Due case, un inventario
Valeria Marasco
Due case, un inventario.
Rel. Edoardo Piccoli. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura (Costruzione), 2010
Abstract
Tutto ha inizio con un testamento (25 Maggio 1771) e un inventario (13 Febbraio 1772), entrambi carichi di informazioni in merito al Marchese Guiller del Vernante e alle vicende legate all'acquisto da parte del medesimo di un corpo di fabbrica nell'ampliamento occidentale della città di Torino, e di una cascina nella campagna di Riva di Chieri. Inizialmente è risultato necessario comprendere le caratteristiche sociali e architettoniche del periodo storico all'interno del quale si sviluppa l'intera vicenda; un periodo in questo, segnato da grandi riforme e mutamenti, che furono capaci di condizionare l'evolversi di numerose situazioni personali e familiari. Nello specifico mi riferisco all'aumento demografico registrato in Torino, per tutto il corso del Settecento, in gran parte riconrJuciuile agli effetti delle riforme politiche e territoriali apportate da Vittorio Amedeo II durante i suoi anni di governo; in concomitanza con le azioni politiche, l'aumento della popolazione e il progressivo spopolamento delle campagne, accelerarono l'intenzione già presente da qualche tempo di ampliare nuovamente la città, ormai satura di edifici.
All'intenzione si sostituì così l'azione, che con l'avvicinarsi della guerra franco piemontese, rese ineludibile le opere di trasformazione, al fine di rendere definitivamente inespugnabile la città
Analizzando la scena si può così passare a coloro che furono gli attori protagonisti: la classe dirigenziale e amministrativa della corte e della municipalità, al cui vertice stava la vecchia e la "nuova " nobiltà, le cui abitudini e usanze si fecero chiaro segno all'interno delle opere urbane; infatti se per noi la "città" è l'ordine che meglio rappresenta e condiziona la nostra società, nel XVII e nel XVIII secolo vi era invece la "corte" ad adempiere a questo compito: la ricerca del lusso, della rappresentatività dei luoghi, condusse la società di corte ad utilizzare come modello le pratiche adottate in tutta Europa dalle monarchie di più antica istituzione come quelle francesi e inglesi, investendo nelle Opere di costruzione e abbellimento urbano, ingenti somme di denaro. Caratteristica comune delle abitazioni degli uomini di corte, era che tutti, o una buona parte di essi avessero contemporaneamente una dimora in città, e una dimora extraurbana all'interno della campagna (i così detti casini oppure ville, o vigne). Il fatto di possedere più di una residenza, seguiva le consuetudini della moda oltre che i "doveri" imposti dal cerimoniale, a testimonianza del proprio status sociale ed economico (non discostandosi di molto dal nostro ideale di casa-vacanza in montagna al mare); tra l'altro il fatto di possedere diverse case, una da usarsi preferibilmente durante i mesi estivi, l'altra durante il resto dell'anno, obbligava la famiglia aristocratica, ad avere al proprio servizio una numerosissima schiera di domestici: il loro legame con la città può rimanere cosi meno forte e radicato rispetto ai cittadini che in essa svolgono una professione, lasciando al contrario una testimonianza tangibile nei loro possedimenti extraurbani che spesso assumevano il nome della famiglia conservandolo nel tempo fino ai giorni nostri.
Nel caso di Torino, il frazionamento delle grandi proprietà terriere feudali, iniziata nei secoli XV e XVI aveva portato, all'interno del suo territorio agreste sia di pianura sia collinare, alla costruzione di numerosi edifici. La tendenza a comprare e costruire nell'intorno urbano, legata come già accennato, ad una politica di tipo economico e di distinzione sociale, rimase viva per tutto il periodo compreso tra il XVI e XVII secolo. In riferimento a quanto appena detto, molto importante è la testimonianza lasciataci dall'architetto Amedeo Grossi, autore della Carta Corografica dimostrativa del territorio di Torino, firmata nel 1791, all'interno della quale egli ricostruirà in maniera affidabile e precisa la situazione presente all'interno delle campagne: dalla carta emerge lo stretto rapporto tra il centro abitato e il suo intorno rurale, mentre dal testo, strutturato in modo da lasciare una viva testimonianza alle generazioni successive di tutti i possedimenti presenti, emergono brani della storia e della vita che in essi si conduceva.
Con la ripresa in atto delle campagne, e di tutte le caratteristiche sopra esplicitate, si osserverà così a una progressiva migrazione verso l'esterno della città, durante tutto il corso del XVIII secolo, tendenza uguale ma contraria a quella che appena qualche decennio prima aveva incentivato lo sviluppo urbano. Ma del resto si sa, le mode, i tempi, gli avvenimenti che ne A questo punto, la storia dei Saluzzo Paesana tra Cinque e Settecento, e la realizzazione del Palazzo Saluzzo di Paesana da parte dell' architetto Gian Giacomo Plantery, propone importanti elementi per la conoscenza del rapporto instauratosi tra aristocrazia e assolutismo negli Stati del Duca dì Savoia; ma soprattutto è un caso emblematico di come la tipologia di palazzo ad appartamenti, parte dei quali posti in affitto, andasse ormai sostituendosi a quella della residenza maestosa e rappresentativa, ad uso esclusivo, delle grandi famiglie aristocratiche.
