Mo_vibe : un padiglione itinerante per eveni tra luce e suono
Valentina Frassy
Mo_vibe : un padiglione itinerante per eveni tra luce e suono.
Rel. Chiara Aghemo, Paolo Mellano, Orio De Paoli. Politecnico di Torino, Corso di laurea magistrale in Architettura Per Il Progetto Sostenibile, 2013
Abstract
Il padiglione temporaneo difficilmente si inserisce come una precisa tipologia all'interno della storia dell'architettura, sia del passato che contemporanea, proprio per la sua natura variabile ed effimera, sotto molteplici punti di vista, da quello tecnologico/costruttivo a quello funzionale.
Il problema rimanda anche ad una sua possibile definizione che ne comprenda tutti gli aspetti: si configura in primo luogo come un contenitore temporaneo per un evento sempre diverso e, per questo motivo, non è semplice riscontrare dei caratteri costanti, dal punto di vista del sistema costruttivo o dell'organizzazione degli spazi. Proprio questa grande variabilità di modi e usi per il quale il padiglione temporaneo viene costruito e la sua breve durata sono il filo conduttore che collega tutti gli esempi di questa tipologia: il carattere temporaneo ed effìmero.
Il carattere effìmero rende il padiglione temporaneo distante dal carattere predominante dell'Architettura come arte tecnica legata alla vita dell'uomo, che si interessa alla costruzione duratura e solida, l'Architettura dei tre principi vitruviani di firmitas, utilitas e venustas, avvicinandolo maggiormente al mondo dell'installazione artistica, della performance legata alla transitorietà dell'esperienza.
Le caratteristiche della transitorietà e dell'effimero sembrano essere alcuni degli elementi che meglio si adattano alla cultura contemporanea, dove i "periodi" storici sono sempre più brevi e il "nuovo" viene consumato e sostituito rapidamente senza sosta, grazie anche alla diffusione estesa dei sistemi di comunicazione informatici.
In effetti, proprio l'effìmero può essere portatore di significati ed esigenze che diffìcilmente potrebbero essere predominanti nell'Architettura ufficiale, spesso legata a concreti e reali bisogni da soddisfare e solide tradizioni costruttive, e quindi spesso caratterizzata da un'inerzia al cambiamento contribuita anche dai molti attori che ne prendono parte.
In questa maniera l'effìmero potrebbe essere letto come "segnale dei tempi", cioè come il carattere distintivo di questo tipo di costruzioni temporanee. «L'architettura effìmera è un efficace medium per leggere il presente in una prospettiva storica, per comprendere problemi e processi in corso e, infine, per ipotizzare futuri scenari. Nell'interpretazione dei rapidi e continui mutamenti progettuali propri del nostro tempo, l'effìmero, a differenza del 'duraturo', può essere considerato tra i primi segnali da ascoltare per interpretare i mutamenti progettuali che il nuovo secolo, con le dinamiche della globalizzazione e del confronto di civiltà, pone alla coscienza di oggi». E questo proprio grazie a «quella nota vocazione dell'effimero, che il critico Gillo Dorfles ha definito 'la coscienza dell'effimero', che permette al progettista di proporre forme difficilmente ipotizzabili sul versante
dell'architettura permanente. Con modi e tempi diversi dall'architettura intesa nella sua espressione più convenzionale, l'effimero può, in poco tempo, allestire spazi sensibili, sperimentare forme e temi, senza il fardello della durabilità.
Del resto avrebbe dovuto essere un'architettura temporanea anche il padiglione tedesco presentato all'Esposizione internazionale di Barcellona nel 1929, progettato da Mies van der Rohe e divenuto in seguito uno dei manifesti- simbolo del Movimento Moderno».
