Utopia realistica : percorsi partecipati di rigenerazione urbana
Agnese Trotta
Utopia realistica : percorsi partecipati di rigenerazione urbana.
Rel. Liliana Bazzanella, Giuseppe Roccasalva, Eugenio Morello. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Progetto Sostenibile, 2014
Abstract
INTRODUZIONE:
Questo lavoro di tesi nasce dal desiderio di comprendere meglio come tutti i problemi e le criticità legate alla città e al territorio in cui viviamo, possano diventare fonte di coesione e collaborazione all’interno di comunità sfiduciate e abbattute. È sotto gli occhi di tutti il fatto che le persone sono sempre di più pervase da un senso di sfiducia nei confronti di coloro che ci rappresentano e, ancor di più, si mostrano polemici e insoddisfatti verso qualunque tipo di decisione venga presa o verso qualunque cambiamento in atto.
In questo contesto di cambiamenti e criticità di rapporti tra Pubblica amministrazione e società civile, emergono diversi fenomeni che è opportuno riconoscere come gli atteggiamenti poco collaborativi che portano alla necessità di maggior coesione e cooperazione, a livello sociale e quindi anche urbano:
-la cosiddetta sindrome DAD (Decido-Annuncio-Difendo), cioè una modalità di consultazione “a valle” del ciclo di vita del processo decisionale, con la quale il decisore politico decide di elaborare e conseguire un progetto, concordandone gli aspetti strategici con tecnici e in tavoli di concertazione bilaterali con quegli attori, dei quali si ritiene imprescindibile il coinvolgimento. Di fronte alle prevedibili reazioni ed obiezioni, l’ente si “chiude” in difesa portando argomentazioni giuridiche, o tecniche o di emergenza a sostegno della decisione presa.
-la nota sindrome NIMBY (Not in My Back Yard), sintetizza un atteggiamento di rifiuto da parte di cittadini e associazioni organizzate o comitati locali autoorganizzati, rispetto a progetti previsti nel territorio in cui vivono o operano;
-la modalità chiamata NIMO (Not In My Office), intesa come tendenza alla de-responsabilizzazione delle competenze all’interno delle istituzioni e dei vari uffici, rispetto alla risoluzione del conflitto in corso da gestire o all’eventualità di contribuire alla soluzione di problemi, che prevedono coinvolgimenti trasversali di assessorati e settori della Pubblica amministrazione.
Come vedremo nella prima sezione, questo tema della diffidenza sarà affrontato sia dal punto di vista sociologico, che dal punto di vista delle soluzione pratiche, cioè in termini di vera e propria costruzione di fiducia tra individui. E’ risaputo che molti dei disagi sociali (insicurezza, criminalità, sporcizia, disordine, degrado e abbandono, ecc.) sono fortemente legati alla distribuzione e gestione dello spazio urbano. Per questa ragione il punto di partenza di questa ricerca è proprio il fatto che il disordine e la trascuratezza di molte aree (periferiche e non) delle nostre città, possano generare una necessità di cambiamento così forte da muovere gli abitanti di una comunità nella stessa direzione.
Certamente questo passo non può essere effettuato in totale autonomia e spontaneità, e per questo è necessaria una forma di coordinamento, più o meno lieve, che guidi il processo e indirizzi i cambiamenti in modo efficace. Questo ruolo può essere affidato a un architetto, a un urbanista, a un sociologo o a un antropologo, ma ovviamente la migliore delle ipotesi è quella in cui diverse competenze specializzate collaborano nello stesso percorso decisionale (proprio come vedremo nel capitolo 3 in merito al caso studio del Villaggio Matteotti a Terni).
“L‘architettura è troppo importante per essere lasciata agli architetti.”
(De Carlo ,1969)
Paradossalmente, questa forte provocazione del grande architetto degli anni ’70 Giancarlo De Carlo, riassume con determinazione la vera importanza dell’architettura e dell’architetto nella società di tutti i tempi. Egli mette in discussione i percorsi progettuali consolidati in urbanistica e in architettura, con lo scopo di ribaltare la metodologia tradizionale e di spostare “l’ego smisurato dell’architetto” dal centro della scena, per far posto nel processo decisionale i bisogni reali dei fruitori. Questo sua affermazione, non porta a sminuire il ruolo del progettista, ma anzi ne esalta le responsabilità non solo tecniche ed economiche, ma soprattutto sociali, come ci ricorda anche Domenico De Masi3, sociologo e collaboratore di De Carlo:
“In che cosa consiste, infatti, il lavoro di progettazione? Anzitutto esso consiste in un agire «economico» in quanto il progettista si trova sempre a dover adeguare risorse scarse a fini che ne trascendono l’entità. Ciò comporta una graduazione dei fini per poter rinunciare in qualsiasi momento a quelli più irrilevanti a vantaggio di quelli più irrinunziabili. In secondo luogo, il lavoro di progettazione consiste in un agire «tecnico», ossia in un ricorso assai frequente a nozioni fisiche, geologiche, matematiche, ecc. che, allo stato attuale, costituiscono un patrimonio posseduto dal progettista in misura assai maggiore dei propri utenti. In terzo luogo, il lavoro di progettazione consiste in un agire «sociologico», ossia in una ricerca intervento in cui teoria e pratica si confondono e in cui le ipotesi vanno continuamente testate attraverso un processo di decisioni e di esecuzioni in cui il ruolo di committente, quello di esperto e quello di utente tendono tanto più ad integrarsi ed identificarsi quanto più il processo stesso si realizza in forme democratiche.”
