I senza fissa dimora e l'architettura : un confronto fra Torino e San Francisco
Maria Tibiletti
I senza fissa dimora e l'architettura : un confronto fra Torino e San Francisco.
Rel. Luca Davico. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Progetto Sostenibile, 2014
Abstract
INTRODUZIONE
Nell’ultimo anno ho avuto l’occasione di vivere per alcuni mesi negli Stati Uniti, a San Francisco. Una città in pieno boom economico, viva: è la terra delle opportunità. Tutto sembra nascere a San Francisco: è impressionante il numero di aziende e di startup che qui nascono e si sviluppano.
Da una parte è capitale della Silicon Valley, dall'altra è la città che ospita una delle più grandi comunità di homeless degli Stati Uniti: negli stessi luoghi calpestati dagli uomini più ricchi del mondo vivono, anzi sopravvivono, moltissimi disperati privi di tetto, al punto che qualcuno ha ribattezzato la metropoli americana “la nuova Versailles”, in ricordo della città francese dei tempi di Luigi XIV, popolata da nobili possidenti e poveri accattoni. È’ un paradosso che la Silicon Valley, nota per aver portato nel mondo la tecnologia, l’innovazione e di conseguenza enormi profitti, ospiti anche aree di estrema povertà.
E’ stato proprio questo dualismo, tipico della società americana e a San Francisco esasperato, a suscitare in me il desiderio di approfondire questo tema per la mia tesi e di conseguenza di analizzarlo confrontandolo con la nostra realtà torinese.
La prima fase è stata di analisi, studio, ricerca e rielaborazione di dati statistici per comprendere la complessità del fenomeno: ed è stato fondamentale essere di persona a San Francisco per recuperare le fonti necessarie. Successivamente, ho svolto la stessa analisi a Torino, dove, paradossalmente, ho avuto più difficoltà a reperire la medesima documentazione perché esistono meno pubblicazioni a riguardo. Contemporaneamente ho posto l’attenzione sul ruolo dell’architettura e ho concentrato gran parte del lavoro su l’individuazione del compito che gli architetti hanno all’interno della società e quale contributo possono dare anche a un’emergenza sociale come quella del fenomeno delle persone senza dimora.
Il progetto architettonico, infatti, produce una trasformazione continua dello spazio fisico, ma agisce contemporaneamente anche sulla dimensione simbolica che tutti noi associamo, spesso inconsciamente, agli spazi e alle cose che ci circondano. Il progetto costituisce quindi un'occasione collettiva per riflettere su prospettive e valori condivisi, un'opportunità da utilizzare per porre all'interno di una comunità domande centrali e strategiche: l'uso di uno spazio, delle risorse, l'assetto del territorio, la gestione comune di strutture collettive e opportunità. L'architetto è dunque strumento di un processo complesso: deve sviluppare capacità di lettura e ascolto, deve mettere in pratica idee per rispondere a problemi nuovi, deve essere parte di una trasformazione intellegibile.
Ritengo che sia importante saper re-inventare un'architettura civile, capace di ritrovare nelle proprie consuetudini progettuali, etica e creatività, diritti ed innovazione, bellezza e futuro, partecipazione e consapevolezza. Solo così potrà tornare ad essere strumento collettivo che riporti al centro del discorso un noi corale, dove l'architettura possa essere mezzo e non fine, o forse solo tornare ad essere “un bene comune”. Perché l'architettura è azione necessaria, crea le pre-condizioni alla nostra esistenza, atto definitivo che modificherà per sempre la storia e le persone che vivranno in quel pezzo di mondo che andrà a occupare. Esserne autori è privilegio e allo stesso tempo responsabilità.
Progettare e andare ad agire attivamente, migliorando in parte la condizione per quelle persone segnate spesso da un disagio talmente profondo da cui sembra impossibile emergere, è una grande sfida. Il tempo presente è dominato da una fragilità che attraversa mondi sociali diversi e che rende “liquida”, pervasiva e diffusa la precarietà.
In questi ultimi anni si sono moltiplicate domande nuove e complesse a cui l'operatore, il volontario e la comunità locale non riescono a dare una risposta non solo per mancanza di risorse, ma soprattutto per un’incapacità strutturale a comprendere la domanda d'aiuto che viene posta nei luoghi ordinari d'accoglienza e intervento come i dormitori, i centri d'ascolto, ma anche i pronto soccorso e gli ospedali.
Riuscire a leggere la domanda complessa e articolata d'aiuto, spesso frammentata e letteralmente disperata, rappresenta una sfida che non esonera da ambiguità.
Da un lato la persona senza dimora, colei che vive la precarietà dell'abitare, non riesce che a ripetere il suo “appello” al fine di ottenere risposte concrete (un letto, una medicina, un lavoro, una doccia, un panino...) dall'altro l'operatore e l'équipe vivono percorsi di profonda frustrazione e solitudine nel tentare soluzioni frammentate e povere di risorse.
Il lavoro della mia tesi, vuole essere uno sforzo di leggere la complessa situazione delle persone senza dimora, in vista di una possibile integrazione, attraverso l’architettura, la sociologia, l'antropologia, la psicologia, discipline tutte diverse che hanno in comune il promuovere luoghi e situazioni che situano al centro la persona, la comunità e la relazione che si instaura tra essi.
Il mio lavoro va inquadrato all'interno di un lavoro più ampio che l’associazione “Costruire Bellezza” sta portando avanti in correlazione con Fio.PSD che opera nello scenario europeo insieme alla “European Federation of National Organisations working with the Homeless” (Feantsa), e ad altre reti europee che si occupano di persone senza dimora.
L’attività di “Costruire Bellezza” nel territorio italiano e specificatamente a Torino, Milano e Verona, è portata avanti con passione e competenza, mi ha entusiasmato fin dall'inizio. I partecipanti sono riusciti a creare le condizioni scientifiche e progettuali, affinché un percorso di sperimentazione possa proseguire e diffondersi, al fine di creare una efficace progettazione per l’inclusione sociale.
La perdita della casa, innanzitutto non è, come sappiamo, solo lo spazio perimetrato da pareti e chiuso al di sotto di un tetto. La casa è la dimora della memoria, e la memoria è ciò che siamo stati, le fondamenta della nostra identità. La casa è il luogo da cui siamo partiti ma anche il luogo dove si dovrebbe poter tornare. È sicurezza, sia esterna che interna. È la casa, per esempio, che permette il vero sonno ristoratore, perché è in casa, nella propria casa, che accade il vero abbandono notturno, precondizione per poter affrontare un nuovo giorno. La casa raccoglie mobili, colori, oggetti, odori, foto, che continuamente ci ricordano chi siamo, e a chi apparteniamo. Le case parlano di chi le abita, tanto che se volessimo conoscere qualcuno nella sua intimità più propria, dovremmo poter sbirciare dentro la sua casa. La persona senza dimora non ha perso solo la sua casa, ma ha subito anche una sostanziale perdita delle appartenenze a ogni luogo.
Andare a intervenire anche in minima parte nel miglioramento di queste vite a margine, per cercare di ricreare quel senso di appartenenza a un posto, grazie a una mirata progettazione; ritengo che sia una bellissima occasione e allo stesso tempo, una grande sfida per gli architetti.
- Abstract in italiano (PDF, 3MB - Creative Commons Attribution)
Relatori
Tipo di pubblicazione
URI
![]() |
Modifica (riservato agli operatori) |
