, che si interessava di quei resti che per la loro natura, qualità e unicità, hanno acquistato rilevanza giuridica in quanto testimonianze di civiltà e cultura. Concepita quasi ottanta anni fa e soprattutto non trattando specificatamente l’archeologia industriale, questa norma risultava oramai lontana dalle esigenze odierne. Questa Legge, nei primi due articoli, riconosce come oggetto della normativa i beni mobili e immobili, sia pubblici che privati. Diverse sentenze dei Tribunali Amministrativi Regionali, hanno tentato di contribuire alla sua innovazione estendendo i principi anche a beni che altrimenti, non vi sarebbero rientrati, nel tentativo di tutelare non tanto il resto fisico quanto il suo valore intrinseco, poiché emblematico d un certo modo di pensare, costruire, abitare, produrre di un periodo passato.
Conseguenza di questo nuovo atteggiamento nei confronti del passato industriale è stata l’applicazione del corrente D.Lgs 42/2004 per la salvaguardia delle opere d’arte anche ai monumenti industriali. Per "monumento industriale” si intende “[...] qualunque edificio o altra struttura fissa, specialmente del periodo della rivoluzione industriale, che in sé o associato a impianti o strutture illustra l’inizio e lo sviluppo di processi tecnici e industriali, compresi i mezzi di comunicazione .
Di seguito si riporta la Definizione di patrimonio culturale (Art.2. comma 1-2-3-4 del Codice Urbani dei Beni Culturali D.Lgs 42/2004):
1. Il patrimonio culturale è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici.
2. Sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli artico' 1022, e 1123, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.
3. Sono beni paesaggistici gli immobili e le aree indicati all’Articolo 13424, costituenti espressione dei valori storici, culturali, naturali, morfologici ed estetici del territorio, e gli altri beni individuati dalla legge o in base alla legge.
4. I beni del patrimonio culturale di appartenenza pubblica sono destina ' alla fruizione della collettività, compatibilmente con le esigenze di uso istituzionale e sempre che non vi ostino ragioni di tutela.
I beni culturali della civiltà industriale vanno considerati quindi in relazione al loro specifico spazio, tempo, contesto culturale e paesaggistico in quanto il bene archeo-industriale è strettamente legato al suo territorio. La sostenibilità e l’attuazione degli interventi sono influenzate da problemi di tipo ambientale, economico e normativo e per uno sviluppo sostenibile si deve quindi mirare all’equilibrio tra questi fattori tenendo conto della collocazione ambientale e territoriale dei beni archeo-industriali.
Relatori
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