L’assalto al latifondo siciliano : indirizzi di tutela e conservazione dei borghi rurali come rete sul territorio
Marilena Di Prima , Enza Emanuela Esposito
L’assalto al latifondo siciliano : indirizzi di tutela e conservazione dei borghi rurali come rete sul territorio.
Rel. Maria Grazia Vinardi, Fulvio Rinaudo. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Restauro E Valorizzazione), 2013
Abstract
La “questione siciliana”, così come definita da diversi autori nell'arco dell' Otto- Novecento, fa riferimento al problema dell'entroterra, gestito secondo un sistema che ha decretato l'impoverimento dei luoghi e il malessere socio-economico dell’Isola.
Entrata a far parte dell’Italia dei Savoia nel 1860, la Sicilia versava in uno stato di completo abbandono, dove il sistema vigente di tipo latifondistico permetteva ai nobili e al clero di crogiolarsi nei propri privilegi lasciando il popolo alla fame.
A questo repertorio già negativo, si aggiungeva il diffondersi di un sentimento di ostilità nei confronti della politica del Nord definito dagli storici come ‘ ‘antipiemontesimo”.
Il sistema legislativo andava a minare la già precaria situazione economica siciliana incentivando manifestazioni di brigantaggio.
Tale fenomeno, ormai sempre più potente e riunito in grandi organizzazioni, agli occhi del popolo costituiva un governo parallelo in grado di offrire sicurezza, giustizia e autonomia. Un’idea giusta prendeva forma tramite una pratica sbagliata. Una prassi inaccettabile che scaturì in numerosi scontri, quali ad esempio quelli del 1893, che vede l’intervento di Crispi con la promulgazione dell’omonima legge.
La situazione di disagio si protrae ancora fino agli inizi del ’900 quando l’intervento fascista mira alla ridistribuzione della proprietà, suddividendo il latifondo e concedendone i lotti ai reduci di guerra.
L’obiettivo fascista è quello di manifestare la presenza dello Stato nelle aree maggiormente interessate dall’egemonia mafiosa.
Il miglioramento sociale ed economico propagandato da Mussolini non vide la fine della guerra. Questa e la cattiva distribuzione dei fondi determinò un ulteriore impoverimento delle campagne siciliane.
Nonostante tutto, l’intervento fascista vide la realizzazione di un consistente patrimonio architettonico unico nel suo genere.
In questo periodo infatti vennero edificati numerosi “centri di servizio”; complessi urbani volti ad offrire i servizi primari alla popolazione delle campagne.
L’intervento, ancora oggi riconoscibile sul territorio, rappresenta la testimonianza di un periodo storico molto intenso dal punto di vista economico, sociale e architettonico.
Il nostro interesse verso questo tema deriva dalla consapevolezza dell’unicità dell’intervento per diversi aspetti:
- Lo Stato è il maggiore finanziatore dei progetti, i privati intervengono esclusivamente nella gestione e manutenzione della proprietà.
- Le peculiarità architettoniche, che vedono la presenza di un linguaggio tipico dell’architettura fascista consolidato, unito al gusto e all’uso di materiali della tradizione siciliana.
- Lo sviluppo sociale delle aree depresse tramite la ridistribuzione dei latifondi e le aree di bonifica.
Il rinnovato interesse dei moderni enti siciliani verso questi centri mette in evidenza l’attualità di un modello di uso del territorio conforme con le nuove direttive di tutela, volte alla salvaguardia della tipicità dei luoghi e della produzione, rispetto a quanto offerto dalla globalizzazione.
Lo studio si pone come obiettivi il comprendere quali fenomeni culturali hanno contribuito alla nascita di queste strutture e quali hanno portato al loro completo abbandono, e soprattutto quello di fornire indirizzi per la conservazione e il recupero di un patrimonio storico-culturale che negli ultimi anni è stato riconosciuto per le peculiarità di unicità e di importanza architettonica.
Relatori
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