Macchine per guarire : l'architettura sanatoriale : i sanatori Agnelli a Pracatinat
Maria Elena Orabona
Macchine per guarire : l'architettura sanatoriale : i sanatori Agnelli a Pracatinat.
Rel. Annalisa Dameri. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Restauro E Valorizzazione Del Patrimonio, 2015
Abstract
Introduzione
La tesi nasce da un interesse personale coltivato all'interno del corso di storia dell'architettura, per le architetture rivolte all'assistenza medica e sociale, e in particolare al sanatorio per tubercolotici.
Questo interesse mi ha portato a cercare di approfondire le ragioni che legavano una malattia come la tubercolosi, oggi percepita come lontana, alla necessità di disporre un'architettura specifica, attingendo informazioni tanto dalla storia dell'architettura, quanto da quella della medicina.
Nessuna malattia ha connotato così strettamente la storia di un'epoca come la tisi.
Infatti si rivelò come malattia emergente all'indomani dell'Unità, incrociando l'urbanizzazione e l'industrializzazione, sfidando "le forze congiunte della clinica e dell'igiene", influenzando la letteratura, alimentando "l'ossessione della degenerazione", e infine mettendo alla prova la capacità dello stato di mettere in campo politiche adeguate.
La terapia sanatoriale, combatteva la tubercolosi con il riposo, l'ipernutrizione e la cura d'aria e rimase l'unico rimedio fino alla messa a punto dalle terapia antibiotica negli anni cinquanta. Il sanatorio ne è stato uno strumento. L'architetto e il medico lavoravano insieme per la sua progettazione e la tipologia architettonica si è andata modificando in parallelo con l'evoluzione terapeutica fondata sulla teoria igienista. Era la prima volta che i clinici chiedevano ai tecnici di lavorare insieme "mediante la costruzione di un ambiente speciale adatto, per la cura di una malattia, giacché un sanatorio per i tubercolotici non è un luogo dove si ricoverano, si isolano o si curano questi ammalati, ma è anche, in sé e per sé, un mezzo di cura di essi".
L'origine dell'architettura sanatoriale risale alla seconda metà dell'ottocento a Goebersdorf nella Slesia, dove il medico tedesco Hermann Brehmer impiantò il primo sanatorio dedicato al ricovero all'isolamento dei malati di tubercolosi. Così il metodo di cura e l'impianto dell'edificio si diffusero in Germania, in Svizzera, in Francia e in America. Ma il quadro di riferimento erano la Germania e la Svizzera, che nel 1900 contava, oltre ai sanatori di lusso, come quello descritto da Thomas Mann nel suo romanzo, una rete di sanatori popolari riservati agli indigenti o ai malati di modesta condizione .
Volumi, forme e materiali dovevano rispondere a questa funzione e l'architettura sanatoriale doveva "intonarsi con la bellezza esteriore del paesaggio circostante". Inoltre "le pareti e i pavimenti dovevano presentare superfici lisce e impermeabili, lucide e lavabili; niente tende, niente tappeti di tessuto; vernici con decorazioni pittoriche alle pareti, alle porte e alle finestre, tappeti di linoleum o mosaici in cemento ai pavimenti". Un'immagine di pulizia, lindore, funzionalità igienica che torna nella descrizione degli ambienti del sanatorio Berghof a Davos fatta da Hans Castorp, il protagonista principale del romanzo La montagna Incantata: "mobili bianchi, pratici, la tappezzeria pure bianca, resistente, lavabile, il pavimento di linoleum pulito, le tende di lino semplici, di gusto moderno" .
L'edifico sanatoriale venne inizialmente concepito come un piccolo laboratorio. Non si contrapponeva al paesaggio, ma lo riproduceva dominandone gli aspetti aggressivi, accogliendo gli elementi naturali e modulandoli in base alle esigenze curative: il vento seguiva percorsi obbligati declinandosi in ventilazione naturale, il sole si trasformava in luce al riparo delle terrazze, le intemperie erano contenute dalle gallerie vetrate e il verde veniva assimilato nei giardini d'inverno e nelle serre. Ma l'edificio, evolvendosi in "macchina per guarire", modificò i caratteri iniziali per i quali era stato concepito mostrando, così, tutti i limiti della sua natura assolutamente artificiale. E tanto più nel dettaglio veniva messa a punto questa macchina, il sanatorio perdeva le caratteristiche con le quali era stata concepito, rimanendo come mero contenitore di sofferenze umane.
