Verso una nuova agenda urbana: ha ancora senso parlare di pianificazione strategica nel governo delle città?
Patrizia Franco, Anna Maria Sturpino
Verso una nuova agenda urbana: ha ancora senso parlare di pianificazione strategica nel governo delle città?
Rel. Cristiana Rossignolo, Silvia Saccomani. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Pianificazione Territoriale, Urbanistica E Ambientale, 2011
Abstract
Se partiamo dal considerare che uno degli obiettivi di questa tesi è quello di comprendere se, dopo oramai venti anni di sperimentazioni in Europa e dieci in Italia, i Piani Strategici urbani e metropolitani si dimostrino ancora strumenti efficaci nel perseguire uno sviluppo urbano al 'passo coi tempi', allora è necessario porre come punto di partenza, di tutto il discorso, la città.[...]
Ciò premesso, il primo obiettivo di questo lavoro di ricerca è quello di alimentare la riflessione e la discussione sulle esperienze di pianificazione strategica in Europa, partendo dal fatto che, dopo una fase fortemente propulsiva, oggi ci sì chiede a che punto siano arrivati e che futuro avranno i piani strategici, cercando di capire se i piani strategici sono ancora oggi, dopo vent'anni di sperimentazione in Europa e dieci in Italia, uno strumento efficace nel perseguire uno sviluppo urbano al 'passo coi tempi'. Ci si interrogherà sul ruolo e il significato del piano strategico come strumento di governo che ha portato a sostenerlo quale incubatore di relazioni territoriali e decisionali con il compito di promuovere il territorio a partire dal coordinamento della programmazione locale e sovra locale. A questa riflessione se ne aggiunge una seconda che riguarda l'area coinvolta dal piano. Se da una parte, occorre ammettere che, per ragioni politico-istituzionali, i sindaci sono i leader naturali della pianificazione strategica, d'altra parte, promuovere un piano strategico solo a livello comunale è sbagliato: nel caso dei grandi comuni perché sono troppo grandi e la loro orma va ben al di fuori del confine comunale; nel caso dei piccoli comuni perché non posseggono la massa critica di risorse da mettere in campo per realizzare vere strategie territoriali, efficaci sul loro futuro. Dunque siamo in presenza di un paradosso. Realizzare piani strategici di area vasta aggiunge complessità; aggiunge una necessità cruciale di cooperazione, e quindi anche di leadership. Nel momento in cui il processo diventa di area vasta, poi, si pone un problema di rappresentanza effettiva, e di possibile passaggio dalla governance al government, sorgono nuove difficoltà politiche (come raggiungere accordi intercomunali fra comuni con maggioranze politiche differenziate; come pesare il ruolo di comuni di diversa dimensione) e sorgono problemi organizzativi (come integrare le strutture amministrative e gestionali, che a questo punto sono le strutture di diversi comuni che dovrebbero collaborare insieme oltre che con il piano strategico). Sorgono, infine, difficoltà di governance multilivello nel momento in cui partecipano enti di livello differente; l'area vasta, proprio perché è vasta e magari include un capoluogo metropolitano, può politicamente creare fastidio nei rapporti con le Regioni, per un problema di collocazione del vero potere decisionale. Nell'area vasta occorre necessariamente trovare accordi perché altrimenti non solo non si realizza un gioco a 'somma positiva', ma il gioco potrebbe addirittura diventare a 'somma negativa' in quanto si potrebbero perdere risorse.
Questa premessa conduce ad un'altra questione critica che questo lavoro di ricerca si propone di sciogliere. Tutte le città possono fare un piano strategico? A partire da quale interpretazione del contesto urbano e delle sue criticità prende le mosse l'attività di pianificazione strategica di scala metropolitana? Che caratteristiche deve avere la rete istituzionale del piano strategico metropolitano in termini di interazioni/relazioni e di appartenenza alla medesima area territoriale? Il secondo obiettivo parte dalla constatazione che i processi di pianificazione strategica, che si sono attivati in questi venti anni, hanno bisogno di essere condivisi attraverso una serie di riflessioni e valutazioni al fine di ricostruire un quadro e allo stesso tempo delle buone pratiche all'interno di questa variegata famiglia di piani strategici. Questo secondo obiettivo passerà attraverso la riflessione e lo studio di quattro piani strategici europei, Barcellona, il modello di piano strategico per Torino, Glasgow, Lione e Stoccolma, dove per ognuno si valuteranno gli esiti diretti e indiretti, positivi e negativi che il processo di pianificazione strategica ha prodotto sia in termini di obiettivi che di processo nella costruzione del capitale territoriale, anche a prescindere dalle intenzioni, (il piano è riuscito a stimolare, rafforzare, sviluppare la partecipazione e l'identità territoriale? E' stato effettivamente un piano partecipato? E' riuscito a coinvolgere anche gli interessi 'deboli'?) al fine di valutare che cosa è rimasto di questo 'know how' e quale è la lezione che ognuno di questi esempi può darci per identificare della prassi ottimali e degli errori da non ripetere in altri contesti urbani.[...]
- Abstract in italiano (PDF, 28kB - Creative Commons Attribution)
- Abstract in inglese (PDF, 26kB - Creative Commons Attribution)
Relatori
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