Capitoli per una museografia ebraica : i musei ebraici italiani
Baruch Lampronti
Capitoli per una museografia ebraica : i musei ebraici italiani.
Rel. Valeria Minucciani. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Costruzione Città, 2014
Abstract
INTRODUZIONE:
Perché questa tesi
Personalmente legato a norme e tradizioni dell'ebraismo, cerco naturalmente di approfondire i caratteri e i fondamenti della mia cultura. Da ebreo diasporico, poi, mi trovo da sempre nella condizione di dover rispondere alle domande, alle curiosità e, alle volte, ai luoghi comuni di una società di maggioranza diversa ma molto spesso mossa da un genuino desiderio di conoscenza.
Con gli studi in architettura, accanto ad un generale interesse per i caratteri e il significato degli spazi tipici della vita ebraica, una particolare attenzione si è quindi rivolta proprio alle strutture deputate alla divulgazione - ; musei - nell'intento di cercare spunti o, magari, offrirne io stesso.
Diversi elementi, come le crescenti richieste di visita alle istituzioni ebraiche o l'alto indice di gradimento di alcune attività culturali, hanno confermato in anni recenti un incremento dell'interesse da parte della popolazione non ebraica verso temi legati ai più diversi ambiti dell'ebraismo, come gli stili di vita, la storia, il pensiero e le tradizioni.
Alcune esperienze, in particolare, mostre e catalogazioni organizzate fra gli anni '80 e '90, hanno inoltre avuto un'influenza decisiva nel formare una consapevolezza intorno al valore dei beni culturali ebraici dell'Italia, che per secoli erano stati conosciuti unicamente sotto il profilo funzionale. L'ebraismo italiano, del resto, si caratterizza per un radicamento in alcuni territori antico oltre duemila anni, e ha di conseguenza sviluppato vita e manifestazioni del tutto proprie; una diffusione piuttosto capillare dei musei ebraici riflette proprio l'esigenza di presentarsi secondo le specifiche declinazioni regionali che hanno rappresentato e tuttora rappresentano le diverse comunità della penisola.
Nell'ambito delle Comunità ebraiche italiane è sempre esistita un'anima per certi versi "diffidente" rispetto alla prospettiva di mettere in esposizione un proprio patrimonio di oggetti cerimoniali, nel timore che si possa verificare una condizione di definitiva inutilizzabilità di materiali, che nonostante il riconosciuto valore artistico, sono stati espressamente realizzati per l'uso e per l'ornamento delle pratiche. Sarebbe infatti assurdo sguarnire l'attività cerimoniale per conservare oggetti ancora vivibili come feticci in una vetrina, e di sicuro sembra poco consono alla tradizione ebraica che non attribuisce valore sacrale ad oggetti materiali.
Molti dei casi presi in esame dimostrano tuttavia come sia possibile, organizzativamente e giuridicamente, l'esposizione di oggetti ancora "viventi" che regolarmente possano essere estratti e tuttora utilizzati. In alcuni casi, parte del materiale delle comunità è infatti "d'occasione", cioè associato alle diverse ricorrenze dell'anno e non richiede pertanto spostamenti troppo frequenti. Attraverso questo elaborato si intende, fra l'altro, attribuire al museo un nuovo punto di vista proprio del nostro tempo, che lo vede come centro dinamico e di promozione culturale, superando la tradizionale concezione di contenitore di reperti appartenenti ad un passato ormai estinto. Indipendentemente dal materiale conservato e esposto, il museo diventa un luogo di didattica e di ricerca per la comunità stessa: proprio questa concezione appare allora in maggiore sintonia con i valori ebraici, notoriamente rivolti allo studio e all'insegnamento.
Musei religiosi o musei etnografici?
