INTRODUZIONE
Questo lavoro trova origine nell’interesse a confrontarci con aspetti progettuali nuovi, che consentano di sfruttare gli strumenti culturali assimilati in questi anni di studio, pur per-mettendo di declinarli a funzioni e risultati differenti.
Sull’onda di quelle che sono state le più importanti riflessioni sulla gestione dello spazio teatrale del Novecento, il nostro lavoro si pone come occasione di allestimento di un’opera lirica in uno spazio differente da quello in cui siamo abituati a pensarla. Se l’opera, con tutto il suo bagaglio di tradizioni e consuetudini, venisse portata al di fuori del suo modello spaziale, cosa potrebbe accadere?
È in risposta a questa domanda che entra in gioco l’architettura quale dimensione culturale capace di distinguere un luogo da uno spazio, suggerendo di prediligere il primo per la messa in scena poiché dotato di relazioni, di riferimenti e di memoria. Per questo motivo, per allestire l’Orfeo. Favola in musica di Claudio Monteverdi abbiamo scelto il grande vuoto urbano delle ex Officine Grandi Motori, luogo simbolo della storia della città e grande occasione mancata di valorizzazione del patrimonio industriale torinese, nonostante le opportunità offerte da questo spazio, e nonostante il futuro già "segnato” che fatica a concretizzarsi. Proprio in quest’ottica l’allestimento, risvegliando l’attenzione della cittadinanza, diventa un pretesto per innescare un processo di riuso temporaneo di quest’area.
Il progetto nasce, quindi, da due importanti obiettivi: da un lato la volontà di valorizzare, riscoprire e rimettere in gioco uno spazio urbano ormai dimenticato e dall’altra provare a sperimentare l’allestimento interattivo, partecipato e coinvolgente di un’opera considerata l’origine del melodramma. Sono questa combinazione di intenti, oltre che le potenzialità dello spazio e dell’opera stessa a suggerirci di creare un'esperienza, più che allestire uno spettacolo. Cambiano le relazioni: lo spettatore, scegliendo di vedere Opera (s)connessa, si trova a dover montare e costruire la vicenda fino a sceglierne l’epilogo, mentre l'architetto-scenografo deve misurarsi con la necessità di riqualificare e valorizzare il luogo, studiare lo spazio del teatro e progettare la scena.
Ma, in fondo, ascoltare il luogo, esaltarne suoni e luci, oltre che relazionarsi con esso è la vera essenza del fare teatro.