Increasing open space in Dharavi : processo di progettazione incrementale in uno slum di Mumbai
Serena Stella Alcamo, Daniela Bosco, Valeria Federighi
Increasing open space in Dharavi : processo di progettazione incrementale in uno slum di Mumbai.
Rel. Michele Bonino, Matias Echanove, Rahul Mehrotra, Rahul Srivastava. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Costruzione), 2011
Abstract
"Il più grande slum dell'Asia": è in questo modo che generalmente si descrive Dharavi. Per quanto la definizione non sia esatta (il più grande è oggi uno slum di Karachi), essa permette tuttavia di inquadrare il contesto in un ordine di grandezza di riferimento. Si dice anche che Dharavi sia "il cuore e il fegato di Mumbai": cuore perché geograficamente ed economicamente centrale; fegato perché a Dharavi vengono processati e riciclati la maggior parte dei rifiuti raccolti dai rag- pickers di tutta la città. Il quartiere, dunque, è paradossalmente il motore della pulizia della città intera.
Per quanto anomalo, però, Dharavi è uno slum, come testimoniano caratteristiche come mancanza di infrastrutturazione primaria, difficoltà di accesso all'acqua per gran parte dei residenti, mancanza diffusa di igiene e di cure mediche primarie. Negli ultimi anni, alle preoccupazioni derivanti dalle precarietà descritte sopra, si è aggiunta per gli abitanti dello slum un'ulteriore minaccia: la Municipalità di Mumbai ha approvato, nel 2006, un Piano di Risanamento (Dharavi Redevelopment Pian) che prevede la demolizione del quartiere e la costruzione di un nuovo insediamento di edifici residenziali e per uffici. La posizione centrale del quartiere rispetto alla città rende il terreno su cui sorge di grande valore immobiliare, e di conseguenza molto ambito. Il progetto iniziale, tuttavia, è stato nel tempo ridimensionato grazie alle pressioni di ONG e associazioni locali di abitanti, e oggi prevede che una quota della superficie residenziale venga destinata a chi, fra gli abitanti attuali dello slum, possa dimostrare di abitare a Dharavi almeno dall'anno 2000. In questo modo il discorso assume una dimensione ulteriore, più interessante. Su un piano puramente numerico, sebbene vi sia una certa percentuale di attuali residenti che non rientra nel conteggio e quindi dovrà lasciare Dharavi, tuttavia il piano sembra conciliare l'aspetto economico (l'ottenimento di un bilancio positivo grazie alla vendita degli alloggi in eccesso) all'aspetto sociale (la rilocazione degli abitanti). Scavando più a fondo, però, si scopre che la questione è più complessa. Il piano municipale garantirebbe agli abitanti dello slum una casa, nella convinzione che la casa, intesa come luogo privato per vivere con la propria famiglia, sia la necessità primaria della sopravvivenza. A Dharavi, tuttavia, la casa intesa come semplice abitazione è un lusso. La mancanza di spazio ha portato alla creazione di luoghi ibridi, case- laboratorio, case- manifattura, case- negozio; questi spazi, necessari alla sopravvivenza degli abitanti, di cui l'80% infatti lavora nella stessa Dharavi, dipendono dalla natura informale stessa del quartiere. Un loro inserimento forzato nella rigidità di
un edificio per appartamenti progettato secondo canoni "formali" ne causerebbe la disgregazione immediata, e la conseguente perdita di introito per la maggior parte dei residenti. Per fare un esempio, i fumi tossici derivanti dal riciclaggio della plastica difficilmente sarebbero sopportati in un condominio abitato per metà da membri della classe media di Mumbai.
E' questo il punto di vista di URBZ, un'organizzazione con sede in Dharavi che conduce una ricerca continua sulle dinamiche abitative e sociali del quartiere. Il punto di partenza di questo studio, proposto da URBZ e grazie ad essa sviluppato, è che, forse, il contesto informale offre un equilibrio non replicabile nella città pianificata. L'esempio portato precedentemente è relativo al luogo di lavoro; si può altrettanto facilmente parlare della densità abitativa, dell'infrastrutturazione precaria, e così via: tutte caratteristiche non accettabili nella città "formale" ma con cui i residenti degli slum, per necessità, hanno imparato a convivere grazie alla dimensione "informale".
Se la "formalità" dilagasse a Dharavi e negli altri slum di Mumbai, centinaia di migliaia di persone, a dir poco, sarebbero spinte fuori dalla città, lontano dalla fonte di sopravvivenza primaria che è l'agglomerato urbano.
Altri esempi di piani "tabula rasa" come quello approvato dalla Municipalità sono stati tentati altrove in passato; ciò che più spesso accade è che gli abitanti dello slum a cui viene ceduto un alloggio nel nuovo insediamento lo vendano perché incapaci di sostenerne le spese, e si spostino invariabilmente in un altro slum, spesso ancora più lontano dalla città. Da un certo punto di vista, quindi, un piano simile potrebbe essere considerato un tentativo più sottile, da parte della Municipalità, di allontanare definitivamente gli abitanti dello slum dalla città. Il problema però offre anche una chiave di lettura opposta, che è pur sempre necessario ricordare: Dharavi, pur essendo il quartiere informale più consolidato di Mumbai, presenta problemi enormi dal punto di vista della qualità abitativa, dell'igiene, dell'infrastrutturazione. Problemi che nascono nell'in-formalità e non sembrano risolvibili se non tramite un ricorso drastico alla formalità e regolamentazione.
- Abstract in italiano (PDF, 112kB - Creative Commons Attribution)
- Abstract in inglese (PDF, 110kB - Creative Commons Attribution)
Relatori
Tipo di pubblicazione
URI
![]() |
Modifica (riservato agli operatori) |