Ancora prima di De Masi e De Carlo, già nei principi fondamentali della Costituzione Italiana (Art. 3 c. 2), sono presenti spunti in merito all’importanza dei cittadini e alla loro partecipazione ai processi decisionali, in cui si sottolinea che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Quando si parla di approcci di tipo inclusivo, non ci si riferisce esclusivamente all’ambito edilizio dell’architettura, anzi è oggetto predominante di questo lavoro di tesi il ruolo che le metodologie partecipate hanno nella formulazione di proposte che rispondano ai bisogni dei cittadini attraverso la riqualificazione dello spazio pubblico e delle sue caratteristiche d’interazione.
L’ambiente in cui viviamo è caratterizzato da un elevato grado di urbanizzazione, e circa la metà della popolazione vive attualmente in aree urbane con più di 50 000 abitanti, in cui le città svolgono un ruolo fondamentale nella vita sociale, economica e culturale dell’Europa, costituendo i motori principali della crescita e detenendo la maggior parte della ricchezza, del sapere e della tecnologia. Una delle sfide principali che si pone è proprio quella della riqualificazione ambientale e materiale, garantendo la sostenibilità e l’attrattiva delle città, e valorizzando in modo costruttivo il patrimonio architettonico e culturale delle aree urbane. Indiscutibilmente questo lungo lavoro di riqualificazione si scontra con il forte livello di disparità qualitativa che attualmente esiste tra diverse città della stessa nazione, ma anche all’interno di quartieri di una stessa città. Quest’ultime tendono, tuttavia, ad essere di gran lunga più significative rispetto alle prime in quanto i riscontri sociali tra i soggetti sono più immediati e urgenti da risolvere. A Torino, ad esempio, l’Audit urbano ha rivelato che il tasso di disoccupazione registrato nel quartiere più disagiato della città era più di 10 volte superiore a quello del quartiere meno penalizzato. Questo dato ha certamente una significativa influenza su quelli che sono i risvolti nelle relazioni sociali tra cittadini e nell’uso dello spazio urbano: la disoccupazione porta ad una condizione di sfiducia e rabbia che inevitabilmente si riflettono negli atteggiamenti di vita quotidiana.
“Comprendere la regione e la città significa anche essere capaci di vitalizzarle e svilupparle nei tre elementi: luogo, lavoro, gente e sarà sempre la gente stessa che saprà sfruttare nel modo migliore le caratteristiche del luogo in cui vive.”
(Geddes, 1915)
Come scopriremo nel capitolo 6, non si può negare che l’urgenza di questa realtà sia stata fortemente recepita a livello europeo e italiano. Negli ultimi 25 anni infatti, sono state sperimentate molte pratiche inclusive per coinvolgere direttamente i cittadini nei processi decisionali di risollevamento da queste situazioni precarie. Attualmente però, la parola “partecipazione” riferita all’urbanistica e all’architettura, è largamene abusata e intesa come la modalità di risposta più facile quando le domande dei cittadini si fanno intense e le risposte urgenti. Per questa ragione è stato dedicato abbondante spazio al tema delle leggi esistenti e alla questione della valutazione dell’impatto che questo nuovo approccio tecnico-normativo ha concretamente portato o no sulle attività di concertazione.
In seguito è stata analizzata l’influenza che le ICT (Internet and Communication Technologies) hanno sui processi partecipativi e sui vantaggi/svantaggi che queste apportano ai metodi tradizionali analizzati nella costruzione del modello partecipativo (capitolo 8). In relazione a questo tema sono state illustrate alcune esperienze professionali a confronto che già da tempo si occupano di partecipazione e che recentemente stanno sviluppando in modo competente anche l’uso di tecnologie informatiche.
Questo percorso di ricerca sul metodo della progettazione partecipata, termina con l’elaborazione di un modello-guida per futuri promotori di percorsi partecipati, e con l'approfondimento di un caso studio svolto in prima persona. Si è cercato quindi di individuare un criterio in grado di guidare le scelte del valutatore e tracciando uno schema comprensivo degli aspetti più decisivi e delle possibili combinazioni di tecniche e livelli di inclusione. Questi due esiti del lavoro di tesi, aiutano a validare e confermare alcune delle indicazioni teorico-tecniche fornite nei capitoli precedenti, ^esperienza e la pratica sono senza dubbio gli strumenti più efficaci per imparare e, nello stesso tempo, dimostrare che effettivamente le strategie inclusive non sono un’utopia, ma anzi sono momenti di vita condivisa reali e tangibili in un diffuso numero di città nel mondo: “solo così l’architettura sarà sempre meno la rappresentazione di chi la progetta e sempre più la rappresentazione di chi la usa”.
- Abstract in italiano (PDF, 3MB - Creative Commons Attribution)
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Relatori
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