Museo dell'ebraismo europeo
Abstract
MUSEO DELL'EBRAISMO EUROPEO
Dall'incontro tra la pratica dell'architetto e la riflessione museografica nasce un progetto che, muovendosi nell'area di confine tra architettura e museografia, tenta di proporre una forma museo che, se da una parte si propone di elaborare spazi e strutture in grado di accogliere ed espletare le molteplici funzioni dell'istituzione museo, dall'altro, cerca di reinterpretarne l'essenza stessa e trasporla su un piano marcatamente contemporaneo. Un luogo, questo Museo dell'Ebraismo Europeo, in cui le funzioni primarie, quella espositiva e quella della conservazione, si aprono ai dettami della comunicazione instaurando una prossemica degli spazi tutta incentrata sul visitatore, vero punto di irradiazione delle traiettorie che producono i luoghi della fruibilità come anche i significati.
Ma il museo - qualsiasi museo - deve sapersi declinare a quelli che sono i suoi contenuti specifici: culturali, emotivi, percettivi, estetici. La ricerca di una forma museo che, pur essendo innovativa, non perda di vista l'obiettivo finale, né il contatto con il pubblico, si interseca con l'approfondimento dei temi legati a questo museo. La cultura ebraica, nella pratica progettuale, rimane un riferimento costante: il museo ne è profondamente permeato. Non si tratta soltanto della ricerca di simbologie contenutistiche e spaziali, ma anche della possibilità di interpretare l'essenza stessa del popolo ebraico, di questa cultura che, pur indissolubilmente legate all'occidente, rimane sempre e comunque altra. Affiora la questione dell'identità ebraica: il museo fa proprie le peculiarità di questa cultura e le trasferisce negli spazi architettonici, nelle forme, nelle dinamiche tra gli elementi compositivi e visivi, nella scelta dei materiali, nell'organizzazione dei percorsi e dei contenuti. Non ultimo, l'inserimento in un contesto architettonico, urbanistico, sociale e culturale, propone suggestioni cui il progetto non può che essere sensibile. Venezia, città che ospitò il primo ghetto d'Europa (la parola "ghetto" è di origine veneziana) sceglie il Lido - che è Venezia, ma è pur sempre 'altro' - per un museo che rifiuta di caratterizzarsi come 'mausoleo'. Il Museo dell'Ebraismo Europeo non è un luogo della memoria, bensì uno spazio della comprensione. Attraversando questi percorsi, entrando in contatto con i contenuti e i significati che in essi si sviluppano, il visitatore è chiamato a capire questa cultura estranea, cui gli europei si sono sempre rapportati con sospetta ambiguità. Venezia diventa cosi un tramite, una chiave di lettura per iniziare a capire, per entrare - en abime -nel mondo ebraico. All'ingresso del museo, due alberi intrecciati in un abbraccio struggente offrono il primo suggerimento. Al centro -architettonico - ma alla fine - museografica - serrato da alte mura, il ghetto rivela l'essenza di una segregazione che, gioco forza, si è trasformata in gelosa custodia di un'identità.
Passando per una costruzione di fine Ottocento, in tipico stile veneziano, si entra in uno spazio aperto, un cortile-piazza da cui prendono forma le traiettorie del museo e su cui si affacciano i luoghi che, connessi alla funzione espositiva, svolgono una serie di funzioni accessorie tipiche della declinazione contemporanea del concetto di museo: la biblioteca, il bar, il ristorante, il teatro, le sale di esposizione temporanea, il bookshop, il negozio. Al centro, la piazza in cui campeggia l'albero-scultura che è un pò il simbolo di questo museo. Salendo al piano di sopra, da quel 'ballatoio' che affaccia sul 'cortile' si accede allo spazio espositivo vero e proprio. Il primo spazio in cui si entra è un ampio corridoio, una passerella, visivamente sospesa, tra cielo e terra, come le figure oniriche dell'ebreo Chagall. All'interno l'esposizione si sviluppa su elementi solidi, parallelepipedi che disegnano sentieri, strade, traiettorie insospettate entro cui si sviluppa la storia degli alterni rapporti tra popolo ebraico ed europei. Si arriva fino al cinquecento: secolo in cui nacque - a Venezia, appunto - il primo ghetto. Il visitatore, sempre seguendo la passerella, entra nel ghetto, ma ne rimane distante: lo osserva dall'alto, mentre sotto di lui si ergono le solide mura che circondano la quotidianità ebraica. Si arriva quindi ai secoli XVIII e XIX, quando, tra emancipazione, integrazione e assimilazione, si prepara all'evento che segnò il Novecento: l'olocausto. In questo Museo, quello della shoah è un luogo sotterraneo, buio e angusto cui si accede attraverso un percorso obbligato. Luogo di pura evocazione, a-funzionale. Dopo la shoah non è più possibile risalire, il Novecento prosegue, ma è ormai bloccato nell'irrealtà: quella dei mezzi di comunicazione che riproducono all'infinito un evento fino a distorcerlo, fino ad astrarlo.
Solo allora si può entrare nel vivo della vita ebraica, tra i suoi oggetti, i suoi spazi, i suoi riti. Nel ghetto, lo cui avevamo buttato un occhio dall'alto, delimitati dentro spazi che sembrano case affacciate su una piazza, ci sono i segni di questa cultura segregata, isolata e custodita dentro spesse mura.
Uscendo dal ghetto si può tornare, dopo aver percorso un luminoso spazio di passaggio, nell'arioso atrio-cortile, oppure si può uscire nel parco dove, tra robusti ulivi e cineree betulle, il visitatore può continuare il suo viaggio tra sculture contemporanee.
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