Progetto per il recupero funzionale e riqualificazione di un antico opificio nel territorio di Guarene : il "mulino del Lavandaro"
Simone Patrone, Nicola Porello
Progetto per il recupero funzionale e riqualificazione di un antico opificio nel territorio di Guarene : il "mulino del Lavandaro".
Rel. Silvia Gron, Chiara Aghemo. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Progetto Sostenibile, 2015
Abstract
Il seguente lavoro trae origine da due esigenze: quello di occuparsi di progettazione e di farlo a quattro mani.
Si è cominciato con il visitare edifici in disuso presenti nel territorio del Cuneese. Si trattava di casolari abbandonati da ristrutturare, ben collocati paesaggisticamente, con possibilità di ampliamenti.
La scelta è caduta su di un edificio situato nel territorio del Roero, alle pendici della collina di Guarene. Il “mulino del Lavandaro" è un manufatto architettonico edificato nel Settecento, ampliato e trasformato nel corso dei secoli, funzionante prima a macine e poi con turbina fino alla fine degli anni quaranta, da allora dismesso e solo parzialmente utilizzato come deposito per ricovero e riparazione di mezzi di una ditta di escavazioni. Attualmente sono stati svolti lavori di manutenzione che hanno previsto la pulitura della riva della bealera e alcuni interventi per ovviare a problemi dovuti all’infiltrazione dell’acqua piovana nei locali più antichi, mentre quelli più recenti (stalla e officina) risultano in buono stato.
L’imponenza del manufatto, la sua storia ed il fatto che sia uno dei pochi sopravvissuto nel tempo nonostante il territorio abbia una tradizione molitoria, rende interessante potersene occupare.
Grazie alla disponibilità dell’attuale proprietario per l’accesso a tutti i locali della struttura, è stato possibile svolgere un rilievo complessivo sia fotografico che architettonico. Il lavoro si è poi sviluppato nello studio di fonti bibliografiche che documentano il cambiamento dell’opificio ma anche del territorio interessato. In particolare l’Archivio Roero, archivio privato ora sotto la tutela della Soprintendenza Archivistica per il Piemonte e la Valle d’Aosta che, per gentile concessione degli eredi dei Conti Provana di Collegno, è stato possibile consultare, è stato fonte di diverse informazioni soprattutto dal punto di vista storico. Poi una ricerca approfondita per sondare l’attuale stato di fatto e di impiego di questi edifici ha fatto emergere la possibilità di diverse soluzioni di recupero e di valorizzazione. Si è proceduto allora alla stesura di un progetto per il “mulino del Lavandaro”.
L’obiettivo del lavoro è piuttosto ambizioso: si tratta di recuperare un edificio di pregio attualmente utilizzato in modo parziale ed in modo incongruo rispetto alla destinazione originaria. L’intento principale è quello di ripristinare l’uso per il quale era stato edificato, ovvero la macinazione del grano e, come un tempo, produrre farine da cereali coltivati nel territorio delle Langhe e del Roero circostante. Verrebbero utilizzati mais e frumento biologici macinati con palmenti in pietra così da preservare le caratteristiche organolettiche nel prodotto finale. Il mulino non sarebbe solo un luogo di produzione ma anche, proprio per il suo valore storico e per le modalità artigianali di lavoro delle materie prime, un museo. Lo scopo è di testimoniare il fatto che lavorazioni tradizionali sono ancora possibili e sono attuali in quanto si ottengono prodotti di alta qualità dei quali c’è richiesta da parte dei consumatori.
A questo proposito segnaliamo un lavoro molto interessante del quale si è venuti a conoscenza facendo le ricerche per il “mulino del Lavandaro”. Si tratta di un’inchiesta che ha come obiettivo quello di raccontare e ricostruire le vite dei “ribelli del consumismo e dell’agricoltura convenzionale”; sono agricoltori, mugnai, panificatori, alcuni del nostro territorio, altri con origini in altre realtà italiane che attraverso delle video-interviste raccontano la loro esperienza di vita-lavoro con il grano. Il documentario “Lo spirito del grano” ha come filo conduttore il grano e raccoglie le testimonianze di Eugenio Poi, panetterie “autentico” con una nuova vita in Valsesia; di Ivo Bertaina, da anni alle prese con l’agricoltura biodinamica e presidente di Agri.Bio.Piemonte; di Renzo Sobrino, mugnaio presso il mulino ottocentesco di La Morra (Cuneo); della famiglia Girolomoni, pioniera del biologico e del riscatto dei contadini a Isola del Piano (Pesaro - Urbino); di Giuseppe Lirosi, che ha riscoperto i grani antichi siciliani con Terre e Tradizioni a Raddusa (Catania); di Giacomo Santoleri, che produce olive, cereali e saperi nel Casino di Caprafico, sulla Majella. Ciò che si dice è che a seguito dell'avvento dei metodi industriali, i mulini a pietra sono andati via via ad estinguersi, ma ultimamente, viste anche le richieste di una parte del mercato e di un consumatore sempre più attento alla qualità e al benessere del cibo, vi è stato un certo ritorno. Sicuramente la macinazione a pietra della farina, nonostante sia un metodo piuttosto antico, risulta tutt'oggi il migliore al fine dell'ottenimento di farine di pregio. L'approccio “dolce” delle mole al grano ed il movimento rotante e lento con cui avviene la macinatura consentono di rispettare maggiormente le caratteristiche fisiche e chimiche delle granaglie, permettendo di ottenere farine meno fini, ma più vitali, che conservano tutte le sostanze nutritive dei cereali.
