Il diritto dei bambini alla città : buone pratiche berlinesi e proposte condivisibili
Chiara Carlucci
Il diritto dei bambini alla città : buone pratiche berlinesi e proposte condivisibili.
Rel. Alessandro Armando, Elisabetta Forni. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Costruzione Città, 2014
Abstract
Introduzione
Ho vissuto la mia infanzia in un paesino del sud Italia di poco più di 3000 abitanti; a stretto contatto con la sorella Ilaria, il cugino Francesco, i miei nonni e la loro campagna. E già solo questo mi fa sentire enormemente fortunata. All’uscita da scuola, a bordo di una Cinquecento decappottabile e con i capelli al vento, raggiungevamo la nostra adorata meta, e nonostante ci andassimo tutti i giorni, aspettavamo con ansia le tre del pomeriggio. Le stagioni scandivano i nostri divertimenti nell’arco dell’anno: in autunno osservavamo il nonno coltivare la lattuga, raccoglievamo con lui pere e cachi dagli alberi e ci divertiva da matti ripulire il selciato dalle foglie secche; in inverno raccoglievamo la legna per accendere il fuoco nel camino di casa, il fatto che facesse buio alle quattro del pomeriggio ci rendeva immensamente tristi; in primavera ci arrampicavamo sugli alberi con un libro a portata di mano, e da lassù potevamo vedere le volpi correre in mezzo ai campi di grano; il nostro albero preferito era un mandorlo secolare, io e mia sorella versammo tante lacrime quando qualche anno dopo fu colpito da un fulmine; con l’inizio dell’estate le balle di fieno per noi diventavano delle “case”, su di esse potevamo dormire, studiare, giocare, mangiare, osservare i ranocchi stesi al sole vicino le piante di fragole, e qualunque cosa, su quelle balle di fieno, diventava allegra; e poi, ancora, con la fine dell’estate arrivava la raccolta dell’uva e l’ambientazione cambiava, ci spostavamo nella cantina di casa e aiutavamo il nonno a fare il vino.
Ho un fratello di undici anni più piccolo di me. Purtroppo ho potuto osservare che, a distanza di così poco tempo, la sua infanzia è stata ben diversa dalla mia: Alberto ha vissuto i pomeriggi dei primi anni della sua vita in casa; forse perché l’unico bambino in famiglia, o perché troppo vivace per dei nonni che diventavano più anziani, o per colpa delle sorelle maggiori troppo concentrate sullo studio e dei genitori che più diventano grandi, più divenivano apprensivi. Disegnava tanto e fantasticava di più, con quei pezzi di carta che colorava e poi ritagliava. Circondato da “grandi”, è sempre stato troppo pieno di attenzioni, super controllato, accompagnato; oggi è un ragazzino di quattordici anni estremamente energico e molto intelligente, ma che, per la sua età, non riesce ad essere autonomo ancora in molte cose. Ciò non sarebbe accaduto se fossimo stati bravi a diventare ogni giorno meno necessari per lui.
Sono tornata da questo mio viaggio a Berlino decisamente più ricca di animo e maggiormente sensibile alla realtà che i bambini vivono nelle nostre città.
Nelle pagine che seguono racconterò la mia esperienza lanciando delle proposte su cosa si può fare, condividendo pratiche già collaudate, se avessimo però la volontà di cambiare le cose.
Propongo un itinerario in due tappe che si conclude con delle considerazioni sui punti cardine della questione.
Nella prima parte ho iniziato col fare delle riflessioni sulla città vissuta dai bambini analizzando la città di Berlino attraverso i pensieri di sociologi, psicologi, urbanisti ed architetti, mettendo in evidenza le particolari attenzioni che si hanno nella capitale tedesca nei confronti degli abitanti più piccoli della città; cure ormai insite nelle persone, nei processi e negli spazi e che rendono la città viva e sana.
Nella seconda parte le riflessioni diventano esperienze e la ricerca è avvenuta in due sedi in particolare: il cortile scolastico ed il quartiere.
Manfred Dietzen, architetto paesaggista, esperto e coordinatore di Grìin macht Schule (GmS), mi ha guidata nella fase di studio dei cortili scolastici berlinesi che sono nati da processi di progettazione partecipata con i bambini, attraverso il metodo adottato da GmS. Ad un primo lavoro di archivio è seguito un lavoro sul campo. Il primo mi ha permesso di conoscere su carta le cause che hanno portato alla riqualificazione dei giardini delle scuole, gli effetti desiderati, i costi, i finanziamenti, i soggetti coinvolti e le tempistiche utili per le realizzazione dei progetti. Il lavoro sul campo, invece, mi ha consentito di osservare “dal vero” il processo di coinvolgimento dei bambini e gli esiti scaturiti da questi progetti, nello spazio e nei bambini stessi.
Ho preso parte al workshop con i ragazzi per la progettazione del cortile della Reinhold Burger
Schule e ho potuto vedere con i miei occhi i risultati di tre scuole in particolare: Galilei-Grund-schule/Liebmann, Reinhardswald-Grundschule e 1Veumark-Grundschule. L’osservazione dello spazio è avvenuta compilando una tabella di analisi da me stilata che contenesse i possibili elementi presenti nei diversi giardini e che mi permettesse poi di fare una analisi generale dei casi. Alle tre scuole se ne aggiunge una quarta, Charlotte-Salomon-Grundschule, qui la mia attenzione si è concentrata più sul comportamento dei bambini nelle loro pause dallo studio, che non sullo spazio che li ospita. Conversazioni con gli insegnanti mi hanno aiutata a capire come è cambiato il comportamento degli studenti nel loro “cortile verde”, rispetto al comportamento che essi avevano nel precedente “cortile di asfalto”.
La seconda “sede” è stata invece il quartiere Moabit West. Ad un’analisi incentrata sulle criticità che caratterizzavano il quartiere, è seguita una ricerca dello stato attuale del distretto, nel quale negli ultimi 15 anni si è intervenuto in maniera abbastanza intensa sugli spazi pubblici e, di conseguenza, sulla socialità. Successivamente alla raccolta di dati (che riguardassero gli abitanti del distretto, il livello di occupazione, il traffico) è avvenuto un lavoro sul campo che mi ha permesso di definire le misure adottate da Ouartiersmanagement, ordine di gestione del quartiere, per migliorare la vivibilità di Moabit West.
Questo mio lavoro vuole proporre delle esperienze condivisibili in cui la dimensione spaziale e quella sociale si incontrano promuovendo un legame più forte tra bambino e città.
Relatori
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