Per molti versi, sembra che l'ebraismo sia accomunato alle religioni soltanto per ragioni di comodità espressiva; sappiamo bene, d'altra parte, che il modello ebraico costituisce un sistema di vita articolato e disciplina ogni aspetto della vita umana. Non sarebbe pensabile perseguire una distinzione fra aspetti religiosi e aspetti laici o culturali: ciascuno finirebbe per definire il confine secondo una sensibilità unicamente soggettiva. La dimensione religiosa non è astratta dalla vita terrena e quotidiana ma piuttosto ne ritualizza ogni momento affinché non vengano mai meno la consapevolezza delle azioni e la capacità di controllo delle necessità naturalmente insite nella natura umana.
Se la categoria dei musei religiosi può di per sé rientrare in quella dei musei etnografici, a maggior ragione nel caso ebraico, non è possibile definire tale distinzione. Estremizzando, nemmeno un museo incentrato, ad esempio, sulla sola storia ebraica potrà essere definito completamente "laico" poiché verosimilmente non prescinde da un inquadramento su alcuni stili di vita; viceversa, un museo di oggetti liturgici non può dirsi esclusivamente "religioso" dal momento che le celebrazioni, la lettura della Torah e le preghiere stesse, hanno per loro natura un molteplice valore, di sicuro cultuale ma anche culturale e sociale.
Ecco dunque che il museo ebraico viene a delineare i caratteri di una particolare forma museale solo parzialmente inquadrabile nelle categorie esistenti, che merita di essere studiata e approfondita secondo parametri appositi e talvolta autonomi.
L'elaborato
Ad oggi, in Italia, esistono tredici musei ebraici, cui si aggiunge il nucleo già in funzione dell’erigendo museo nazionale. Alcune comunità ebraiche hanno inoltre allestito piccole esposizioni a supporto della vista guidata delle proprie sinagoghe. Al centro dell'elaborato è un'approfondita analisi che considera tutti i casi italiani con formale denominazione di museo; altre realtà espositive sono occasionalmente richiamate nell'ambito di più specifici ragionamenti.
Lo studio dei musei italiani è introdotto da una sezione che cerca di interpretare alcune esperienze non unicamente italiane come possibili tappe di una sintetica storia della museogratia ebraica, considerando l'evoluzione di aspetti contenutistici, organizzativi, di allestimento e del linguaggio simbolico. Si prosegue con un esame dei più ricorrenti approcci attualmente riscontrabili rispetto a ad elementi caratteristici della museografia, nelle diverse forme con cui in ciascuna struttura sono declinati.
Al termine dell'analisi sistematica, una sezione conclusiva si propone di a valorizzare le informazioni e l'esperienza acquisite ricavandone spunti di riflessione sul progetto di allestimento, orientati in particolare alle trattazioni museali d'ambito ebraico.
Si è scelto infine di escludere dalla trattazione i musei rivolti unicamente allo studio e al ricordo della Shoah. Non considerare tali istituzioni come categoria autonoma, bensì afferenti a quella dei musei ebraici porterebbe di fatto ad un'identificazione del tutto impropria fra i valori e i caratteri di una cultura e momenti drammatici della sua storia provocati dall'esterno.
Il museo ebraico - come vedremo - può, fra le altre cose, affrontare narrazioni di carattere storico, d'ambito generale o relative a singoli insediamenti, tuttavia non pare esaustivo che circoscriva la propria competenza ad uno specifico - benché significativo - segmento storico. La materia trattata nei musei dell'Olocausto, anzi, non può e non deve essere considerata d'interesse unicamente ebraico né di competenza esclusiva delle istituzioni ebraiche. Lo sterminio degli ebrei attiene anzitutto all'analisi storica del Novecento e delle manifestazioni del Totalitarismo nel periodo delle due guerre mondiali.
La tradizione ebraica stessa ha predisposto specifici momenti per la riflessione sugli eventi tragici della storia affinché la memoria delle cose negative non prevalga e ridefinisca le basi dell'identità collettiva, portando a vivere l'ebraismo non per i suoi positivi valori culturali ma soltanto attraverso la memoria delle persecuzioni o la reazione ad esse.
Relatori
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