Orti urbani come dispositivi di innovazione sociale
Chiara Zonda
Orti urbani come dispositivi di innovazione sociale.
Rel. Roberto Albano, Alfredo Mela. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Progetto Sostenibile, 2016
Abstract
PREMESSA
Sono sempre stata affascinata dagli orti, fin da quando, da bambina, trascorrevo alcuni giorni d'estate a casa dei miei nonni, in una villetta con un piccolo giardino e un orto annesso, nell'hinterland milanese.
Mi piaceva l'idea di mettermi a zappare, anche se poi non lo facevo mai (non avrei avuto le forze); mi piaceva guardare tutti quegli strumenti strani nel capanno degli attrezzi; mi piaceva guardare i miei nonni strappare le erbacce, scegliere i pomodori e i cetrioli, tirar fuori dalla terra le carote; mi piaceva staccare una foglia di menta o un rametto di rosmarino e tenerlo in tasca per annusarlo ogni tanto. Mi piaceva che i miei nonni fossero sempre abbronzati per il tanto tempo passato nell'orto e che lo curassero come se fosse un membro della famiglia, con tutto l'amore possibile.
Mi sembrava di aver trovato una piccola oasi di pace. Mi piaceva che ad ogni visita ce ne andassimo carichi di verdure fresche, mi piaceva quando mia madre preparava l'insalata e sottolineava: "quella del nonno". Non era verdura qualunque; in qualche modo si sentiva l'impegno, la fatica e l'amore con cui gli ortaggi erano cresciuti, anche quando i cetrioli erano un po' amari e anche quando l'uva era aspra e non dolce come quella del supermercato.
Mi piaceva che chiunque andasse a trovarli se ne tornasse a casa con delle melanzane o dei fichi o dei kiwi, a seconda del raccolto, sempre molto più abbondante di quanto necessario alla famiglia.
Con il tempo (e con l'età), l'orto dei miei nonni ha lasciato sempre più spazio al semplice prato, più facile da curare, rimangono solo le erbe aromatiche, pochi pomodori, l'albero dei fichi, qualche grappolo d'uva. Poche cose di cui si prende cura mio nonno forse più per malinconia che per vera necessità.
Quando, in uno dei tanti momenti passati su internet alla ricerca di interessanti studi di architettura, mi sono imbattuta per puro caso in OrtiAlti, mi sono resa conto che gli orti urbani non facevano parte solo del mio passato, o di un'oasi di pace famigliare.
Mi ha colpito l'idea che gli orti potessero avere per tutti tanti dei significati che avevano per me e che addirittura potessero essere un forte strumento di aggregazione sociale all'interno di un quartiere o meglio di una comunità.
Ho quindi iniziato a documentarmi sull'argomento, per scoprire che al mondo esistono già tante realtà ben avviate e funzionanti, che apportano una serie molto lunga e variegata di benefici. Queste realtà sono molto diffuse soprattutto negli Stati Uniti e nel nord Europa, con esempi di dimensioni anche considerevoli. Si tratta di spazi recuperati a terra e sui tetti, dati ad una nuova vita, che innescano nuovi processi all'interno del quartiere e della città, rivoluzionano il modo di vivere lo spazio aperto insieme agli altri.
Partendo da un'indagine generale sull'evoluzione del concetto di spazio pubblico, nella declinazione di spazio aperto, si arriva a ripercorrere l'evoluzione nella storia degli orti urbani. La ricerca dei benefici connessi a queste pratica porta a descrivere i vantaggi per il singolo e per la collettività, sia immediati che nel tempo. Attraverso la scelta di casi studio significativi, sia italiani che internazionali, si arriva ad una definizione degli elementi funzionali al corretto sviluppo di un orto ed al suo successo. Il caso di OrtiAlti ed in particolare del progetto Ortoalto Ozanam, viene portato come caso esempio qui a Torino, illustrandone sia i successi che le potenzialità ancora in via di sviluppo.
Scopo di questa mia tesi è quindi raccogliere e spiegare il funzionamento di queste realtà così diversificate tra loro.
Solo arrivando a capire gli elementi principali e Le conseguenti evoluzioni, è stato possibile provare a definire una possibile linea d'azione per la realizzazione di un orto urbano condiviso dalla comunità. La volontà è quella di creare un modello che possa coinvolgere fin da subito il maggior numero possibile di soggetti, dal singolo cittadino, alle associazioni, all'amministrazione.
La possibilità di rendere l'orto urbano uno strumento di potenziale innovazione sociale spinge i diversi attori a delle possibili collaborazioni basate sull'interazione continua, per il raggiungimento di uno scopo comune.
Relatori
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