La lotta antitubercolare nel novecento prendeva i connotati di ricerca intorno all'organizzazione dei vari apparati, che afferivano al contenimento della diffusione del morbo tubercolare, all'esterno nella società, e di sperimentazione clinica e di laboratorio per la messa a punto di un farmaco, che combattesse il bacillo di Koch, all'interno dell'organismo malato.
La diffusione dei sanatori urbani trovò un ulteriore impulso dalla prima guerra mondiale. Le esperienze degli ospedali da campo militari avevano reso evidente, quanto contribuisse alla soluzione del problema il semplice approvvigionamento di aria costantemente rinnovata, e alle esigenze del ricovero temporaneo di un gran numero di malati. aveva trovato risposta la scienza costruttiva con la messa a punto di particolari padiglioni in legno amovibili, che si assemblavano secondo uno schema standard, definititi padiglioni tipo Dòecker. Questi ospedali prefabbricati vennero impiegati negli accampamenti militari, destinati in principio ad accogliere genericamente i feriti, poi furono eretti anche nei giardini degli ospedali urbani per isolare dal resto degli ammalati i militari ed, in seguito, i reduci di guerra affetti da tubercolosi.
Traducendo in pietra o in mattoni la struttura di legno prefabbricata, ovvero parallelamente alla sua trasformazione in costruzioni fisse, lo sviluppo ulteriore di questa tipologia di edificio sanitario, consisteva nell'utilizzo dei padiglioni Dòecker per scopi civili. Diventando, pertanto, stabili si aggiungevano alla categoria dei padiglioni destinati ai tubercolosi, che venivano annessi agli ospedali civili, contribuendo contemporaneamente alla promozione dell'idea che si potevano istituire ospedali sanatoriali anche all'interno dell'abitato cittadino.
Con la realizzazione del sanatorio urbano, il mito della 'montagna incantata' franò verso la pianura: era ormai caduto anche il mito della necessità dell'isolamento dal mondo e dell'allontanamento dalla civiltà corruttrice. Infatti, gli ospedali sanatoriali della prima metà del '900, sorgevano all'interno del contesto urbano, anche se costruiti ai margini, essi non costituivano l'alternativa alla città, ma erano un pezzo dell'ingranaggio e pertanto, (al pari del cimitero, della fabbrica e della prigione), si rendevano necessari al funzionamento della macchina urbana.
Era in questo contesto che si inserivano le attività dell'Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale, il cui compito era di organizzare la lotta alla tubercolosi e di costruire sanatori provinciali in ogni città italiana, unendo i suoi sforzi a quelli dei Consorzi Provinciali Antitubercolari che si costituirono a partire dal 1927.
Successivamente sono passata all'analisi degli edifici denominati "I sanatori Agnelli" costruiti tra il 1926 e il 1929 a Pracatinat in Val Chisone, con funzione di sanatori popolari per i malati di tubercolosi.
Ed i sanatori Agnelli oggi nonostante i diversi interventi per la variazione di destinazione d'uso, che si sono avvicendate negli anni, si presenta essere ottimamente conservato nella struttura originaria. Questo duplice fattore legato alla conservazione tipologica sanatoriale e al cambio di destinazione d'uso, hanno reso i sanatori Agnelli un ottimo caso studio. Da un lato per la struttura tipologica dei sanatorio e dall'altro per avvalorare la tesi che una struttura sanatoriale, ormai discussa, si presti bene il cambio di destinazione d'uso senza però cancellarne la sua storia e la sua memoria di una architettura tanto importane dal punto di vista sanitario per il periodo storico in cui è stato costruito.
Il lavoro svolto ha avuto come obiettivo quello di tentare di ricostruire la storia delle trasformazioni di un tipo edilizio, il sanatorio, che fa la sua comparsa a metà del 1800, proponendosi come strumento terapeutico, e che successivamente scompare dal panorama dell'edilizia assistenziale, soppiantato dai nuovi mezzi di guarigione.
Relatori
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