AREA EX-ZUCCHERIFICIO FRAINPONT AD ALESSANDRIA: PROGETTAZIONE DI UN COMPLESSO FIERISTICO, LABORATORI ARTIGIANALI E SPAZIO ESPOSITIVO
Chiara Mirabello
AREA EX-ZUCCHERIFICIO FRAINPONT AD ALESSANDRIA: PROGETTAZIONE DI UN COMPLESSO FIERISTICO, LABORATORI ARTIGIANALI E SPAZIO ESPOSITIVO.
Rel. Costantino Patestos. Politecnico di Torino, Corso di laurea specialistica in Architettura, 2009
Abstract
LA TRASFORMAZIONE DELLE AREE DISMESSE
Il fenomeno di deindustrializzazione, che a partire dagli anni sessanta, ha coinvolto tutte le economie avanzate, è la conseguenza della crisi dei modello produttivo fordista e del conseguente avvio di un nuovo ciclo economico. Queste sono le principali cause alla base dei mutamenti e delle sollecitazioni a cui è stata sottoposta la città in questi ultimi decenni. Ad oggi sono molti gli esempi di riuso delle aree industriali dismesse, ma questo è il risultato di un lungo processo di crescita, che ha permesso di sviluppare un atteggiamento sempre più attento verso queste aree urbane.
Patrimonio industriale: dalla scoperta alla conservazione
"Penso al faro e ai grandi camini conici del castello di Sintra in Portogallo, ai silos e alle ciminiere. Queste ultime sono le architetture più belle del nostro tempo anche se non è vero che non rispettano modelli d' architettura; questa è una sciocchezza della critica moderna e modernista. L'uomo ha sempre costruito con un'intenzione estetica; e le grandi fabbriche, i docks, i magazzini, le ciminiere del periodo industriale avevano per modello anche la peggiore architettura parigina dei periodo Beaux-Arts
Partendo da questa affermazione si mettono in luce i valori culturali e storici dell'architettura industriale. Questi grandi complessi sono veicolo di molti significati, a livello architettonico si fanno carico delle ricerche compiute dal Movimento moderno e diventano manifesto di un periodo nuovo.
Queste stesse strutture, elette a templi sociali, miti di purezza geometrica dell'architettura moderna, dopo la loro dismissione sono state spesso giudicate negativamente, associandole alla mancanza di organizzazione urbana e territoriale, luoghi di degrado e abbandono della città. Osservando le strutture urbane sono evidenti le fratture causate nel tessuto cittadino da questi grandi complessi, che perdendo la loro funzione, produttiva hanno perso anche quella sociale. Osservando alla scala insediativa la struttura dei complessi industriali; si possono riconoscere alcune caratteristiche morfologiche comuni. La serialità interna nella disposizione degli elementi compositivi si contrappone alla varietà esterna dei manufatti che li costituiscono, collegati da un complesso apparato di infrastrutture. Altre caratteristiche sono la dimensione, spesso considerevole, e la posizione, spesso strategica rispetto al centro urbano e alla rete delle infrastrutture. Il problema dei vuoti urbani: il dibattito italiano. Il destino delle aree industriali dismesse e la loro trasformazione alimenta il dibattito internazionale fin dalla fine degli anni settanta, in tutta Europa molti impianti vengono chiusi e le aree produttive cadono in disuso lasciando interi settori industriali abbandonati.
In Italia questi interrogativi si fanno più insistenti all'inizio degli anni ottanta, quando volge al termine il processo di ristrutturazione del sistema industriale e il fenomeno della dismissione assume rilevanza quantitativa.
La riflessione sul problema urbano creato da questi vuoti porta all'interpretazione di queste aree come occasione per la ridefinizione dell'assetto urbano delle città. In particolare lo sviluppo dei programmi di riqualificazione si è avviato a partire dalla fine degli anni novanta, con la ripresa dei mercato immobiliare e poi con l'evoluzione degli strumenti urbanistici, più flessibili in grado di adattarsi alle specificità delle singole realtà territoriali. Prevale tuttavia la preoccupazione per l'horror vacui che porta a soluzioni non sempre in linea con la reale domanda di funzioni. Le pratiche operative oscillano tra la tabula rasa e la conservazione integrale, entro la quale adattare a forza le destinazioni d'uso. Due esempi di queste pratiche sono, per la prima, l'area Pirelli alla Bicocca e, per la seconda, il Lingotto di Torino. Solo dopo oltre un decennio si approderà, a fatica, ad ipotesi progettuali a cavallo tra questi due atteggiamenti estremi.
Osservando i molti interventi su questi "pezzi di città" si possono notare come spesso i progetti di trasformazione prevedano la compresenza di funzioni differenti e, molto frequentemente, di impianti di grande distribuzione commerciale, di spazi pubblici e parchi urbani, che nella visione ottimistica di trasformare le città in green city diventano l'elemento strutturale della nuova forma urbis. Un'altra tendenza è quella di mantenere l'unità dell'area sia per la struttura sia per quanto riguarda la funzione e quindi vengono creati nuovi poli, delle cittadelle mono funzionali.
- Abstract in italiano (PDF, 127kB - Creative Commons Attribution)
- Abstract in inglese (PDF, 127kB - Creative Commons Attribution)
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