Dal punto di vista teorico questo carattere sperimentale è in qualche modo un'invariante storica del progetto effimero, che registra'in tempo reale' fenomeni culturali, economici, mutazioni estetiche, esigenze generazionali ecc., in un modo così diretto da divenire un significativo indicatore del tempo che lega, in una prospettiva storica, passato, presente e futuro. Oggi questa 'coscienza dell'effimero', ampliata dalle nuove dinamiche socio-culturali e dalle continue innovazioni tecnologiche, risulta particolarmente stimolata dalla evidente dimensione massmediatica del mondo contemporaneo e, in particolare, da un nuovo valore dell'informazione e della comunicazione che contribuisce ad estendere ulteriormente gli studi dell'architettura verso scenari ibridi e spettacolari.
Il padiglione temporaneo quindi si delinea come un'esperienza dell'architettura che in qualche modo risulta sempre sperimentale e innovativa. E' proprio per l'ampio grado di libertà legato alla sua funzione transitoria che la sperimentazione può interessare sempre diversi ambiti della sua costruzione: la tecnologia costruttiva, i materiali utilizzati, le tecniche di costruzione, l'utilizzo della luce e del suono, l'organizzazione dello spazio per una particolare funzione, l'ibridazione con tecniche più artistiche. Molte di queste innovazioni, come si vedrà più avanti, vengono poi assorbite anche dall'architettura "ufficiale", diventando in questo modo convenzionali perché riproposte in seguito in modo più strutturato e verificato con tutti gli standard che richiede la costruzione civile.
Si può parlare quindi di "avanguardia": processo progettuale ed esito rappresentativo collocato tra arte e scienza che utilizza, amplificandole e deformandole, le strategie di diverse discipline per ottenere il massimo effetto espressivo. Come succede nel campo artistico, così anche nell'architettura, si può interpretare il padiglione temporaneo come "avanguardia" dell'architettura, come appendice autonoma della disciplina che va all'avanscoperta, più libera di muoversi e più agile, e senza troppi vincoli, spesso riesce ad esplorare aree della ricerca architettonica ancora sconosciute per poi ritornare ad informare la disciplina ufficiale. Le innovazioni più utili e interessanti vengono poi acquisite col tempo dall'architettura, diventando spesso pratica costruttiva.
Il padiglione temporaneo si colloca all'interno di questa tradizione contemporanea della costruzione effimera come occasione per avanzare nella ricerca architettonica in modo più libero da vincoli funzionali e normativi; la prima funzione solitamente è quella di ospitare eventi, ma spesso diventa l'occasione per trasmettere i contenuti di questa ricerca.
Una ulteriore distinzione può essere fatta tra temporaneità, intesa come durata limitata nel tempo, e riutilizzo, che implica una iterazione di svariati momenti temporanei in luoghi diversi. Concretamente, il riutilizzo comporta la progettazione anche del montaggio e dello smontaggio, lo stoccaggio e il trasporto, e soprattutto uno smontaggio che non sia distruttivo e l'utilizzo di elementi prefabbricati possibilmente leggeri. Questa caratteristica del riutilizzo non è in effetti molto diffusa nei più conosciuti esempi di padiglioni temporanei, più spesso destinati, come nel caso delle Esposizioni Universali, ad essere demoliti alla conclusione dell'evento stesso.
Per esempio, citando ancora lo stesso progetto, il padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe del 1929 fu demolito alla conclusione dell'evento, perché non fu pensato per essere ricostruito altrove. Più di 50 anni dopo venne però fatto rinascere nello stesso luogo da un gruppo di architetti spagnoli guidati da Solà-Morales, per le grandi qualità architettoniche che esso veicolava, ma furono chiaramente usati materiali nuovi, e di conseguenza risulta a tutti gli effetti un nuovo padiglione anche se uguale all'antico. Il progetto di Mies infatti voleva essere dimostrativo di una nuova idea di modernità, della pianta libera attraverso la costruzione con acciaio e cemento armato, ma non era affatto pensato per essere smontato e ricostruito; d'altra parte l'utilizzo di grandi lastre di pietra e di solai in c.a. è legato ad un'idea di stabilità e durabilità nel tempo, piuttosto che ad una costruzione effimera o facilmente ricollocabile.
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