E’ poi importante precisare che il “mulino del Lavandaro” è situato in un territorio ricco di attrattive turistiche sia per il patrimonio storico, che paesaggistico che eno-gastronomico che richiamano sempre più visitatori italiani e stranieri. Pertanto un altro obiettivo è quello di creare un relais di charme che possa accogliere una clientela alla ricerca di alti standard di comfort e di benessere. La struttura esistente permette, per le sue caratteristiche volumetriche, la realizzazione di un complesso articolato in hotel con ristorante e spa. Quest’obiettivo che prevede la realizzazione di una struttura ricettiva è influenzato soprattutto dal particolare momento che Langhe e Roero stanno vivendo in seguito al riconoscimento dell’UNESCO come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Questo ha presumibilmente determinato un incremento della visibilità e della richiesta turistica. Il sito si sviluppa lungo dolci colline coperte da vigneti, inframmezzati da piccoli villaggi di altura e pregevoli castelli medievali. Il sito è di tipo seriale, ovvero costituito da sei aree (chiamate “componenti”) articolate all’interno dei confini delle Province di Alessandria, Asti e Cuneo e di ventinove Comuni, per un’estensione complessiva pari a 10.789 ettari. Dal punto di vista geografico, tre aree si trovano nel comprensorio delle Langhe, due in quello dell’Alto Monferrato e una nel Basso Monferrato. Le componenti presentano specifici caratteri naturali, antropici e percettivi. Sono state selezionate con particolare riferimento alle produzioni vinicole associate ai territori, alla rilevanza in ambito nazionale ed internazionale, all’esigenza di rappresentare con completezza luoghi Importanti per la filiera del vino (dalla coltivazione, alla produzione, conservazione e distribuzione) e gli elementi storico-insediativi e architettonici (reticolo stradale, città, borghi, nuclei rurali, castelli, chiese). E’ stata inoltre definita un’ampia area tampone di circa 76.000 ettari (detta buffer zone) che racchiude le sei componenti e coinvolge oltre 100 territori comunali. Essa ha lo scopo di garantire una maggiore protezione del sito candidato e permette di dare continuità al paesaggio delle singole aree.
Il percorso4 di candidatura ha avuto inizio ufficialmente nel 2006 mentre il parere positivo è stato espresso il 22 giugno 2014 durante il 38° World Heritage Committe a Doha in Qatar, durante il quale il sito “I Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato” è stato riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Si tratta del 50° sito UNESCO italiano e del primo paesaggio culturale vitivinicolo italiano.
Rispetto al lavoro in esame l’idea è dunque quella di valorizzare l’edificio esistente con le sue peculiarità, riportare in funzione l’attività molitoria e creare una struttura ricettiva. Si può dire che il progetto è ambizioso, in quanto in particolare vuole coniugare il ripristino del vecchio mulino con la produzione di prodotti “di nicchia” a filiera corta. Dal punto di vista della struttura ricettiva si propone di stabilire nuovi spazi per una clientela di livello “medio-alto”, questo per distinguersi all’interno dell’offerta del territorio.
Il progetto di recupero e di rifunzionalizzazione del “mulino del Lavandaro" parte, con un’analisi dello stato di fatto e delle potenzialità del manufatto stratificato; segue poi la descrizione del contesto di cui l’opificio fa parte dal punto di vista territoriale-paesaggistico.
La terza parte raccoglie le informazioni generali di ambito storico, rispetto alla localizzazione ed alle caratteristiche del mulino, mentre nel quarto capitolo si descrive l’antico mulino da grano per capirne la strutturazione degli ambienti e la posizione dei “macchinari”: nell’opificio del Lavandaro sono presenti solo alcune delle macchine necessarie alla produzione. Si approfondiscono poi le tecniche di lavorazione del grano con una descrizione delle diverse tipologie di frumento e di farine ottenibili.
Vengono poi presentati, dopo un’approfondita ricerca, esempi di riqualificazione di mulini. Prendendo spunto da queste suggestioni è proposta una bozza di progetto per il “mulino del Lavandaro”. Conclude la normativa di riferimento.
Gli ultimi due capitoli si dedicano al progetto: vengono illustrate le scelte intraprese sulla destinazione e modifica degli spazi a disposizione, con le criticità incontrate; segue un approfondimento sulla riqualificazione del complesso edilizio dal punto di vista energetico applicando le tecnologie volte al risparmio energetico in termini di soluzioni impiantistiche ed architettoniche.
L’ultima parte contiene delle considerazioni finali sull’intero lavoro e raggruppa le tavole di progetto; chiudono gli allegati.
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