Il Palazzo Saluzzo Paesana sì presenta così come un esempio, tra tutti, del criterio di insediamento urbanistico, che conciliava l'interesse economico con le esigenze rappresentative tradizionali, in cui si inserivano attività commerciali e artigianali al piano terreno, allo scopo di sfruttare al massimo le possibilità di reddito, trascurando in parte le regole tradizionali di decoro, Come precisi indicatori del cambiamento si possono anche assumere, oltre alla progressiva eliminazione del giardino privato interno, il diverso ruolo conferito al sistema aulico di galleria-salone al piano nobile. Da spazi di rappresentanza ad esclusivo uso del proprietario, essi si trasformano in ambienti "comuni" a più appartamenti aristocratici, scenografici luoghi di disimpegno e di separazione imposti da un nuovo assetto funzionale e distributivo, Sarà quindi su questo nuovo modello di palazzo da "reddito", ancora con importanti di rappresentanza che, nella seconda metà del secolo, si misurerà il progressivo fenomeno dei palazzi da reddito ricostruiti nella città vecchia sulle preesistenze da parte dell'aristocrazia, e della borghesia imprenditoriale nobilitata da Vittorio Amedeo II.
La ricerca di una classificazione tipologica dei palazzi nobiliari da reddito presenti a Torino durante tutto il XVIII secolo, ha portato a circoscrivere all'interno della Città Quadrata, tutte le casistiche e le soluzioni abitative adottate: con l'accezione di edilizia di case e di edilizia specialistica, vengono riassunte tutte le caratteristiche dei nuovi edifici, nel primo caso definiti da una sola funzione abitativa e nel secondo da palazzi differenti con funzioni e finalità specializzate.
Giunta a questo punto, l'analisi e la lettura dei documenti, che riguardano un periodo compreso tra il 1720 e il 1780, mi ha permesso di realizzare una ricostruzione, anche se tengo a precisarlo, per la maggior parte delle volte frammentaria e parziale, delle vicende che vedono coinvolti i membri della famiglia del Vernante; vicende che si intrecciano come in una grande tela con personaggi a noi noti, come Baidasserre di Saluzzo, Gian Giacomo Plantery, la famiglia Benso di Cavour, in uno scenario in continua evoluzione; da quello prettamente urbano di Torino, a quello extraurbano di Riva di Chieri, fino ad arrivare a quello regale della venarta Reale e delle sue statue.
L'indagine archivistica, peraltro sempre abbastanza complessa, presenta molteplici difficoltà; tra queste il continuo intreccio tra le fonti, conservate in sedi e fondi diversi, che molte volte non offrono informazioni dirette sull'oggetto indagato, ma tuttavia possono offrire tasselli importanti per la ricomposizione del "disegno" complessivo di un edificio e del suo divenire nel tempo. La suddivisione "tipologica" e cronologica dei documenti studiati, fa parte di una classificazione personale, nella speranza di rendere il più possibile comprensiva la metodologia adottata nel lavoro e il percorso fatto per il conseguimento delle ipotesi ricostruttive in merito alla vicenda del Palazzo e della Cascina; vicende che poco differiscono dalle casistiche osservate in precedenza, e bene si inseriscono nel quadro generale già delineato dalla storiografia per questo tipo di vicenda. La storia della famiglia, del palalo e della cascina, sarà quindi raccontata attraverso la "parola dei documenti", atti dotali, di acquisto, quittanze di pagamento ci forniscono gli elementi indispensabili per ricostruire la storia di una famiglia che in sole tre generazioni compare sulla scena sociale della nobiltà della capitale e si esaurisce, essendo però in grado di inserirsi all'interno di un panorama settecentesco torinese in continua evoluzione, attraverso legami matrimoniali, compravendite e mediante l'ottenimento di cariche importanti, come quelle di Senatori e Referendari.
Nell'ultima e quinta parte si entra poi nel vivo dell'Inventario, cercando di comprendere, in un primo tempo le reali motivazioni della sua stesura, ma soprattutto la sua forma e struttura: la sua importanza documentaria è legata al fatto che per seguire un certo ordine nella catalogazione dei beni, senza dimenticarne alcuna parte, l'elenco viene redatto seguendo la distribuzione degli ambienti. Questo ci fornisce quindi una duplice possibilità di lettura "dell'Inventario"; da una parte se letto dal punto di vista degli oggetti, comprendere quali potevano essere le abitudini quotidiane e le tipologie di raccolte e collezioni praticate all'epoca, dall'altra ci consente di, se letto dal punto di vista delle stanze, interpretare una possibile distribuzione spaziale. Non solo: anche la dimensione e il numero stesso degli arredi e dei mobili, minuziosamente descritti nella loro composizione materiale, possono diventare un indicatore delle dimensioni dei singoli locali. Tutte queste informazioni, deducibili dalla lettura dell'inventario, possono essere messe in confronto con le immagini "convenzionali" di quella che poteva essere la casa da nobile del XVIII secolo caratterizzata da una stretta schematizzazione e gerarchizzazione degli ambienti.
Nei paragrafi successivi si tenterà da dare una spiegazione di quanto viene riportato all'interno dell'inventario e delle probabili motivazioni che condussero alla sua stesura nella forma Giunta tino a noi: verrà fornita quindi una chiave di lettura del documento in parte oggettiva ed in parte deduttiva, ottenuta mediante la ricerca fin qui affrontata del modus vivendi e operandi della società settecentesca, La stessa chiave di lettura che mi ha permesso di arrivare ad alcune possibili soluzioni sul tema della ricostruzione delle dimore protagoniste di questa vicenda, non soltanto come luoghi del vivere ma anche come " contenitori" di oggetti diversi tra loro nel genere e nella forma ma accomunati dalla medesima capacità di saperci raccontare un passato lontano nel tempo e dalla nostra realtà, fatto di modi, usi e costumi,
"Ogni oggetto naturale di cui gli uomini conoscono l'esistenza e ogni artefatto per quanto fantasioso, figura da qualche parte in un museo o in une collezione privata. Ma come si può caratterizzare in generale, e senza cadere alla tentazione dell'inventario, quest'universo composto di elementi così numerosi ed eterocliti? Che cosa Hanno in comune gli uni con gli altri'!" Krzysztof Pomian
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